I diritti fantasma e il rischio di dare le chiavi ai pm
- Postato il 30 agosto 2026
- Italia
- Di Libero Quotidiano
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I diritti fantasma e il rischio di dare le chiavi ai pm
Dunque, la telenovela estiva su Sigfrido Ranucci rischia di arricchirsi di un ulteriore capitolo: una causa di lavoro intentata dal giornalista contro la Rai, che non lo ritiene più idoneo al ruolo di conduttore di Report e gli offre, in alternativa, la scelta fra tre diverse posizioni che, almeno dal punto di vista dell’azienda, dovrebbero risultare professionalmente equivalenti a quella che lo ha reso celebre. Scontato, da parte del Ranucci, il rifiuto delle proposte. Sicché l’attivazione del contenzioso legale avrebbe lo scopo di ottenere il reintegro, con sentenza della magistratura del lavoro, nella posizione originaria di conduttore.
Proviamo a lasciar da parte (ma non è affatto facile) ogni osservazione critica sulla qualità del “giornalismo d’inchiesta” che Report ha esibito sotto la guida di Ranucci. E tentiamo anche, per un attimo, di non pensare con fastidio (ma è difficilissimo) a ciò che rischia di accadere ora, con il ricorso legale: il tentativo, di cui già si vedono i primi segni, di trasformare la vicenda surreale nata dall’attentato orchestrato dall’amico Lavitola – che, è il minimo che si possa dire, ha gravemente minato la credibilità del Ranucci – in una gloriosa battaglia (giudiziaria) per la difesa della libertà di stampa e di critica, in nome di un coraggioso giornalismo d’inchiesta, che il cattivo potere politico, ovviamente di destra (“TeleMeloni”), teme più di ogni altra cosa. Il reintegro di Ranucci, insomma, come risultato trionfale dello Stato di diritto e dei principi costituzionali.
Liberandoci di tutto ciò, proviamo cioè a pensare asetticamente a cosa dovrebbe fare un’azienda (certo, un’azienda del tutto peculiare come la Rai) di fronte a quel che è accaduto, e agli elementi che stanno emergendo dall’inchiesta giudiziaria: lasciare tutto com’era? Consentire la ripresa del programma con lo stesso conduttore, come se nulla fosse? Che vi sia un problema di opportunità, di credibilità e di immagine, che coinvolge la trasmissione, ma la stessa azienda nel suo complesso, lo capisce chiunque. E un’azienda normale agisce di conseguenza, per tutelare sé stessa e il programma. Gli alfieri del giornalismo d’inchiesta, per primi, dovrebbero non solo comprenderlo ma anche richiederlo a gran voce. Ora, ovviamente nessuno può far previsioni sull’esito della causa legale, che presenterà di sicuro complessi aspetti di diritto del lavoro. Un paio di cose di buon senso, però, si possono dire.
La prima. Sgombriamo il campo da ogni sospetto. Bisogna avere fiducia nella imparzialità di ogni giudice, senza retropensieri. Nessuno può seriamente pensare a una sorta di alleanza Ranucci-magistrati. Nemmeno il ricordo della recente ovazione che l’assemblea dell’Associazione Nazionale Magistrati tributò a Ranucci, e nemmeno quello di una puntata di Report fortemente “sbilanciata” (eufemismo) a favore del No durante la campagna referendaria (inutile l’esposto presentato dal Comitato per il Sì all’Autorità per le comunicazioni: con motivazione traballante quest’ultima rispose che tutto andava benissimo). Si tratta solo di contorno fastidioso, la sostanza è l’apprezzamento imparziale di un giudice del lavoro, nel quale bisogna avere fiducia.
La seconda, ben più importante. È possibile che nessuna delle alternative proposte al conduttore garantiscano la medesima “visibilità televisiva” assicuratagli dalla conduzione di Report. Ma sarebbe questa una buona ragione per stabilire il reintegro nella posizione originaria? Dopo quello che è successo, la valutazione dell’azienda è stata nel senso che, ora, quella visibilità è offuscata da vicende assai poco chiare, e potrebbe nuocere, non giovare, alla trasmissione e quindi alla Rai. Ha o non ha, un’azienda, la libertà di svolgere queste valutazioni? Si penserebbe di sì, in un Paese normale. Ne va, guarda un po’, di principi che, anch’essi, trovano spazio nella nostra Costituzione: cioè la libertà di iniziativa economica, che nel nostro caso è libertà di scegliere un determinato indirizzo aziendale. Se invece queste valutazioni potessero davvero essere controllate e corrette da un giudice, sotto le mentite spoglie della difesa della libertà di stampa, verrebbe in realtà riconosciuto un (inesistente, in realtà) “diritto” alla conduzione di un programma. Se finisse così, si potrebbe dire ai dirigenti Rai che tanto varrebbe consegnare le chiavi dell’azienda alla magistratura, che aggiungerebbe in tal modo un altro scalpo alla sua già ricca collezione.