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Gianluigi Nuzzi: "Dalla piazza con papà allo scoop su Garlasco: io, rigoroso entusiasta"

  • Postato il 7 giugno 2026
  • Personaggi
  • Di Libero Quotidiano
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  • 15 min di lettura
Gianluigi Nuzzi: "Dalla piazza con papà allo scoop su Garlasco: io, rigoroso entusiasta"
Gianluigi Nuzzi: "Dalla piazza con papà allo scoop su Garlasco: io, rigoroso entusiasta"

Al telefono ti parla come in televisione. È diretto, è preciso, non usa mai una parola fuori posto (ma, quando serve, non ci gira attorno). Gianluigi Nuzzi ha appena fatto ciò che il linguaggio da caserma dei giornalisti (quello che va per la maggiore nelle redazioni) definirebbe “un colpaccio”: ha intervistato, per la prima volta in diciannove anni, nel suo Quarto grado, Marco Poggi, il fratello di Chiara, la ragazza uccisa a Garlasco nell’estate del 2007 il cui delitto è probabilmente il giallo italiano più commentato di questo secolo. Però, se glielo chiedi, lui, 57enne, milanese, riservato, sembra quasi in imbarazzo. «A me ha commosso la nostra Martina Maltagliati - spiega che con una gravidanza al settimo mese, con quel suo bel pancione da dolce attesa, ha preso l’ennesimo treno, è andata a Mestre e ha condotto un’intervista così densa. Se c’è qualcuno a cui va il mio plauso è lei».

Dottor Nuzzi, è stato uno scoop, parliamoci chiaro. Tra l’altro Marco Poggi, al suo microfono, se l’è presa anche con l’esposizione mediatica eccessiva della vicenda che da tempo coinvolge la sua famiglia. Questa deriva esiste?
«Assolutamente. Non me ne voglia il dottor Napoleone (il procuratore capo di Pavia Fabio Napoleone, ndr), però io mi aspettavo, di fronte a un’indagine che desta un così forte allarme sociale, una procura della repubblica attenta anche a evitare che la gente finisse nelle ghigliottine delle fake news e della disinformazione. Invece l’unico comunicato afferente alle questioni mediatiche è dell’ottobre scorso ed è stato vergato per smentire quanto detto da Fabrizio Corona, che io ho querelato e che tornerò a querelare».

Perché l’ha accusata di aver dato un cachet di 50mila euro a Poggi?
«Ma, vorrei sapere, quella cifra da dove gli viene? Perché proprio 50mila e non 100mila a questo punto, o addirittura un milione? A Quarto grado il massimo che possiamo pagare è una pizza, mi creda. Forse un pernottamento o un volo aereo quando è necessario. Niente di più».

È mai stato nella villetta di via Pascoli?
«Ci sono stato e ho salutato con rispetto i genitori di Chiara che hanno tolto le lancette ai loro orologi. In quella casa è rimasto tutto identico a due decenni fa, eccezion fatta per il tappetino del bagno. Fa parte di un’elaborazione del lutto che i coniugi Poggi hanno vissuto in maniera estremamente graduale perché, di fronte a una cosa così spaventosa, quale genitore riesce a tornare alla normalità?».

Le rigiro la domanda, lei ha anche due figli: quale?
«A quelle condizioni si ricostruisce la vita con un buco nero nel mezzo, purtroppo. Mi faccia essere chiaro: i signori Poggi vanno rispettatati e capiti».

Ha perfettamente ragione. Il “caso Garlasco”, secondo il giornalista Nuzzi che ne ha visti e raccontati a decine, cos’è?
«Questa storia ha due punti senza precedenti. Il primo è che c’è una procura che riconsidera radicalmente quanto già stabilito dalla Corte di Cassazione e cerca di scrivere una pagina nuova. Questo, francamente, in Italia non è consueto».

Però è positivo?
«In apparenza è un segno di salute per una magistratura che ha un senso di autocritica profondo. Tuttavia la speranza, adesso, è che non si replichino le sciatterie viste e patite sulla vita di Alberto Stasi».

Certo. L’altro unicum a cui si riferiva?
«Per la prima volta non si è avuto nessun riguardo, e non si ha nessun riguardo, verso le vittime e i parenti delle vittime. Durante le indagini per l’omicidio di Yara Gambirasio, me lo ricordo bene, ci sono stati dettagli che non sono finiti nel palco mediatico per rispetto dei genitori di quella ragazzina. Chiara, invece, è stata oggetto di qualsiasi tipo di aggressione mediatica, così come è successo a suo fratello e alla sua famiglia. Per me è inconcepibile che un genitore debba difendersi da accuse propalate da chi vive non di informazione ma passa il tempo a lanciare cose nella rete solo per avere indietro un briciolo di visibilità».

La sua trasmissione non si è mai schierata né tra i colpevolisti né con gli innocentisti sul nuovo coinvolgimento di Andrea Sempio. Come mai?
«Perché quelle sono categorie da tifoseria che non mi interessano».

È l’ottima risposta di una persona abituata a essere estremamente rigorosa sul lavoro. Lo è altrettanto nella vita privata?
«Mano. Io sono un giornalista che fa errori. Ne ho fatti nel corso della mia carriera e non ho problemi ad ammetterlo pubblicamente.Per esempio, una volta mi sono sbagliato sulla memoria di Gianni Versace e poi, insomma, ho chiesto scusa. Che altro potevo fare?».

Be’, è un comportamento abbastanza raro al giorno d’oggi...
«D’accordo, ma io non voglio dare lezioni a nessuno. Guardi, sono fatto così. A me la sciatteria dà profondamente fastidio. Poi nella vita privata spero di essere anche altro, uso il sarcasmo, mi diverto con la dovuta leggerezza che abbiamo tutti, con le nostre contraddizioni che sono le scintille dell’esistenza, almeno lo sono della mia. Sul lavorativo sono molto fortunato».

Se sta per aggiungere che è perchè ha “la squadra migliore che esista”, sarò onesta: io ci credo, però le faccio presente che lo dicono tutti...
«Ovvio che un conduttore lo dica, ma nel mio caso è vero. Ho dei colleghi che sono più puntigliosi e attenti di me, quindi posso anche imparare da loro. Mi sembra una gran cosa, specie in un momento di svalutazione della nostra professione e di perdita della sua autorevolezza, dove tutto quello che diciamo serve solo a chi vuole trasformare il nostro Paese in uno nel quale ci si guarda in cagnesco e c’è un clima di guerriglia a bassa intensità che può favorire giusto chi calibra l’algoritmo di TikTok affinché valorizzi le fake news e smembri pezzi del tessuto sociale».

A proposito di TikTok: sui social network come se la cava?
«Su TikTok non ci sono. Però ho un profilo Instagram e lì tengo un dialogo con tante persone».

Cosa le dicono?
«Di tutto. C’è chi mi insulta, chi dà consigli, chi fa riflessioni. È interessante che una buona metà di quelli che insultano, se gli rispondi a tono ma comunque aprendo un dialogo, si scusano, sa? I social sono palline anti-stress di ultima generazione. Quando ero bambino mio papà mi portava in Piazza Duomo, a Milano, dove tutti i giorni si formavano decine di capannelli di persone che, senza conoscersi, si ritrovavano per parlare di politica, di società, di lavoro, d’Italia. Chi con la cravatta, chi senza, chi elegante, chi meno: ma parlavano, discutevano. Io ero piccolo e già allora trovavo quell’agorà strepitosa. Oggi è sui social e bisognerebbe solo normarla, magari introducendo il daspo per chi compie reati che, mi creda, possono anche uccidere».

Vero. Però non ce la vedo col telefonino che scrolla compulsivo le stories...
«Ho un limite, lo ammetto. Faccio un’enorme fatica a proporre una produzione continua di contenuti. Io vengo dalla scrittura di un libro ogni due anni, capisce? È come mettere una tartaruga in un circuito di Formula 1. Sono per le cartoline, vengo da quel tipo di formazione che rivendico. Eppure il mondo di oggi è digitale».

La tivù, la carta, il teatro (ha portato sul palco “La fabbrica degli innocenti”, titolo che dice tutto): in quale mezzo, per dirla alla McLuhan, si rivede di più?
«Ho fatto anche la radio, da ragazzo. La radio è strepitosa. Mi manca. Lei parla di “mezzo”, ma io lo intendo come “strumento”: e lo strumento migliore che c’è è il proprio entusiasmo. Bisogna seguirlo sempre, nella vita privata così come nel lavoro. Bisogna fidarsi di quella parte intuitiva di noi che nasce dall’entusiasmo. Le racconto una cosa: quando scrivo, sono così preso che non mi accorgo del tempo che passa. Posso stare dieci ore al computer e saltare il pranzo. Poi mi sveglio da questa specie di isolamento con i crampi allo stomaco, intendiamoci. Però, ecco, è la passione».

È un eterno entusiasta?
«Possiamo metterla così. Sì. Anche perché temo molto l’ossidazione. Questo lavoro può essere foriero di depressione, melanconia, senso di sconforto e fallimento, appunto ossidazione emotiva e sono tutte cose che per superarle hanno bisogno di un ventaglio di attività, di varietà».

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Autore
Libero Quotidiano

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