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“Ha speculato sul Moby Prince per profitto”: l’ex dirigente della flotta Agip insulta il presidente dei familiari delle vittime

  • Postato il 15 maggio 2026
  • Giustizia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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“Ha speculato sul Moby Prince per profitto”: l’ex dirigente della flotta Agip insulta il presidente dei familiari delle vittime

“I parenti sono stati strumentalizzati in una maniera indegna, vergognosa, in primis dal postino, Loris Rispoli. E’ gente che ha speculato sulla vicenda per trarne profitto, come diceva Napoleone c’est l’argent qui fait la guerre“. E’ il denaro che fa la guerra. A pronunciare queste parole choc – che arrivano all’insulto -contro lo storico presidente di una delle associazioni delle vittime della strage del Moby Prince (tratto di mare di fronte a Livorno, 1991, 140 morti) è stato Romano Pauli, durante un’audizione del 16 luglio (i cui contenuti sono stati resi noti da poco) da parte della commissione d’inchiesta parlamentare che lo ha ascoltato in una sala della Tenenza dei Carabinieri di Tredate, in provincia di Milano. Pauli oggi ha quasi 90 anni, ma al tempo del disastro navale era ispettore d’armamento di Snam, l’azienda statale in quota Eni proprietaria della petroliera Agip Abruzzo contro cui entrò in collisione il traghetto Moby. Per giunta Rispoli – che in quell’immane tragedia perse la sorella Liana che lavorava nella boutique di bordo del traghetto e aveva solo 31 anni – oggi non può più difendersi da queste espressioni offensive del signor Pauli, diventate note solo ora: è morto a novembre.

Sulla dinamica dell’incidente della sera del 10 aprile 1991, avvenuto a poche miglia dal lungomare di Livorno, indagano ancora la Procura di Livorno e la terza inchiesta parlamentare consecutiva. Quello che è noto è che si innescò un incendio che risultò fatale per i 140 tra membri dell’equipaggio e passeggeri imbarcati sul traghetto: morirono in attesa di un soccorso pubblico coordinato alla loro salvezza. Un soccorso che – come dimostrano ampie registrazioni radio – fu sviato, nella prima ora dopo la collisione, proprio dal comandante della petroliera Agip e dal suo addetto alle comunicazioni radio, che omisero di dichiarare il coinvolgimento del traghetto nell’incidente e la sua necessità di assistenza antincendio, per accentrare i mezzi di soccorso verso di sé. Rispoli, l’uomo accusato da Pauli, quella notte di 35 anni fa perse l’unica sorella, Liana, e per il suo lavoro notturno nella sede di Livorno delle Poste fu tra i primi a raggiungere il porto cittadino e vivere attesa e tensione per le sorti di chi era imbarcato sul traghetto di Vincenzo Onorato. Grazie alla sua empatia e al suo impegno civico Rispoli è diventato poi il principale coordinatore dei familiari delle vittime, fondatore e guida del Comitato 140 poi divenuta Associazione nel 2001.

“Sono parole che fanno male, quelle dette da questo signore – confida a ilfattoquotidiano.it Andrea Rispoli, figlio di Loris -. Ha ragione a dire che ci sono persone che hanno lucrato su questa vicenda e da anni noi familiari chiediamo che questo venga riconosciuto nelle sedi appropriate. Chiunque abbia conosciuto mio padre, però, sa a quanto abbia dovuto rinunciare sul piano familiare e personale per questa crociata che ha annullato la sua vita. E tutto quello che ne ha guadagnato è la malattia che lo ha immobilizzato per anni in un letto”. “Il postino, come lo chiama con superiorità – conclude Rispoli – ha lavorato onestamente e con orgoglio alle Poste tutta la sua vita. Tanto per citare Napoleone: la menzogna passa, la verità resta”.

Sconcerto e rabbia per le parole di Pauli anche da Nicola Rosetti, che da Loris Rispoli ha preso il testimone nel 2021 alla guida dell’Associazione 140: “Pauli dovrebbe vergognarsi – dice a ilfattoquotidiano.it -. Loris è stato per tutti noi un punto di riferimento, per me anche di vita. Un esempio. Ha sempre studiato le carte e si è sempre basato sui fatti, senza cercare mai una verità di parte, ma la verità. Giurò su 140 lenzuoli bianchi di dare la vita per questa storia e lo ha fatto. Pauli non conosce la sua storia e il dramma di 140 famiglie che aspettano ancora verità e giustizia. Spero possa chiedere scusa ai figli di Loris e alla sua povera mamma”.

Le parole di Pauli sul “profitto” tratto da Rispoli dalla vicenda Moby Prince difettano nei confronti della storia. Rispoli fu infatti tra i pochi familiari delle vittime a rinunciare al risarcimento assicurativo proposto dal P&I dell’armatore del traghetto a pochi mesi dall’evento. E lo fece, come dichiarò pubblicamente, per poter accedere al processo penale come parte civile. Processo che l’allora presidente del Comitato 140 seguì fino alla conclusione dell’iter giudiziario: penale nel 1999 in Corte d’Appello, e poi civile nel 2001, dove fu sancita anche la responsabilità di Snam nell’evento, in solido col terzo ufficiale della petroliera, per il mancato azionamento dei segnali antinebbia e la mancata segnalazione alla Capitaneria del traghetto come nave investitrice, che comportò l’identificazione del Moby Prince coinvolto nell’incidente solo ottanta minuti dopo la collisione.

Romano Pauli, nell’audizione di luglio, ha continuato a negare ogni responsabilità sul caso in quota Snam, incluse le più recenti emerse dalle inchieste parlamentari, come l’ancoraggio della petroliera Agip Abruzzo in zona di divieto e le anomalie sul carico trasportato nella cisterna speronata dal Moby Prince. E se per Loris Rispoli, l’ex ispettore d’armamento della statale Snam ha usato termini sprezzanti, ha pronunciato invece parole di encomio per Sergio Albanese, comandante della Capitaneria che la notte dell’incidente andò per mare senza dare alcun ordine, lasciando la gestione del soccorso a personale non formato fino ai tragici esiti noti e si prodigò di depistare il racconto pubblico della vicenda dichiarando la posizione “senz’altro regolare” della petroliera nella prima intervista appena sbarcato. “Il comandante Albanese ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo a Livorno – ha detto Pauli ai commissari -. E’ uno dei pochi comandanti di porto onesti con la o maiuscola. Ha fatto il suo dovere di comandante di porto. Senza omettere nulla“. Per le inchieste parlamentari la sua abdicazione al ruolo di coordinatore del soccorso pubblico fu concausa della morte di almeno alcune delle 140 vittime, sopravvissute per ore in attesa di un aiuto dovuto, per legge, dalle autorità pubbliche e dai natanti privati presenti, petroliera inclusa.

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Il Fatto Quotidiano

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