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Giornalisti sfruttati e contratti fermi, ma per la Fnsi il problema è Israele

  • Postato il 31 agosto 2026
  • Italia
  • Di Libero Quotidiano
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  • 7 min di lettura
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Giornalisti sfruttati e contratti fermi, ma per la Fnsi il problema è Israele
Giornalisti sfruttati e contratti fermi, ma per la Fnsi il problema è Israele

Giornalisti sottopagati, posti di lavoro a rischio, un contratto nazionale che non viene firmato da dieci anni, il futuro della professione sempre più incerto fra sviluppo dell’Intelligenza Artificiale e forme di comunicazione senza intermediazione editoriale. I problemi del settore giornalistico sono davvero tanti, eppure la Federazione nazionale della stampa italiana non trova di meglio che concentrare le sue energie sui problemi mediorientali letti e interpretati in un’ottica assolutamente di parte. La Fnsi ha infatti fatto sapere di aver aderito ad un appello e ad una mobilitazione contro il disegno di legge sull’antisemitismo che, dopo essere stato approvato dal Senato nel marzo scorso, inizierà il suo iter alla Camera mercoledì 9 settembre. A firmare l’appello, la Federazione si trova in compagnia di una vasta e varia galassia di associazioni e sigle riconducibili alla sinistra pro-Pal più estremista, quella per intenderci che considera Hamas un interlocutore affidabile e Israele uno stato canaglia tutto intento a portare a termine un genocidio nella striscia di Gaza.

Un’interpretazione che capovolge la realtà e accredita un’organizzazione terroristica delegittimando nel contempo l’unica democrazia mediorientale, cioè l’unico Stato che in quell’area geografica garantisce quella libertà di stampa e di espressione che dovrebbe stare a cuore più di ogni altra cosa ai giornalisti. La smemorata compagnia, diciamo eufemisticamente così, si ritroverà davanti a Montecitorio lo stesso giorno in cui inizierà la discussione nella Commissione affari costituzionali per quello che viene annunciato come «un grande presidio e una maratona di interventi». Come è noto, questa reductio ad hitlerum di Israele, ormai in corso da mesi, è promossa da potenti organizzazioni internazionali e, in ultima istanza, dalla stessa Hamas. Intorno alla mobilitazione messa in opera si sono aggregati gruppi di antagonisti di ogni tipo, non esclusa la galassia anarchica più violenta. Come ha rilevato un articolo di Francesca Musacchio su Il Tempo, il terrorismo anarchico anti-ebraico ha il suo epicentro operativo in Italia, ove l’anno scorso si sono concentrati undici dei dodici attentati di matrice anarchica avvenuti nell’intera Unione Europea. Il tutto con la nefasta conseguenza della diffusione di un sentimento di antisemitismo più o meno consapevole anche in frange di popolazione più ampie di quelle più attive.

È per questo motivo che il governo ha ritenuto necessario intervenire con urgenza mettendo a punto una serie di nuove norme assolutamente non di tipo penale, ma tutte tese alla formazione, alla prevenzione e al monitoraggio della situazione. Il primo problema che si è posto il legislatore è stato quello di definire con precisione il fenomeno. A tal proposito, è stata adottata la definizione dell’Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto (IHRA), stabilita nella plenaria tenutasi a Bucarest il 26 maggio 2016. La formulazione ammette in modo categorico, come si legge nel sito dell’associazione, che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”.

Inutile dire che gli organizzatori dell’appello e del sit-in romano, fortemente ideologizzati, non ne hanno tenuto minimamente conto nel motivare la loro mobilitazione contro quella con non troppa fantasia viene definita una “norma bavaglio”. La nota che hanno diffuso, infatti, è tutta basata sull’assunto assolutamente falso che il Ddl in gestazione impedirebbe questa critica. «Criticare Israele - viene detto- non è antisemitismo, ma un diritto costituzionale che va salvaguardato per il bene della nostra democrazia e dei diritti umani». E chi lo ha mai negato? La vicenda dimostra come ormai la lotta per il controllo e la manipolazione dell’informazione non abbia più timore di costruire post-verità. Che ad accreditare questa deriva siano organizzazioni che dovrebbero invece difendere i giornalisti e fare da “cani da guardia” del potere, è a dir poco bizzarro.

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Autore
Libero Quotidiano

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