I comitati contro il nuovo ospedale alla Pellerina scrivono all’INAIL : la localizzazione ha importanti criticità

  • Postato il 27 gennaio 2026
  • Ambiente
  • Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Le associazioni e i comitati che si sono mobilitati contro il progetto di ospedale alla Pellerina hanno scritto una lunga lettera aperta all’INAIL soggetto finanziatore del nuovo ospedale Torino Nord, contestando che la localizzazione del progetto è stata preferita ad altre zone candidate valutando un punteggio sulla base di requisiti che non corrispondono all’oggettiva analisi delle diverse opzioni.

Secondo i cittadini nonostante questi evidenti errori l’ASL Città di Torino, stazione appaltante del progetto il 14 novembre 2025 ha concluso positivamente la Conferenza di Servizi decisoria relativa all’intervento dopo aver acquisito le prescrizioni contenute nei pareri formulati nell’ambito della stessa dagli Enti e Amministrazioni coinvolti.

I comitati dopo aver espresso attraverso documenti, assemblee pubbliche e azioni informative le fondate ragioni della loro contrarietà a questa collocazione su terreno permeabile e cruciale per quella zona, hanno inviato all’Ente finanziatore una lettera aperta in cui ribadiscono, con particolare enfasi le criticità relative agli aspetti idrogeologici e le conseguenze della ristrettezza dello spazio.

Il 13 dicembre 2022 la Direzione Centrale Patrimonio dell’INAIL, in una lettera al Consiglio di Amministrazione, spiegava come la scelta dell’Istituto di indirizzare gli investimenti verso l’edilizia sanitaria fosse legata al carattere sociale ed ambientale che la connota. Secondo i cittadini l’Istituto dovrebbe appaltare l’opera solo laddove il progetto risponda ai requisiti di sostenibilità previsti dalle leggi in vigore.

Nella lettera si scrive:  “La ridotta superficie di intervento non consente la piena osservanza della percentuale di suolo permeabile, considerando che una parte della stessa è occupata dalle infrastrutture e dalle centrali tecnologiche necessarie al corretto funzionamento dell’ospedale, nonché la necessità di un doppio accesso sia su Corso Appio Claudio che su Corso Regina Margherita per le ambulanze in caso di inondazione e di impossibilità ad utilizzare l’accesso da Corso Regina Margherita. Costretto su una superficie ristretta e nonostante i suoi 8 livelli (di cui uno in semi interrato) , l’ospedale su 6 torri non avrà al suo interno servizi di cucina, farmacia, servizio di emotrasfusione che saranno, quindi, esternalizzati; né vi compaiono aule e biblioteche, nonostante ambisca ad essere Polo Universitario per le Malattie Infettive. Quest’operazione -che ha richiesto deroghe di ordine normativo – regolamentare per essere imposta- appare dunque sbagliata sotto ogni profilo: espone a rischi ambientali annunciati, ha carenze strutturali e non è chiaro in quale quadro dei bisogni socio-sanitari territoriali si collochi. E’ quindi fortemente auspicabile che l’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro dovrà compiere opportune verifiche per validare il progetto di cui si è trattato fino a qui, prima di concedere il finanziamento senza il quale la sua realizzazione è impossibile”.

I firmatari della lettera

  • Comitato Assemblea Pellerina No Ospedale nel Parco Comitato Salviamo la Pellerina
  • ATTAC Comitato di Torino Difesa del Parco della Pellerina Ecopolis
  • Generazioni Future Soc. Coop. per la tutela dei Beni Comuni
  • ISDE – sezione di Torino
  • Italia Nostra Piemonte
  • Italia Nostra – Sezione di Torino
  • Legambiente – Circolo l’Aquilone
  • Legambiente – Circolo Molecola
  • Pro Natura Torino
  • Rifiuti Zero Piemonte
  • Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i Territori
  • Salviamo i prati
  • Teleriscaldati
  • Volere La Luna

Il testo completo della lettera dei comitati

Spett.le Istituti Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, Con la determinazione del 14 novembre 2025 l’ASL Città di Torino – nella qualità di stazione appaltante – ha concluso positivamente la Conferenza di Servizi decisoria, svolta in forma semplificata ed in modalità asincrona, ai sensi dell’art. 14bis della L. 241/1990 e dell’art. 38 D.Lgs. 36/2023, relativa all’intervento di realizzazione del Nuovo Ospedale dell’ASL Città di Torino (CUP: F15F22001210005; CIG: A001AA098E), acquisite le prescrizioni contenute nei pareri formulati nell’ambito della stessa dagli Enti e Amministrazioni coinvolti.

Tale infrastruttura ospedaliera risulta essere tra quelle finanziabili nell’ambito dei piani triennali di investimento immobiliare di codesto istituto, di cui all’allegato B del D.P.C.M. 14 settembre 2022. L’intenzione di questa lettera è di sottolineare la principale criticità del progetto che, per le ragioni qui di seguito esposte, si ritiene non sia stata sufficientemente considerata nel corso del procedimento sopra richiamato, che desta serie preoccupazioni e concerne la localizzazione dell’infrastruttura di cui trattasi.

L’area – scelta in una lista di sette possibili siti – si trova sul lato est del più grande parco pubblico di Torino, del quale fa parte, in zona di esondazione del fiume Dora Riparia; è attualmente destinata ad ospitare gli spettacoli viaggianti.

Così, all’alba dell’anno 2026, dopo i molti discorsi ascoltati sul problema del dissesto idrogeologico, sull’importanza della tutela ambientale e del verde urbano, sulla necessità di misure di adattamento al cambiamento climatico, dopo aver assistito ai danni, ai disastri, spesso alle tragedie, determinati da uno spregiudicato uso del suolo, ci ritroviamo – con amaro stupore – a contrastare un progetto che prevede la costruzione di un ospedale in una zona di esondazione all’interno di un parco pubblico, per giunta costretti a specificare che non è l’ospedale che non vogliamo, ma la sua collocazione in una porzione di territorio inadatta per ben più di una ragione.

Leggendo i documenti relativi al progetto – i cui numerosissimi punti critici sono stati esposti nel dettaglio nelle osservazioni presentate dai Comitati, inviate per conoscenza anche a INAIL ed alle quali si rimanda – era chiaro che chi lo aveva redatto accollava la gravosa responsabilità di ratificare una scelta in linea con la peggior tradizione italiana in fatto di gestione del territorio alla Conferenza di servizi convocata per la sua approvazione. Gli Enti che dovevano formulare pareri ed osservazioni si sono dunque pronunciati, esprimendo pareri formalmente favorevoli ma nei fatti condizionati a qualche ulteriore adempimento, componendo un mosaico di tessere che non si toccano fra loro e dai cui interstizi si palesano la compromissione ed il rischio ambientali discendenti dall’inopportunità della collocazione. Il risultato è che la responsabilità della scelta è stata infine trasmessa in capo al soggetto finanziatore senza la cui approvazione l’effettiva realizzazione del progetto è impossibile.

La Direzione Centrale Patrimonio dell’INAFL, in una lettera al Consiglio di Amministrazione del 13 dicembre 2022, spiegava come la scelta dell’istituto di indirizzare gli investimenti verso l’edilizia sanitaria fosse legata al carattere sociale ed ambientale che la connota. Pertanto, verificata e validata la progettazione degli enti locali, l’Istituto appalterà l’opera solo laddove il progetto risponda ai requisiti di sostenibilità previsti dalle leggi in vigore, in particolare II progetto dovrà rispettare i criteri ambientali minimi con la precisazione che «gli accorgimenti progettuali e le tecnologie riguardo il tema dell ’effìcientamento energetico costituiscono solo una parte della sostenibilità, che invece deve riguardare diversi aspetti, indagati nell’ambito di un’analisi del ciclo di vita, della sfera ambientale, economica e sociale di un edificio.».

Con riguardo ai CAM per l’edilizia, sia il D.M. del 23 giugno 2022 sia il D.M. 24 novembre 2025 – pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 3 dicembre 2025, che sostituisce integralmente la versione 2022 e che sarà in vigore dal 2 febbraio 2026 – prevedono che la superficie totale permeabile non sia inferiore al 60% della superficie territoriale di progetto, mentre secondo la Relazione CAM allegata al PFTE in oggetto «La ridotta superficie di intervento non consente la piena osservanza della percentuale di suolo permeabile, considerando che una parte della stessa è occupata dalle infrastrutture e dalle centrali tecnologiche necessarie al corretto funzionamento dell’ospedale, nonché la necessità di un doppio accesso sia su Corso Appio Claudio che su Corso Regina Margherita per le ambulanze in caso di inondazione e di impossibilità ad utilizzare l’accesso da Corso Regina Margherita. Inoltre, non è possibile una espansione dell’area, né verso i corsi esisten ti né verso il parco della Pellerina considerando il dislivello su quel lato.

La necessità di percorsi dedicati ai differenti utenti dell’ospedale come da Documento di Indirizzo alla Progettazione e la collocazione di tutte le funzioni con presenza continuativa di persone al di sopra della quota T500 e T200, a quota superiore rispetto alla quota media di Corso Appio Claudio, ha richiesto una progettazione degli assi della viabilità piu onerosa in termini di superfìcie.

Riepilogando: l’area è stata preferita alle altre zone candidate, vedendosi attribuito il punteggio sulla base di requisiti che oggi è chiaro che non ha mai posseduto; nonostante gli sforzi contenuti in molti allegati del PFTE, tesi a sminuirne la funzione ecosistemica, tale porzione di territorio – pur non essendo terreno agricolo di pregio – svolge un importante ruolo ambientale, drenando le acque meteoriche in caso di piogge abbondanti; attenuando le concentrazioni delle molecole inquinanti emesse dal traffico urbano delle strade ad alta percorrenza che la circondano, giacché si tratta di un’area aperta; mitigando l’effetto “isola di calore” estivo sia perché si tratta di suolo non impermeabilizzato sia perché sono presenti numerosi alberi di considerevoli dimensioni, che, peraltro, il progetto de quo è destinato a spazzare via. Va da sé che edificare in questa zona del parco, con buona pace degli estensori del progetto, comporta consumo di suolo.

L’area in parola adempie anche un ruolo sociale per la destinazione ludica che la caratterizza e che la pone in armonica continuità con il resto del parco.

Dalla “ridotta superficie di intervento”, richiamata dalla Relazione CAM, discende anche che, secondo il progetto presentato, il nuovo nosocomio non avrà al suo interno servizi di cucina, farmacia, servizio di emotrasfusione che saranno, quindi, esternalizzati; né vi compaiono aule e biblioteche, nonostante il nuovo ospedale ambisca ad essere Polo Universitario per le Malattie Infettive.

Come detto la localizzazione dell’opera in oggetto è in zona di esondazione del fiume Dora Riparia. Nel gergo tecnico-statistico la frequenza con la quale in un dato luogo si può verificare un’alluvione si esprime in tempi di ritorno e secondo il D.Lgs. 49/2010 (Attuazione della direttiva 2007/60/CE relativa alla valutazione e alla gestione dei rischi di alluvioni.) si possono avere tre scenari: pericolosità elevata con tempo di ritorno fra 20 e 50 anni (alluvioni frequenti), pericolosità media con tempo di ritorno fra 100 e 200 anni (alluvioni poco frequenti) e pericolosità bassa (scarsa probabilità di alluvioni o scenari di eventi estremi). Non si deve tuttavia associare alla locuzione appena citata una regolarità di accadimento per non indurre false sicurezze. Formalmente, il tempo di ritorno viene definito come una grandezza statistica che esprime la probabilità di qualcosa che accade in un dato anno. Nel caso di un fenomeno alluvionale, il tempo di ritorno definisce la probabilità che un evento di una certa intensità ha di verificarsi all’interno di un qualsiasi anno. Ad esempio, esiste l’l% di probabilità, alfintemo di un qualsiasi anno, che si verifichi un evento cui viene attribuito un tempo di ritorno pari a 100 anni; questo indipendentemente dal fatto che lo stesso evento si sia verificato nell’anno precedente o addirittura in quello in corso. Pertanto un tempo di ritorno di 200 anni (T200) esprime una probabilità non trascurabile che l’esondazione accada anche in periodi più brevi, specialmente con i cambiamenti climatici.

Chi ha inserito l’area in parola tra i siti candidabili ha del tutto trascurato di considerare questo pericolo che avrebbe dovuto rappresentare un fattore escludente.

Nel corso della Conferenza di servizi la parola è passata agli enti competenti.

L’Agenzia Interregionale per il fiume Po ha affermato di non essere competente ad esprimere giudizi di compatibilità con il Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico del Fiume Po (PAI), trattandosi di territori che ricadono in una fascia il cui rischio idraulico – considerato più remoto – è gestito dagli strumenti di pianificazione territoriale ed urbanistica. Ha poi ricordato di aver messo a disposizione di chi era incaricato della progettazione « il progetto AIPo “Cassa di Espansione del Torrente Dora Riparia a monte di Torino, nei Comuni di Alpignano, Caselette, Rivoli e Rosta (TO) ”, relative a piene aventi differenti tempi di ritorno ed anche alla piena del 2000A». Ora tale progetto – che dovrebbe ridurre ma non potrebbe eliminare il rischio di esondazione in quest’area – rappresenta un sempreverde “indifferibile ed urgente” da quasi quattro lustri, privo di fondi sufficienti per la sua realizzazione, inviso ai Comuni ed agli agricoltori cui sarebbe imposto, che interesserebbe più di 250 ettari di zone di notevole pregio agricolo e naturalistico e che comporterebbe la sottrazione di risorse a tutta la comunità, facendo scontare ai Comuni a monte le imprudenze edificatorie del capoluogo a valle.

Si aggiunga che, come ricordato dalla Divisione Protezione Civile della Città di Torino, Il progetto non ha tenuto in considerazione il tema del rischio di esondazione della Diga del Moncenisio previsto dalla Deliberazione della Giunta Regionale del marzo 202.

Il Dipartimento di Urbanistica ed Edilizia privata della Città di Torino, nei pareri inviati alla Conferenza di servizi, dichiara che, secondo il Piano Regolatore Generale (PRG), quanto alla pericolosità geomorfologica ed all’idoneità all’utilizzazione urbanistica la porzione di territorio interessata dal progetto della nuova struttura ospedaliera appartiene a due diverse sottoclassi della classe III: una (Illa) riguardante aree caratterizzate da pericolosità geomorfologica significativa, che può comportare limitazioni o restrizioni all’edificazione e l’altra (IlIalP) connotata da pericolosità geomorfologica significativa con vincolo di inedificabilità; in questa sottoclasse sono ammesse unicamente le opere infrastrutturali pubbliche o di interesse pubblico, riferite a servizi essenziali non altrimenti localizzabili, a condizione, tra le altre, che non aumentino il carico insediativo. Il Dipartimento competente del Comune di Torino cita le nonne ma evita accuratamente di trarre le dovute conclusioni. Non è infatti sostenibile, data la selezione avvenuta tra sette diversi siti, che l’infrastruttura di cui si tratta non fosse altrimenti localizzabile, né può affermarsi che un ospedale non aumenti il carico insediativo laddove ne sia decisa la costruzione in una zona inedificata.

Non si preoccupi, comunque, chi legge, per le conseguenze in fatto di responsabilità che possa patire il Comune di Torino da quanto appena detto, giacché «il rilascio dei titoli abilitativi edilizi», fino alla avvenuta realizzazione e collaudo (realisticamente prevista alle calende greche) delle famigerate casse di laminazione sopra citate, «sarà subordinato alla sottoscrizione di apposito atto liberatorio […]»

Va, poi, considerata la diminuzione della permeabilità del terreno. Reiteratamente in più elaborati, si tende a sminuire il ruolo ecosistemico del terreno interessato dalla costruzione della nuova infrastruttura, prendendo due piccioni con una fava: da un lato, si minimizza Pimpatto ambientale del futuro edifìcio, dall’altro si può negare che si tratti di consumo di suolo, senza dover quindi prevedere compensazioni. L’area viene così definita, di volta in volta, asfaltata, impermeabilizzata, cementata, mentre il cap. 7 della Relazione di compatibilità idrogeologica, allegata al PFTE, le restituisce la permeabilità molto elevata, ben conosciuta ed apprezzata da chi frequenti abitualmente l’incrocio tra corso Regina Margherita e corso Potenza.

Tale peggioramento della capacità drenante dovuta alla nuova costruzione sarà ulteriormente aggravata dall’impossibilità di quest’ultima di rispettare i criteri ambientali minimi proprio quanto a percentuale di suolo permeabile dell’area di progetto come sopra ricordato.

Una lezione sulle potenziali conseguenze di edificare trascurando il rischio idrogeologico viene sicuramente da quanto avvenuto a Valencia il 29 ottobre 2024, quando la città spagnola fu colpita da un fenomeno che ricorre con regolarità in quella regione da millenni (il fenomeno è riportato già in epoca romana) e la cui azione ripetuta nel tempo ha contribuito a plasmare l’orografìa della costa valenziana. Tale fenomeno – denominato tradizionalmente “gota fria” (goccia fredda) o DANA (depresion aislada a niveles altos) – consiste in piogge torrenziali concentrate in un brevissimo periodo di tempo e si verifica quando correnti di aria fredda in alta quota escono dalla normale circolazione atmosferica e si ritrovano sul Mar Mediterraneo più caldo; per secoli l’uomo ha convissuto con le frequenti inondazioni dei torrenti locali, costruendo abitazioni in luoghi sicuri e riservando i posti più a rischio alle coltivazioni. Ciò fino a quando non si è iniziato a costruire dove i torrenti esondano, con l’accelerazione dell’antropizzazione avvenuta a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. Va ricordato che nel 1982 il fenomeno si presentò in modo molto più violento rispetto al 2024 (Pantanada de Tous) ma le vittime furono di molto inferiori: 40 persone nel 1982 e più di 220 nel 2024, pertanto la responsabilità della gravità delle conseguenze dell’evento più recente non può essere attribuita, come ci si è precipitati a fare, al cambiamento climatico, dipendendo innanzitutto dalla sottostima da parte degli amministratori spagnoli del rischio idrogeologico presente in quelle regioni.

Anche le alluvioni in Emilia del 2023 furono auto-asso luto riamente imputate al global warming, sicuramente in grado quest’ultimo di peggiorare le conseguenze di fragilità e dissesti che derivano, però, da scelte avventate risalenti, che, non solo, non si mettono in discussione ma, anzi, si perpetuano come il caso del progetto de quo ben dimostra.

Nel caso del Nuovo Ospedale di Torino Nord si ritiene di garantire la sicurezza collocando le funzioni che implicano la presenza continuativa di persone al di sopra della quota T500 e T200.

Le amministrazioni coinvolte sanno perfettamente che non è questione di “se” l’alluvione arriverà ma di “quando”; è anche ipotizzabile che la presenza dell’edificio ospedaliero, peggiorando la permeabilità dell’intera area, porti ad un aumento degli allagamenti di uno degli incroci più trafficati di Torino in caso di piogge intense. E cosa succederà veramente in caso di esondazione? Quale amministratore si assumerà la responsabilità di non far evacuare l’ospedale? Durante l’alluvione dell’ottobre 2000 fu evacuato l’Amedeo di

Savoia, anche se poi l’acqua arrivò in realtà solo in una stanza del seminterrato, ma i cittadini di questa zona di Torino, allora, avevano a disposizione anche un altro ospedale – il Maria Vittoria – fuori dalla zona inondata, struttura che in futuro non esisterà più. Ma tutto questo sarà dopo il fatto compiuto, quando gli enti coinvolti potranno “monitorare” i risultati di ciò che non avranno valutato prima, nel corso di quelle procedure in cui le regole poste per minimizzare i rischi si sono trasformate nello scudo formale di decisori che hanno finito con l’aumentarli.

Di tutela dell’ambiente e di sostenibilità dello sviluppo si parla ad ogni piè sospinto. Molte diverse discipline si occupano di fenomeni dei quali spesso non si ha che una conoscenza molto parziale. Sulla base di questa conoscenza parziale si valutano rischi, si stabiliscono limiti emissivi, si definiscono criteri valutativi, si elaborano software, oggi si nutre l’intelligenza artificiale. Se nell’affrontare i casi concreti, si smarrisce la consapevolezza della parzialità della conoscenza che ha prodotto gli strumenti dei quali ci si avvale per assumere le decisioni, si può arrivare a rispettare acriticamente regole che, in realtà, incorporano e rendono strutturale il danno potenziale annidato negli anfratti della nostra ignoranza, magari anche ammantandosi di quel rigore scientifico che nei fatti è disatteso e tradito.

L’Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro dovrà verificare e validare il progetto di cui si è trattato fino a qui, prima di concedere il finanziamento senza il quale la sua realizzazione è impossibile.

Non ci rimane che sperare che lo scopo di investimento cui è destinato il finanziamento, induca qualche maggiore riflessione sui pericoli connaturati al progetto.

 

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