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Garlasco, il post dell’amico suicida di Sempio sulla «verità che nessuno mai racconterà»

  • Postato il 26 maggio 2026
  • Di Panorama
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Garlasco, il post dell’amico suicida di Sempio sulla «verità che nessuno mai racconterà»

Nelle grandi inchieste giudiziarie, un dettaglio apparentemente minore può rivelarsi più significativo di tanti dettagli apparentemente maggiori. Fino a poco più di un anno fa, il caso di Garlasco sembrava chiuso — Alberto Stasi condannato in Cassazione il 15 dicembre 2015, e poi dieci anni inconcludenti di dibattiti e perizie —, e invece continua a generare frammenti inquietanti.

L’elemento in questione è un post pubblicato il 19 gennaio 2016 su Facebook da Michele Bertani, amico di Andrea Sempio. Poco più di un mese dopo la sentenza definitiva, Bertani scriveva: «La VeriTa Sta Nelle CoSe Che NeSSuno sa!! la Verità nessuno mai te la racconterà…». Grafia volutamente irregolare, maiuscole sparse, un tono da enigma archeologico. Fatto sta che, nello stesso anno, Bertani si tolse la vita.

La pista cabalistica di Garlasco

A riportare per prima la notizia — dopo un servizio di Chi l’ha Visto? andato in onda lo scorso 4 giugno 2025 — è stata la giornalista Rita Cavallaro (attualmente a Il Giornale), con un articolo sul Tempo del 10 giugno. La Cavallaro ha notato due cose particolarmente interessanti. La prima: quella frase non è originale di Bertani, ma è la citazione quasi letterale di La Verità, brano presente nel disco Vile Denaro dei Club Dogo, pubblicato nel 2007. La seconda, più scivolosa: il profilo Facebook di Bertani risultava intestato non al suo nome anagrafico, bensì a «Mem He Shin» — espressione che rimanda, nella Cabala ebraica, al quinto nome di Dio.

Da qui la decodifica proposta: estraendo le sole lettere maiuscole dal post — «A eria’ ta elle oe he euno sa» — e traducendo dalla lingua ebraica, si otterrebbe la frase «C’era una ragazza lì che sapeva». Cavallaro ha dunque riferito a Mattino Cinque News di aver ricevuto questa traduzione da due rabbini che non si conoscevano tra loro, i quali avrebbero fornito la medesima versione.

Il peso specifico del contesto

Vale la pena fermarsi un momento. L’interpretazione è — bisogna dirlo — di non semplice valutazione. Estrarre lettere maiuscole da una citazione rap e leggerle come ebraico traslitterato è un’operazione che richiederebbe una dimostrazione molto rigorosa.

Eppure, è proprio l’estrema complessità del contesto di Garlasco a dare valore a una simile interpretazione. Andrea Sempio, intercettato nel febbraio 2017, avrebbe detto del suo amico tragicamente scomparso: «Da zero a 18 anni tutte le ca**ate le abbiamo fatte assieme, tutte le cose le abbiamo fatte insieme». Una frase che, in un’intercettazione che riguarda un’inchiesta giudiziaria di tale portata, potrebbe suonare in modo diverso a seconda di chi la ascolta.

Un mistero che si alimenta in autonomia

Ma il vero soggetto di questa storia risiede nella natura stessa del delitto di Garlasco, che da quasi vent’anni produce nuovi strati di significato, nuove piste, nuovi personaggi. Bertani entra nella vicenda postumo, attraverso un profilo social ancora visitabile, con un nickname esoterico e una frase alterata. Il mistero, come certi testi sacri, sembra contenere sempre un ulteriore livello di lettura — e c’è sempre qualcuno disposto a cercarlo, ad avventurarsi nel labirinto dell’incertezza per stimolare il dibattito. Con le opportunità e i limiti che tutto questo comporta. E con il giusto peso da attribuire a questi possibili filoni.

Autore
Panorama

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