Gli israeliani arrivati dall’estero contro Netanyahu: “Se resta Bibi, non avremo più un Paese dove tornare” – Il reportage
- Postato il 27 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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A cena a casa di Yael Goldberg si parlano quattro lingue, da un paio di giorni. “Sono arrivati in sette per votare, ci siamo arrangiati”. Eithan è partito dal Portogallo con un volo low cost, lasciando a casa moglie e figli, “spostarci in quattro sarebbe costato troppo, almeno uno di noi due doveva partecipare”. Rachel ha deciso solo sei mesi fa di lasciarsi alle spalle tutto, a Tel Aviv, e trasferirsi vicino Roma “e quasi dimenticare di essere israeliana, evito di stare neanche con la comunità degli espatriati”, ma è dovuta tornare prima del previsto, per votare e per cercare di affittare il suo appartamento almeno per un anno. Noa alle elezioni non ha mai votato, in Israele non ci ha neanche mai vissuto, tolti alcuni anni da piccola, ma ad Amsterdam ha conosciuto Yuval e si è legata a lui, che viene da una famiglia progressista di Tel Aviv e l’anno scorso ha fatto la scelta di lasciare il Paese “per andare in un posto dove non si parla soltanto di guerra e sopravvivenza”. Non ce l’ha fatta ad arrivare il figlio di Lizzie Doron, autrice israeliana nota anche in Italia per il suo romanzo Cinecittà in cui confronta la sua esperienza di figlia di sopravvissuti all’Olocausto con quella di un palestinese di Silwan vissuto sotto occupazione. “Ha deciso due giorni fa, e i voli da Berlino erano già tutti pieni”.
È un fenomeno non inedito, su circa 7,3 milioni di israeliani con diritto di voto circa 810 mila risiedono ufficialmente all’estero, il voto per corrispondenza non esiste e possono votare da fuori i confini solo diplomatici e militari. Ma stavolta ha preso misure inedite, e preoccupa Benjamin Netanyahu perché tanti, non lo nascondono, sono rientrati per qualche giorno solo per mandarlo a casa. Un indizio di questa tendenza lo fornisce i numeri degli iscritti all’American–Israel Democracy (Aid) Coalition, che nel 2023, durante i mesi turbolenti delle proteste contro la riforma della giustizia tentata dal governo Netanyahu e prima del 7 ottobre, ha creato l’iniziativa Fly&Vote per incoraggiare i cittadini israeliani all’estero a prendere parte alle scelte politiche israeliane. Secondo Aid, 67mila israeliani hanno preso un aereo per rientrare in Israele e votare oggi. La metà dagli Usa, un altro 37% da Europa Uk inclusa, tre quarti di loro non lo aveva fatto nel 2022. “Quando abbiamo creato Fly&Vote avevamo l’impressione che ci sarebbero state elezioni imminenti e che sarebbe stato importante aumentare la consapevolezza degli israeliani all’estero rispetto alla possibilità di votare”, racconta Ora Peled-Nakash di Aid. Da allora sono passati più di tre anni.
A Netanyahu l’organizzazione non è mai andata giù. Nonostante in passato abbia provato a far passare una leggere per correggere quest’altra unicità di Israele nel panorama delle democrazie occidentali e consentire ai residenti all’estero un voto per corrispondenza, quest’anno si è schierato contro l’idea. Il motivo sta nei sondaggi: si stima che gli espatriati non siano più radicali di destra amici el Likud, come negli anni 90, ma per lo più progressisti. Il Likud ha provato a denunciare Fly&Vote in tribunale accusandolo di corrompere gli israeliani offrendo loro biglietti aerei in cambio di un voto anti–governativo. “Non paghiamo i voli a nessuno, facciamo solo informazione”, dice Ora. Le cause sono state ritirate prima ancora di arrivare sul tavolo dei procuratori perché considerati incoerenti. Un charter, Fly&Vote lo ha anche pagato: per rimpiazzare un volo Tap dal Portogallo che avrebbe lasciato a piedi centinaia di israeliani.
I politologi invitano alla cautela: tra i votanti esteri vanno calcolati anche molti haredi, ultraortodossi, che arrivano da Brooklin e dagli States. Ma è un dato di fatto che dal 2023 il saldo migratorio israeliano è negativo nonostante l’alyiah, come non è mai stato. Il Paese di arrivi e partenze per eccellenza, dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza ha perso 20 mila cittadini l’anno, almeno. Shlomit, di Haifa, per esempio è partita con il marito a Manchester a settembre 2023. Motivo: il “costo della vita. Con due figli e pur avendo buoni lavori nel settore del Tech, non arrivavamo a fine mese”. Poi c’è stato il 7 ottobre e il seguito. Ora è la prima occasione per interrompere questa corsa su un piano inclinato”.
“Ho detto a mio marito: stavolta ci vado anche a nuoto, se necessario!”. Assicura che come lei tanti israeliani dal Regno Unito hanno preso voli in cerca di un “cambiamento, una commissione d’inchiesta sul 7 ottobre, un governo che lavori per noi e si prenda le sue responsabilità”. Sembrano le parole di Gadi Eisenkot o di un altro dei leader del campo “anti–Netanyahu”. Musicista uscito dal 1997 per gli Usa, anche Shai ha sentito la stessa urgenza: “I miei figli vanno a scuola a New York e subiscono l’effetto delle decisioni di Netanyahu. Tutta la comunità ebraica li subisce: se è aumentato l’antisemitismo il motivo è a Gerusalemme, non altrove”.
Finora era rientrato per votare solo nel 2015. “Sono sconvolto e mi vergogno di quello che è successo dal 7 ottobre in poi. Compreso il modo in cui Israele ha condotto la a Gaza. Non ho mai visto un premier che resta in carica dopo una cosa del genere. Dobbiamo sbarazzare di questo regime e cercare una nuova rotta, verso la pace. Spero che gli israeliani capiscano che non c’è alternativa a collaborare con i partiti arabi: rappresentano il 20% della popolazione“. È lo stesso pensiero che formula Yuval, che ce l’ha con Netanyahu perché ha rovinato la vita agli ebrei in giro per l’Europa: “Io protesto dal 2015, Israele deve parlare di pace, non continuamente di guerra e sopravvivenza. Sento che se Netanyahu vince di nuovo in poco tempo non avremo più un Paese dove tornare”.
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