Guai a cascarci! Le dimissioni pretese da Meloni sono solo uno spot pubblicitario
- Postato il 25 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Giorgia Meloni in versione “Sea-Tiger” prova l’Operazione sottoveste, ma guai a cascarci: le responsabilità politiche non si cancellano con un po’ di schiuma, il suo governo è ormai senza credibilità.
Basta farsi una domanda semplice: se avesse vinto il “Sì” al referendum la Meloni avrebbe preteso le dimissioni di Delmastro, Bartolozzi e Santanchè? Li avremmo forse visti tutti insieme a festeggiare affacciati a qualche balcone o attovagliati ridanciani con davanti enormi bistecche al sangue appena scottate da mani esperte. Le dimissioni pretese sono invece soltanto uno spot pubblicitario, un diversivo a metà strada tra il classico “capro espiatorio” cui addossare la responsabilità della sconfitta ed un tributo postumo ad una intransigenza morale soltanto ostentata.
Dai “tubi del sommergibile-Palazzo Chigi” provano a sparare gli ultimi artifici per sottrarsi al peso della verità ormai emersa in tutta la sua evidenza: la Repubblica è sempre meno sicura con questo governo.
Infatti mentre noi continuiamo a chiedere come sia nata la relazione tra Andrea Delmastro e Miriam Caroccia, dovremo anche chiedere, persino con maggiore preoccupazione, da quando la Presidente del Consiglio fosse informata di questa situazione e come lo fosse stata: sarebbe davvero curioso scoprire che nessuno l’avesse avvertita e che nessuno avesse avvertito il sottosegretario alla Giustizia con la delicatissima delega al Dap. Questo delle informazioni “salva-vita” è il nodo che segna molte vicende governative e che segnala o una sotterranea guerra permanente di potere interna a FdI o una inaccettabile imperizia ai vertici degli apparati di sicurezza del Paese. In entrambi i casi ce ne sarebbe abbastanza per togliere ogni fiducia a questo governo.
Agenzie di informazione per la sicurezza della Repubblica che da un lato spiano niente meno che il capo di gabinetto della Presidente del Consiglio, costretto a sporgere denuncia, dopo essersi verosimilmente prodotti in un maldestro tentativo di “infiltrazione” nell’auto dell’allora “mister-first” Andrea Giambruno, dall’altro inducono il ministro della Difesa a lanciare inauditi e mai chiariti allarmi nel settembre del ’24 (sostanzialmente: hanno messo a rischio la sicurezza nazionale ficcando il naso negli affari miei), creando nel frattempo giganteschi imbarazzi con la vicenda Paragon (i giornalisti illegalmente intercettati formalmente non dai nostri servizi, ma nello stesso momento e con le stesse modalità in cui i nostri servizi intercettavano altri soggetti fuori dal perimetro del divieto di legge), con la vicenda Almasri (possibile che il generale libico fosse a Torino all’Holiday Inn di piazza Massaua, quello a dieci minuti dallo Stadio e a un minuto dagli stabilimenti Leonardo, senza una adeguata “scorta” nostrana?) ed infine con la clamorosa vicenda Crosetto-Dubai, col ministro della Difesa che sorpreso dalla guerra fuori dai confini dirà, sostanzialmente, ho chiesto se c’era pericolo e mi hanno detto “vai pure, tutto a posto!”. Per tacere delle enormi zone d’ombra legate alla vicenda Striano-Laudati, con la presidente Colosimo che mette nero su bianco nella sua relazione che la denuncia tempestiva e circostanziata del ministro Crosetto avrebbe prodotto un risultato meschino a causa della magistrata romana di “prime cure” poi clamorosamente promossa dal ministro Nordio.
Insomma: dopo valanghe di retorica adoperate dal governo sulla sicurezza, c’è da dubitare seriamente della sicurezza del nostro Paese.
Intanto l’ombra del possibile rapporto tra esponenti apicali del partito di governo e la mafia continuerà ad offuscare quel che resta della luce platinata della Presidente del Consiglio, per questo bisognerà fare molta attenzione non soltanto alle carte del processo nato dall’operazione “Affari di famiglia” ma anche a quelle del processo Hydra che si sta celebrando con rito ordinario a Milano. Un processo di cardinale importanza perché riguarda il consorzio formato tra mafie diverse che in nome del profitto hanno trovato un accordo per spartirsi una delle piazze più importanti d’Europa ovvero Milano. Al “tavolo” ci stanno tutti, dai parenti del compianto Messina Denaro, ai luogotenenti di quei Senese protagonisti dei misfatti romani.
Una settimana fa a Torino è stato trovato impiccato in cella Bernardo Pace, condannato nell’abbreviato di Hydra, aveva deciso di collaborare con i magistrati milanesi e sarebbe presto uscito dal carcere ed inserito in un programma speciale di protezione. La Procura di Torino ha aperto un fascicolo. Intanto nelle segrete stanze di Chigi si sussurra “Possiamo esser rosa ed essere vivi grazie a un reggiseno, però siamo vivi”. Ma questo è un altro film.
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