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Giovanni Terzi: "Sindaco di Milano? Io ci sono, uniti si vince"

  • Postato il 30 agosto 2026
  • Milano
  • Di Libero Quotidiano
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  • 12 min di lettura
In sintesi

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Giovanni Terzi: "Sindaco di Milano? Io ci sono, uniti si vince"
Giovanni Terzi: "Sindaco di Milano? Io ci sono, uniti si vince"

Giovanni Terzi, immagino sappia di essere tra i papabili per la corsa a sindaco di Milano. Anzi, tra i favoriti del centrodestra.
«Sono grato e felice che si faccia il mio nome e sono convinto che il centrodestra vincerà se unito. Ma lavoro con spirito di servizio e sarei pronto a collaborare con chiunque venisse scelto».

Quindi potrebbe fare anche l’assessore?
«Non cerco posti o poltrone. Darei il mio contributo se ce ne fosse bisogno».

Un po’ democristiano come discorso...
«Venendo da una lunga esperienza amministrativa, ho grande rispetto della politica e delle sue scelte».

Riassumo per la cronaca: casa all’Arco della Pace, diploma al liceo Gonzaga, laurea al Politecnico, giornalista, scrittore, un passato pieno di politica, un presente vulcanico al fianco di Simona Ventura (cito testuale: “noi siamo uno”), una tribù di figli costellata d’amore e un cane appena arrivato di nome Tony, perché era il solo nome che metteva d’accordo tutti.

Cosa manca?
«Il grande amore per Milano. Mi ha dato tutto».

Ma la politica non decide e sembra che il dilemma (uno dei tanti) sia tra il profilo civico o politico.
«Sono dell’idea che ci voglia un candidato che abbia capacità e sensibilità politica».

Sembra una stoccata ad Antonio Civita, patron del Panino Giusto, che ha detto di non essere interessato ad altri ruoli all’infuori del sindaco. A meno che ci sia un progetto accattivante.
«Uno deve capire che in politica certe frasi e fughe in avanti possono fare male ed è preferibile muoversi all’interno della coalizione che ha scelto. Vengo da una famiglia di un certo tipo e ho relazioni con pezzi della società civile e del centrosinistra ma prima di tutto opero nell’alveo di un centrodestra compatto e unito».

Insomma, ci vuole un nome che venga dal centrodestra ma sia in grado di pescare nella sinistra delusa da Sala?
«Quando fu eletto Albertini nell’97, andò alle urne il 72% dei milanesi. Con Sala, nel 2021, il 47%. Significa che abbiamo perso un pezzo di città che non si sente più rappresentato dalla politica, ovvero il ceto medio». La lista civica sarebbe importante? «Prematuro parlarne. Quello che accadrà al momento della scelta del candidato lo decideremo coi partiti».

Come vede Milano?
«Si è sviluppata in maniera straordinaria ma ha smarrito le sue radici e la sua anima. Giovanni Bozzetti, presidente di Fondazione Fiera, l’ha spiegato chiaramente nell’intervista al vostro giornale. Abbiamo una città che è la più importante capitale economica e culturale del Paese, ma ha perso il radicamento nel territorio, i rapporti di vicinato, la vivibilità, i servizi al cittadino...».

E come si fa a riportare al voto i milanesi?
«Dobbiamo essere capaci di diventare popolari, ovvero tornare in mezzo alla gente. In questo Meloni è bravissima ed è un esempio».

Le anime sono tante però.
«La politica deve dare ascolto alla Milano dei salotti e anche vivere nei cortili. Immagino una politica che voli alto restando coi piedi per terra e recuperando la città col coeur in man che ci ha reso straordinari».

Ci faccia un esempio.
«Sembra una banalità ma quando uno non si sente rappresentato vive male la quotidianità. La sicurezza è un tema che riguarda il presidio del territorio, ma anche la solidarietà e la capacità di richiamare i milanesi che sono fuggiti dalla città perché viverci era diventato impossibile».

Sembra un programma di governo.
«Non lo è. Le indico solo le priorità per Milano. E la dignità della persona è al primo punto».

Che altro?
«Il decoro delle periferie. Se analizziamo i dati delle zone vedremo come il centrodestra abbia perduto consensi al Niguarda e alla Barona, ovvero nelle periferie dove si è persa l’idea di comunità».

Non facile restituire un’identità e un’anima ai quartieri.
«Le dico una cosa demagogica: se tu hai perseguito la trasformazione digitale dell’amministrazione ma un anziano non sa cosa siano lo spid e il puk, a quell’uomo non avrai reso un servizio, l’avrai soltanto isolato».

Dunque che si fa?
«I municipi di zona devono tornare ad essere luoghi di raccordo dove un anziano possa recarsi e trovare il sostegno che chiede. Poi la casa. Serve un’edilizia che coniughi pubblico e privato per aiutare chi non ce la fa con gli affitti di adesso».

Che voto darebbe a Sala?
«La sufficienza per essere riuscito a catalizzare le attenzioni degli investitori esteri, anche grazie ai piani di riqualificazione di Albertini e all’Expo della Moratti. L’insufficienza, per aver scordato il suo popolo. Si vede dalle buche in strada, dal disagio delle periferie, dai tanti che dormono sui marciapiedi».

Quanto conta il voto dei moderati?
«Sono parte fondamentale di entrambe le coalizioni e la politica è l’arte di mettere insieme. Berlusconi era maestro in questo».

E di Vannacci che cosa pensa?
«Se parliamo di Milano serve una persona che riesca a essere punto di raccordo del centrodestra. Poi c’è un livello superiore che attiene alla politica nazionale. E questa deve decidere cosa fare con Vannacci. Detto ciò, se il generale parla di rastrellamenti, faccio fatica a comprenderlo perché mi ricorda un passato violento e terribile. Le parole vanno misurate».

Tanti anni fuori dalla politica. Perché?
«La politica ha sempre permeato la mia vita. Stavo in silenzio per evitare di fare la figura dell’ex assessore rancoroso che rompe le palle».

Cosa ricorda degli anni con la Moratti?
«Un sindaco con cui potevo dialogare e con cui potevo progettare le cose senza ricevere mai una censura».

Sarebbe felice Simona della sua candidatura?
«Sto vivendo una storia di amore meravigliosa e lei è tutto per me. Ne abbiamo parlato con grande profondità e devo dirle che Simona è ancora più entusiasta di me. Questa città le ha dato grandi opportunità dal punto di vista umano e professionale. Qualora fossi io il candidato sindaco sarebbe al mio fianco con grande convinzione».

Una coppia fortissima.
«La cosa che mi piace molto di questo amore è l’idea di avere accanto una donna forte con talenti straordinari. Non sono solo i risultati e la personalità incredibile che conoscete, ma ciò che trasmette ai suoi figli, a me e a chiunque le sia vicino. Mi ha salvato la vita. I miei figli mi dicono sempre che da quando sono con lei sono una persona migliore. Per me è tutto ciò che conta».

Fosse lei il prescelto, chi vorrebbe come avversario, Majorino o Calabresi?
«Non sottovaluto nessuno dei due. Diciamo che Majorino è tosto. E ha i piedi per terra».

La prima cosa che farebbe da candidato?
«Costruire un programma condiviso. So che i partiti hanno lavorato tanto su Milano e, al netto delle idee che un candidato sindaco può portare, è importante fare sintesi tra le sensibilità di tutte le forze politiche».

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Autore
Libero Quotidiano

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