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Guardiola e il no all’Italia: cosa c’è davvero dietro il rifiuto a Maldini e Leonardo

  • Postato il 24 luglio 2026
  • Di Virgilio.it
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Guardiola e il no all’Italia: cosa c’è davvero dietro il rifiuto a Maldini e Leonardo

E ora qualsiasi nome rischia di non essere sufficiente per accontentare la piazza. Maldini lo ha ammesso ieri: “Siamo partiti dai migliori”. Ancelotti e Guardiola. Carletto non si muove dal Brasile nonostante il flop Mondiale, mentre Pep ha rifiutato il progetto decennale dell’Italia dopo i dieci anni trascorsi alla guida del Manchester City. Dal blu dei Citizens all’azzurro della Nazionale la distanza, evidentemente, è troppo ampia. “Grazie, sono onorato, ma non me la sento”, la risposta data all’amico Paolo dopo giorni di riflessione. Perché quando a bussare alla tua porta sono due figure del calibro di Maldini e Leonardo, significa che il progetto ha ambizioni e fascino. Eppure Guardiola ha scelto di non raccogliere la sfida. Nel giorno in cui la Germania ha annunciato Jurgen Klopp come nuovo ct, l’Italia è tornata al punto di partenza e ora valuta altre strade mai smesse di percorrere, da Conte a Mancini fino a Pirlo. Ma resta una domanda: che cosa c’è davvero dietro il no di Guardiola alla Nazionale italiana?

Ct Italia, perché Guardiola ha detto no

Il tecnico catalano si è preso una settimana di tempo prima di arrivare alla fumata nera. Alla fine ha prevalso la voglia di staccare la spina dopo un decennio al Manchester City, impreziosito da 20 trofei e da un ciclo irripetibile. Guardiola aveva deciso di lasciare l’Etihad con un anno d’anticipo rispetto alla naturale scadenza del contratto proprio perché sentiva l’esigenza di ricaricare le energie e dedicare più tempo alla famiglia. Lo ha confermato anche in un’intervista di pochi giorni fa: Pep ha spiegato di voler pensare prima di tutto a sé, ma soprattutto di stare più vicino ai figli e al padre, che ha 95 anni. Una pausa necessaria, anche se lasciata con una porta aperta: “Se qualcuno mi vuole, tornerò”. Insomma, per ripartire sarebbe servito un progetto capace di stregarlo.

Ed è proprio qui che si nasconde il nodo del rifiuto alla proposta di diventare ct dell’Italia avanzata dalla triade Malagò-Maldini-Leonardo. Dietro il no di Guardiola non ci sono soltanto motivazioni personali: il progetto azzurro, forse, non è riuscito a superare tutti i dubbi del catalano. Non per la serietà del piano dei nuovi vertici federali, che hanno finalmente deciso di ripartire dalle fondamenta per rifondare il calcio italiano con un programma a lungo termine, ma per il momento storico attraversato dal nostro movimento. Un calcio che ha incassato l’ennesimo duro colpo, fallendo per la terza volta consecutiva la qualificazione ai Mondiali.

Cosa c’è davvero dietro il rifiuto a Maldini e Leonardo: non c’entrano i soldi

Se un Paese che ha vinto quattro volte la Coppa del Mondo, secondo soltanto al Brasile nell’albo d’oro, ha saltato gli ultimi tre appuntamenti iridati e soprattutto fatica a produrre nuovi talenti e a costruire un bacino di 30-40 calciatori capaci di mettere davvero in difficoltà un commissario tecnico nelle scelte, significa che il problema è ormai profondo, la crisi (quasi) irreversibile. Maldini e Leonardo hanno promesso di voltare pagina, tagliando i ponti con il passato per avviare una rifondazione totale sul modello di un progetto lungo 8-10 anni, con l’obiettivo di “creare un movimento che coinvolga tutti”. Il nuovo ct dell’Italia, infatti, non sarebbe stato chiamato soltanto a riportare la Nazionale ai Mondiali, ma ad abbracciare un’autentica ricostruzione.

E, come spiegato dal neo direttore tecnico azzurro, la scelta di Guardiola non è stata condizionata dalla questione ingaggio. “L’aspetto economico non è in alcun modo rilevante”, aveva chiarito ieri, prima del ‘niet’. A pesare, probabilmente, è stata soprattutto la fotografia attuale del calcio italiano. Guardiola, fatta eccezione per la breve esperienza al Barcellona B, ha allenato soltanto realtà di vertice come Barcellona, Bayern Monaco e Manchester City: club costruiti per vincere, con strutture, mentalità, rose di primissimo livello e risorse illimitate. Questo non significa che Pep non fosse disposto a mettersi in discussione. Anzi, una sfida del genere avrebbe avuto un fascino enorme. Ma forse la verità è un’altra: è il calcio del Belpaese, oggi, a non essere ancora pronto per Guardiola. Un paradosso considerando che fino a poco più di vent’anni fa era l’Italia il punto di riferimento mondiale, mentre la Spagna inseguiva. Anche allora, però, i primi segnali di declino erano già presenti: scricchiolii che non furono ascoltati e che oggi hanno trasformato una crisi momentanea in un problema strutturale.

Perché l’Italia non è (ancora) pronta per Guardiola

C’è poi una questione puramente tecnica. Guardiola è un innovatore, un allenatore dalle intuizioni geniali e dai principi chiari: costruzione dal basso, dominio del possesso, occupazione degli spazi e valorizzazione del talento tra le linee. Un calcio che ha bisogno non solo di interpreti di livello assoluto, ma anche di una cultura condivisa all’interno del sistema. L’Italia di oggi non dispone di un Rodri, di un Haaland o di tutti gli altri campioni che hanno accompagnato il ciclo vincente del Manchester City. Ma il problema non è soltanto legato ai singoli. La Nazionale, così come gran parte dei club di Serie A, non ha ancora interiorizzato quei principi di gioco che hanno reso Guardiola un riferimento mondiale.

Non significa che il calcio italiano sia ancora fermo al vecchio stereotipo del catenaccio esasperato, un’etichetta ormai superata. Ma è innegabile che il modello di Pep, fatto di pressing organizzato, possesso e coraggio nella gestione della palla, non sia ancora diventato patrimonio comune del nostro movimento. I risultati recenti delle squadre italiane in Europa hanno evidenziato proprio questo divario culturale e tattico rispetto ai top campionati.

Per la rivoluzione Guardiola avrebbe avuto bisogno anche del sostegno dell’intero sistema, a partire dagli stessi allenatori. Servirebbe un cambio di mentalità: superare la logica del “corto muso e delle difese a tre costruite principalmente per proteggere il risultato, per abituare calciatori e club a un calcio più propositivo e moderno. Pep non può non aver valutato anche questo aspetto prima di dare la sua risposta definitiva a Maldini e Leonardo. Per avere Guardiola alla guida dell’Italia sarebbe servito un terreno già pronto ad accogliere le sue idee. E quel terreno non lo è ancora. Non per colpa di chi sta provando, mettendoci la faccia, a lasciarsi alle spalle un calcio rimasto troppo a lungo ancorato al passato.

Autore
Virgilio.it

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