Golfo: «In Italia alle donne il merito non basta, in Calabria ancora di più»
- Postato il 29 settembre 2026
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Golfo: «In Italia alle donne il merito non basta, in Calabria ancora di più»
In Italia il merito non basta alle donne e in Calabria ancora di più; parla Lella Golfo, presidente Fondazione Bellisario: «Qui per creare una cultura dell’ascensore»
IL suo nome è legato alla prima legge italiana sulle quote di genere: la legge Golfo-Mosca, approvata nel 2011 e indicata dalla Commissione Ue come esempio per l’Europa. La normativa introduceva l’equilibrio di genere nei Consigli d’Amministrazione delle società quotate in Borsa e delle controllate dalle amministrazioni pubbliche. Ma l’impegno di Lella Golfo – giornalista e politica reggina – per la parità di genere nasce molto prima e nella sua Calabria, dove le prime battaglie al fianco delle gelsominaie della costa jonica reggina e delle raccoglitrici di olive delle Piana la portano a intrecciare la questione femminile con quella del Mezzogiorno.
Nel 1989 – a un anno dalla morte di Marisa Bellisario, pioniera delle donne manager – crea il premio in sua memoria e due anni dopo istituisce la Fondazione, di cui oggi è presidente. Pochi giorni fa, con la Fondazione Bellisario, è stata a Reggio, all’Università Mediterranea per la firma di “Gender Space Network per il futuro”, un accordo triennale che mette la rete nazionale di imprenditrici e professioniste della Fondazione a disposizione delle studentesse attraverso mentoring, orientamento, testimonianze e percorsi di avvicinamento al mondo del lavoro. A margine della firma, ha risposto ad alcune nostre domande.
Presidente Golfo, in Calabria le giovani donne sono più istruite dei loro coetanei uomini. Eppure, il tasso di occupazione, anche in questo caso, resta più alto per gli uomini e con un gap superiore al dato nazionale. Perché il vantaggio nell’istruzione non si traduce in un analogo vantaggio nel lavoro?
«È il paradosso italiano, e in Calabria si manifesta in forma ancora più grave. Pesa la segregazione orizzontale – le donne restano concentrate in settori meno remunerativi – e pesa l’assenza di politiche di conciliazione che spingono molte a rinunciare o a ridimensionare le proprie ambizioni. La verità, purtroppo, è che in Calabria come nel resto del Paese il merito, da solo, non basta: servono infrastrutture sociali, servizi e una rivoluzione culturale che riconosca il talento femminile come leva di sviluppo.
La mia battaglia per introdurre le quote nei CdA delle società quotate e partecipate partiva da questo dato di realtà: un sistema economico “malato” a cui serviva un antibiotico per guarire. Quella “forzatura” ha funzionato portando le donne dal 5% al 45%. Oggi mi sembra che la politica, il governo del Paese e della Regione, siano più attenti alla “questione femminile”. Da una parte, i numeri hanno dimostrato che senza il contributo femminile non si cresce. Dall’altra lo spettro della crisi demografica ha messo il tema del lavoro femminile in cima all’agenda. Sono fiduciosa».
È proprio su questo passaggio dall’università alla professione che interviene “Gender Space Network per il futuro.” Che cosa può fare concretamente una rete di imprenditrici e professioniste per aiutare le giovani laureate a trasformare competenze e formazione in opportunità di lavoro?
«Una rete come il Gender Space Network può fare esattamente ciò che il mercato da solo non fa: creare connessioni reali tra chi il lavoro lo genera e chi ha le competenze per farlo crescere. Concretamente, significa mentoring — affiancare a ogni giovane laureata una professionista affermata che la guidi, la consigli, le apra porte che altrimenti resterebbero chiuse. Significa orientamento mirato, per aiutare le ragazze a leggere il mercato e a posizionarsi nei settori dove la loro formazione può davvero fare la differenza. Significa tirocini di qualità dentro imprese guidate da donne, che diventano palestre di leadership e non parcheggi sottopagati. E significa anche creare una cultura dell’ascensore: noi che siamo arrivate abbiamo il dovere di rimandarlo giù, per far salire le altre».
Molte giovani qualificate lasciano il Mezzogiorno per trovare opportunità professionali più coerenti con la propria formazione. Cosa pensa dell’iniziativa sul reddito di merito? Certo, è per tutti, non è un’iniziativa di genere, ma visti i dati sui laureati calabresi e sul loro rendimento, è prevedibile che interesserà una larga fetta di studentesse.
«Il reddito di merito è una misura intelligente e coraggiosa, e va riconosciuto al presidente Occhiuto di averla voluta. Ed è vero che, visti i dati sulle studentesse calabresi — più brave e più regolari negli studi dei colleghi maschi — la misura interesserà in larghissima parte proprio le ragazze. Detto questo, da sola non basta. Trattenere i talenti all’università è il primo passo; il secondo, quello decisivo, è offrire loro un lavoro all’altezza dopo la laurea. Se formiamo eccellenze per poi regalarle ad altre regioni, il reddito di merito rischia di diventare un investimento a fondo perduto per la Calabria. Va quindi accompagnato da politiche attive per l’occupazione qualificata: incentivi alle imprese che assumono laureati, sostegno all’imprenditoria giovanile e femminile, collaborazioni stabili tra atenei e aziende. La misura è ottima, ma è l’inizio di un percorso, non il traguardo».
L’accordo dedica particolare attenzione a patrimonio, cultura e turismo, settori strategici per la Calabria. Come si può trasformare questo patrimonio in occupazione qualificata e percorsi professionali duraturi per le giovani donne, evitando che resti confinato soprattutto al lavoro stagionale?
«La Calabria ha un patrimonio culturale e paesaggistico che poche regioni al mondo possono vantare. Ma un patrimonio non è automaticamente un’industria: lo diventa se viene gestito con competenze manageriali, digitali e progettuali. Per uscire dalla trappola della stagionalità bisogna costruire filiere integrate: turismo esperienziale, culturale, enogastronomico, slow tourism che duri dodici mesi l’anno. E qui le giovani laureate possono essere protagoniste: servono archeologhe che diventino imprenditrici della valorizzazione, storiche dell’arte che creino start-up per la fruizione digitale dei beni culturali, esperte di marketing territoriale che raccontino la Calabria al mondo. L’accordo che abbiamo costruito punta proprio a questo: non lavoro occasionale, ma percorsi professionali duraturi, dove le competenze femminili — che sono spesso più trasversali e creative — diventano il motore di un’industria culturale finalmente all’altezza del patrimonio che abbiamo».
Quanto pesa ancora, nel percorso professionale delle donne, la difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare?
«Pesa in modo drammatico, e al Sud pesa il doppio. Al Nord una giovane madre può contare su una copertura di asili nido che, pur insufficiente, esiste; in Calabria e nel Mezzogiorno i posti disponibili coprono meno del 20% del fabbisogno, contro un obiettivo europeo del 45%. Il risultato è che la conciliazione ricade interamente sulle spalle delle donne, e quando non si concilia si rinuncia: al lavoro, alla carriera, all’indipendenza economica. È una questione di libertà, oltre che di Pil. Servono asili nido, certamente, e il Pnrr ha stanziato risorse che vanno spese bene e in fretta. Serve colmare il gap salariale perché nella gestione del patrimonio familiare non sia la donna il soggetto debole. Ma serve anche una trasformazione culturale: la cura dei figli non è un affare da donne, è una responsabilità genitoriale condivisa».
Tiriamo le somme, mi indica tre interventi concreti che la Calabria dovrebbe mettere in campo per trattenere e valorizzare le giovani laureate?
«Il primo è un sistema strutturato di orientamento e mentoring che parta già dall’università e accompagni le ragazze fino all’inserimento professionale. La Fondazione Bellisario lo fa da quarant’anni con risultati straordinari. Il secondo è un pacchetto di incentivi mirati: decontribuzione per le imprese che assumono giovani laureate a tempo indeterminato, sostegno all’imprenditoria femminile con fondi di garanzia e accompagnamento, e premialità per le aziende che investono in certificazioni di parità di genere. Il terzo è una rete di servizi per l’infanzia e welfare territoriale che renda la conciliazione un diritto esigibile e non un lusso: asili nido, tempo pieno scolastico, centri estivi accessibili. Senza questo, ogni altra politica per l’occupazione femminile rischia di essere inefficace».
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