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Haakon VIII, il nuovo re che eredita una monarchia in crisi

  • Postato il 30 agosto 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

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Haakon VIII, il nuovo re che eredita una monarchia in crisi

La prima cosa che Haakon VIII ha ereditato dal padre non è stata la corona, ma il silenzio di una nazione raccolta davanti al Palazzo reale di Oslo, dove decine di migliaia di norvegesi hanno deposto fiori, bandiere e biglietti per salutare Harald V, morto venerdì 28 agosto a 89 anni dopo trentacinque anni di regno. Quando il nuovo sovrano è apparso in televisione per il suo primo discorso, seduto dietro una scrivania con il ritratto sorridente del padre accanto, la Norvegia non stava soltanto assistendo a una successione, ma al passaggio tra due epoche e tra due modi molto diversi di portare il peso della monarchia.

Haakon ha ricordato Harald come un padre affettuoso e un uomo capace di incontrare le persone senza perdere la propria umanità, poi la voce gli si è spezzata parlando della madre Sonja, rimasta vedova proprio nel giorno in cui la coppia avrebbe dovuto celebrare il cinquantottesimo anniversario di matrimonio. Fuori dal palazzo, mentre molti seguivano il discorso sui telefoni, è partito un applauso spontaneo, quasi una risposta collettiva al nuovo re che prometteva di difendere la democrazia, l’uguaglianza e l’idea di una Norvegia nella quale ci fosse spazio per tutti.

È un programma apparentemente semplice, perfettamente in linea con una monarchia costituzionale priva di potere politico, ma per Haakon VIII rappresenta una prova molto più difficile di quanto suggeriscano le cerimonie sobrie della corte norvegese. Il nuovo sovrano non eredita soltanto la popolarità di Harald, bensì una famiglia attraversata da scandali giudiziari, malattie, errori personali e una perdita di fiducia che ha incrinato l’immagine della più informale e rassicurante tra le monarchie europee.

La morte di Harald V e il primo discorso di Haakon VIII

Harald V è morto alle 6.35 del 28 agosto all’Oslo University Hospital, dove era stato ricoverato per un’infezione batterica nel sangue. Era il monarca più anziano d’Europa e, nonostante i problemi di salute degli ultimi anni, aveva sempre escluso l’abdicazione, sostenendo che il giuramento prestato da re valesse per tutta la vita.

Haakon è diventato sovrano automaticamente nel momento della morte del padre, secondo le regole della monarchia costituzionale norvegese. Non ci sarà alcuna incoronazione, abolita dal Parlamento nel 1908, ma un giuramento davanti allo Storting, l’assemblea nazionale, e una serie di cerimonie volutamente misurate, coerenti con un Paese che considera la sobrietà quasi una forma di identità nazionale.

Il nome scelto, Haakon VIII, lo collega direttamente al bisnonno Haakon VII, il principe danese chiamato sul trono dopo l’indipendenza dalla Svezia nel 1905 e diventato durante l’occupazione nazista il simbolo della resistenza norvegese. Anche il motto, Alt for Norge, «Tutto per la Norvegia», riprende quella continuità, ma dietro la solidità della tradizione si nasconde un sovrano che per buona parte della propria vita ha cercato di sottrarsi alla parte assegnatagli.

Il principe riluttante che fuggì in California

Haakon ha raccontato nella propria autobiografia quanto lo rendesse ansioso essere riconosciuto come un principe durante gli anni della scuola pubblica, quando preferiva lasciare l’attenzione agli altri e tentava di proteggere uno spazio nel quale non fosse osservato. Quando arrivò il momento dell’università, invece di seguire il percorso britannico del padre e del nonno, scelse Berkeley, in California, abbastanza lontana da Oslo da permettergli l’illusione di una vita normale.

La musica, il surf e l’anonimato relativo dell’America gli offrirono la distanza che cercava, ma non cancellarono il destino che lo attendeva. Divenuto principe ereditario nel 1991, alla morte del nonno Olav V e all’ascesa al trono di Harald, Haakon si è progressivamente adattato al ruolo, assumendo sempre più impegni pubblici mentre la salute del padre diventava fragile e scoprendo, come avrebbe scritto molti anni dopo, che anche dentro una posizione non scelta era possibile trovare un senso.

Il paradosso è che l’uomo che cercava di fuggire dalla propria identità pubblica è diventato re proprio quando alla Corona serve qualcuno capace di esporsi, spiegare e ricostruire un rapporto di fiducia con i norvegesi.

Mette-Marit, la regina che ha sfidato due volte il giudizio pubblico

La storia d’amore con Mette-Marit Tjessem Høiby aveva già costretto Haakon a scegliere tra la prudenza dinastica e la vita reale. I due si incontrarono nel 1999 al Quart Festival di Kristiansand, quando lei aveva 25 anni, era una madre single e proveniva da una giovinezza trascorsa anche nell’ambiente dei club di musica house, lontanissima dal profilo tradizionalmente associato a una futura regina.

La stampa ricostruì ogni dettaglio del suo passato e Mette-Marit arrivò al matrimonio del 2001 dopo una dolorosa esposizione pubblica, durante la quale ammise di aver vissuto in un ambiente nel quale erano stati superati diversi limiti. Harald, che a sua volta aveva dovuto lottare per sposare la borghese Sonja Haraldsen, difese la scelta del figlio e favorì l’ingresso della giovane donna nella famiglia.

Negli anni Mette-Marit riuscì a trasformare quella fragilità iniziale in una forza, occupandosi di letteratura, salute globale, diritti delle donne e lotta all’Hiv, fino a diventare uno dei volti più riconoscibili della monarchia. Nel 2026, però, la pubblicazione di numerosi messaggi scambiati con Jeffrey Epstein anche dopo la condanna del finanziere americano ha provocato una nuova ondata di indignazione. Mette-Marit ha chiesto scusa e ha dichiarato di essere stata manipolata e ingannata, ma il caso ha colpito profondamente una Corte che aveva costruito la propria credibilità sulla trasparenza e sulla vicinanza alle persone comuni.

Alla crisi d’immagine si è aggiunta quella sanitaria. Affetta dal 2018 da fibrosi polmonare cronica, a giugno Mette-Marit è stata sottoposta con successo a un trapianto di polmone, è rimasta ricoverata per diverse settimane ed è tornata a casa a luglio per iniziare la riabilitazione. Ora diventa regina mentre è ancora convalescente, con la necessità di proteggere la propria salute e, allo stesso tempo, di assumere un ruolo istituzionale più impegnativo.

La condanna di Marius e lo scandalo che ha travolto la famiglia

Il capitolo più grave riguarda Marius Borg Høiby, il figlio avuto da Mette-Marit prima del matrimonio con Haakon, cresciuto all’interno della famiglia ma privo di titolo e di incarichi ufficiali. Nel giugno 2026 il tribunale di Oslo lo ha condannato a quattro anni di carcere, riconoscendolo colpevole di due accuse di stupro, violenza e maltrattamenti in una relazione.

Marius ha annunciato ricorso contro le condanne più gravi e anche la Procura ha impugnato la sentenza, ma il processo, seguito ossessivamente dai media norvegesi, ha messo a dura prova l’immagine della famiglia reale. Haakon ha espresso vicinanza alle vittime e contemporaneamente ha spiegato di voler continuare a prendersi cura della propria famiglia, una posizione umanamente comprensibile ma istituzionalmente delicatissima per chi adesso rappresenta l’unità nazionale.

Il problema non è stabilire una responsabilità della Corona per i reati commessi da una persona adulta, responsabilità che evidentemente non esiste, bensì comprendere quanto una monarchia fondata quasi esclusivamente sulla reputazione possa sopportare prima che la somma delle vicende private diventi una questione pubblica.

Märtha Louise, lo sciamano e la principessa fuori dalla Corte

Anche Märtha Louise, sorella maggiore del nuovo re, ha contribuito a mettere in discussione il confine tra ruolo istituzionale e attività privata. Nel 2022 ha rinunciato agli incarichi ufficiali per dedicarsi alle proprie iniziative commerciali, conservando il titolo di principessa ma impegnandosi a non utilizzarlo nelle attività professionali.

Il matrimonio celebrato nel 2024 con Durek Verrett, americano che si definisce sciamano, ha trasformato la coppia in un fenomeno mediatico e commerciale, attirando critiche per l’uso della vicinanza alla famiglia reale nella promozione di prodotti, interviste ed eventi. Harald aveva scelto la mediazione, proteggendo il rapporto con la figlia ma separandola progressivamente dalla rappresentanza ufficiale; ora toccherà a Haakon mantenere lo stesso equilibrio senza apparire indulgente verso qualunque sfruttamento della Corona.

Ingrid Alexandra e la monarchia che verrà

Nella successione, il volto del futuro è quello di Ingrid Alexandra, la figlia ventiduenne di Haakon e Mette-Marit diventata principessa ereditaria. Sarà, salvo cambiamenti istituzionali, la prima regina regnante della Norvegia moderna, grazie alla riforma costituzionale del 1990 che ha stabilito la precedenza del primogenito indipendentemente dal sesso.

Ingrid rappresenta la generazione alla quale spetterà decidere se la monarchia possa continuare a esistere come istituzione credibile in una delle società più egualitarie del mondo. Non basta più apparire moderni perché si sposano persone comuni, si frequentano scuole pubbliche o si indossano giacche consumate durante le visite nelle zone alluvionate; la nuova modernità reale richiede trasparenza, responsabilità e la capacità di non usare il privilegio come protezione dalle conseguenze.

Nei primi mesi del 2026 il sostegno alla monarchia norvegese era sceso dal 70 al 60 per cento, recuperando poi parzialmente fino al 64 per cento. Harald continuava però a ottenere un consenso personale altissimo, perché i norvegesi vedevano in lui qualcosa di diverso dall’apparato: un uomo che aveva accompagnato il Paese nei momenti più dolorosi, dall’attentato di Utøya alle calamità naturali, e che aveva parlato di immigrati, minoranze religiose e persone omosessuali come parti indivisibili della stessa comunità nazionale.

È questo il capitale che Haakon VIII riceve insieme alla corona, ma anche il termine di paragone dal quale non potrà sottrarsi. Nel primo discorso ha promesso che seguirà il proprio cammino, come fece suo padre, e che difenderà una Norvegia unita, democratica e aperta. Per riuscirci dovrà compiere qualcosa di più difficile di una successione: dovrà dimostrare che una famiglia fragile, esposta e imperfetta può ancora rappresentare un’intera nazione senza pretendere che quella nazione dimentichi i suoi errori.

Autore
Panorama

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