Gian Piero Amandola racconta il suo L’uomo del lunedì

  • Postato il 4 febbraio 2026
  • Cultura
  • Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – Il titolo strizza l’occhio a La donna della domenica, così come le prime pagine del romanzo, ma L’uomo del lunedì, Neos Edizioni, di Gian Piero Amandola ha una sua dignità autonoma assoluta e ci porta nella Torino di Carlo Torquato, il Pm napoletano che risolve i casi mentre si trova in stato di morte apparente.

A dirla tutta anche la vivace scrittura di Amandola ci riporta (con le dovute proporzioni) a Fruttero e Lucentini, e quella che ci racconta è una Torino, contemporanea, che fatica a trovare una sua nuova identità. In parte prova disperatamente a rimane agganciata alla sua storia economico-nobiliare passata, in parte cerca un futuro che non trova. Intanto però vive tra falsi pudori e delitti (forse) a sfondo sessuale.

E poi c’è Torquato, un Pm tradizionale per le sue caratteristiche di uomo del sud che lavora al nord senza mai dimenticare gli amori di casa (il caffè su tutti), ma unico per le sue modalità di indagine “ultraterrene.” Quando cade improvvisamente in uno stato di morte apparente, che può durare anche giorni, riesce a vedere le soluzioni dei misteri che deve risolvere. Peccato che poi, al “risveglio” non se le ricordi.

Intervista con Gian Piero Amandola

Cominciamo da Fruttero e Lucentini, così poi non ne parliamo più. Il libro è un omaggio evidente, con tanti riferimenti che ci riportano a quelle atmosfere, a quel mondo, a quella Torino. Cosa significano Fruttero e Lucentini per te?

F&L for ever, mi hanno insegnato a scrivere, in una intervista radiofonica (Rairadiouno), la regola principale me la dissero così “noi proviamo a scrivere, poi rileggiamo: fa ridere? Non fa ridere? Se non fa ridere: thsst (serissimo rumorista Fruttero) la strappiamo. E questo è il primitivo imprinting anche di questo romanzo che cerca di mettere insieme le due grandi emozioni dell’uomo: la paura e la risata. Insomma il giallo humour che è l’unico modo di definire La Donna della Domenica ad esempio, cioè una scrittura al di fuori del genere giallo che diventa pastiche letterario (forse meglio sarebbe dire pasticcino letterario) che stimola il gusto del lettore a tanti sapori letterari, a tanti giochi intellettuali fatti per ridere, per stupirsi e per pensare. Ovviamente trattandosi di Fruttero & Lucentini senza pretendere di insegnare niente ma di creare il divertimento e il piacere nelle pagine. Magari anche prendendo in giro i torinesi, loro ricostruiscono Torino, perché chi la abita ne possa ridere. Una bella impresa ma loro ci riescono

La Torino de L’uomo del lunedì è però una Torino di oggi, che cerca di costruirsi un nuovo volto e una nuova storia…

Beh, far ridere della Torino di oggi è ancora più difficile e richiede gusti più forti. Perché la lineare Torino degli anni ’70, città fabbrica, erede della città militare, sempre accampamento (castra come la consideravano gli antichi romani) con le sue strade quadrate non più attorno al comando militare, ma al comando industriale, la Fiat. Una città dove non esisteva il cerchio nella topografia, ma la cerchia, le cerchie attorno alla “Famiglia”, agli Agnelli. Una città, l’unica in Italia, in cui si chiedeva “Come sei nato'” per capire se eri nelle sfere alte vicine a chi guidava l’industria che guidava la città. Torino manteneva in qualche modo, una buffa, come fan capire F&L, struttura medioevale, con vassalli, valvassori e valvassini. Mobilità sociale zero, merito questo sconosciuto. Da qui nessuno penserebbe che sia nate le macchine più belle, e poi il cinema, la moda, la Tv. Invece è successo (poi regolarmente si è perso tutto). Invece la Torino di oggi è la città del “volo del calabrone”, perché fuggita la Fiat, non ha nessun motore preciso di sviluppo, quindi come il calabrone non potrebbe volare, invece pur con tutti i suoi limiti lo fa. Anzi più che di limiti bisognerebbe parlare di contrasti, di divisioni, non una ma cento Torino che si guardano di brutto, si odiano e all’interno di questi odi si sviluppa il mio romanzo, un omicidio in collina di un noto personaggio torinese (vero, un fatto di cronaca) un rentier che vive degli affitti delle sue case in collina e di altri affari in cui le cento Torino annaspano. E trovarne l’assassino è difficilissimo perché i sei colpi di pistola che gli squarciano il cranio potrebbero venire dai cento odi che lo circondavano.

Già, un omicidio in collina apre la strada alla vicenda portandoci a conoscere una serie di personaggi. Ad indagare è il Pm Carlo Torquato (i tuoi lettori lo conoscono già), che ha una caratteristica piuttosto inusuale. Cade in stati di morte apparente. Come è nato questo personaggio?

Il personaggio nasce intanto per ritagliarsi il primato di stranezze di cui vivono i gialli italiani oggi, dal poliziotto che balla con la moglie morta (Manzini) al detective che si trasforma in un gorilla di notte (Dazieri) a quello che ha l’ufficio in una lavanderia a gettone (Frascella). Beh, uno che indaga da morto non c’era ancora, un detective “revenant” cioè che torna al mondo dopo aver “visto” nelle sue morti apparenti le soluzioni del giallo, l’assassino, il problema è ricordarsene quando torna fra noi viventi. Ma l’originalità maggiore sta nel fatto che Torquace fa una sola vera indagine: quella su se stesso, sui suoi dolori, sulle difficoltà della sua vita, marchiata dalla morte di un suo indagato quando lui era, giovanissimo, nel Pool Mani Pulite che ovviamente lo emarginò perché non poteva certo macchiare l’immagine dell’Inchiesta che sembrava ripulisse l’Italia dalle malefatte dei suoi grandi nomi politici e industriali. (Morte e emarginazione avvenute veramente per un giudice finito a Torino di cui non faccio il nome). Torquace invece finisce prima a Cuneo e poi viene “promosso” a Torino. Ma la faccia del suo indagato (che si era soffocato infilando la testa in una borsa di nylon, poi rinchiusa così da non poter respirare) tormenta le notti e la carriera di Torquace in magistratura. Magistratura, Giustizia in cui peraltro non crede. E la sua visione negativa del mondo, della città, in questo romanzo molto torinese, lo porta a vedere i mali della città come inevitabile.

Intorno a lui si muovo piccoli delinquenti, prostitute ed eredi della vecchia aristocrazia cittadina. Qual è il panorama in cui si trova ad indagare?

Appunto la città divorata dagli odi, dalla immigrazione malriuscita che porta spaccio, microcriminalità e che forse entra, forse no, nella morte di Ellano. Ma una delle parti più humour è proprio nell’approdo dell’indagine alla Torino più scura, più di notte. Attorno alla macchina dove è morto il rentier è stata vista una donna, forse una prostituta e una parte del romanzo racconta e ride dei dialoghi fra i carabinieri che indagano sotto i lampioni per interrogare le prostitute sotto i lampioni. E la torinesità degli odi qua si svela con le mappe della prostituzione e dello spaccio che il romanzo diventa anche svelamento di Torino che si trova poco sui giornali ma che è vera. Le vere atmosfere della città, specie di notte, i luoghi i quartieri, i caratteri dei torinesi di questi anni.

E poi, come in ogni noir che si rispetti, c’è la femme fatale. Chi è Lucia Ellano?

La femme è veramente fatale perché l’emozione che dà a Torquace lo manda nella morte più apparente, più profonda per le emozioni che gli dà. Lei è bellissima ed è la figlia dell’assassinato. Lui attratto e un po’ impaurito perchè non si spiega il corteggiamento di lei, lei attratta dalle sfighe del Pm così diverso dagli uomini “così vuoti” che si fanno belli con lei. Attratta dalla possibilità di andare alle cronache, dal gusto della provocazione di farsi indagare come patricida, per uscire dalla noia, per fare pubblicità alla sua galleria d’arte. Soprattutto lei dà vità perché poiche il desiderio di lei, che provava Torquace, lo ha mandato in un aldilà temporaneo. Per il maresciallo siciliano è “questione di Pilu” e allora bisogna provare col contatto ravvicinato, di pelle, lei accetta e così abbiamo una scena forse d’amore forse no con un morto forse sì forse no.

Per chiudere facciamo un gioco (che faccio spesso e in questo caso mi pare abbia ancor maggior significato). Immagina una trasposizione cinematografica del tuo romanzo, quali attori ti piacerebbe interpretassero i tuoi personaggi?

Data la stazza di Torquace, un Favino un po’ più muscolare potrebbe essere il Pm, per il maresciallo direi Nino Frassica, per la figlia di Ellano una giovane attrice sexy tipo Chase Infinity, per l’assassinato forse Tony Servillo. La cosa più interessante per una trasposzione cinematrografica è che il romanzo è scritto un po’ come sceneggiatura, a parte le descrizione degli ambienti di Torino che potrebbero far innamorare i Torinesi, è un giallo molto basato sui dialoghi ed ha la città così come è come ambientazione.

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