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Gabriel Marcel o il mistero come condanna e come salvezza

In sintesi

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Gabriel Marcel o il mistero come condanna e come salvezza



Pierfranco Bruni
Quando il pensiero ci invade va distillato tra ragione e mistero. La ragione non ha mai occupato il mio campo. Verrà un giorno, forse, che prenderò in considerazione la ragione. Ma non credo. Perché, “erede” di una visione zambraniana del mondo e della vita, la dimensione metafisica è più della ragione, anche se insiste ciò che Zambrano definiva ragione poetica.
Mi sento dentro quella filosofia che non vuole spiegare ma vuole abitare. Vivo un pensiero che non vuole dominare ma vuole sentire e attraversare. In questo percorso c’è anche Gabriel Marcel. Nato a Parigi nel 1889 e morto a Parigi nel 1973. Un filosofo e drammaturgo, figura che attraversa il Novecento come un testimone scomodo, come un uomo che ha capito che la modernità è cinica perché annienta, perché dimentica, perché riduce l’essere a funzione.
Marcel si pone contro la razionalità che diventa razionalismo, contro il tecnicismo che diventa idolatria della tecnica, contro il materialismo che diventa perdita dell’anima. E la perdita dell’anima è il tragico della disumanizzazione. Non è una frase morale. È una diagnosi ontologica. Senza anima l’uomo non è più uomo, è ingranaggio. La sua vita comincia con una ferita originaria che segna ogni parola come confessione.
Orfano di madre a quattro anni, figlio di padre agnostico, cresce in una casa dove il mistero non è dottrina ma assenza. Quella assenza materna diventa il luogo della domanda.
Ma cosa significa essere? È la domanda che si è sempre posto. Non come esercizio accademico, ma come respiro. Essere non è un concetto. È una presenza. E la sua conversione completa al cattolicesimo non è adesione a un sistema. È più apertura. La fede come apertura. Non come risposta che chiude. Bensì come varco che custodisce il mistero.
Il mistero per Marcel è una condanna per chi vuole possedere tutto, ma è una salvezza per chi accetta di vivere. Non tutto può essere spiegato. Questa è la sua eresia contro il secolo. Ogni parola in Marcel è confessione. Ogni esperienza è confronto con il dolore umano. Non c’è idea che non sia passata attraverso la solitudine, la morte, l’umanità. Sono questi i tre nodi del suo tracciato. Solitudine, morte, umanità.
Bisogna fare i conti sempre con questi aspetti. La distrazione è un fallimento. Il Novecento ha inventato la distrazione come forma di vita, come anestesia. Marcel dice che non bisogna mai dimenticare il dolore, non per culto del dolore, ma perché nel dolore si rivela l’essere, si rivela che nulla è scontato, che nulla si domina.
Ebbe con Sartre una particolare amicizia intellettuale, fatta di stima e di distanza abissale. Sartre parlava di esistenzialismo come sistema della libertà che si fa progetto e che domina il nulla. Marcel non parlò mai di esistenzialismo. Parlò di esistenza. Differenza immensa. L’esistenzialismo è categoria. L’esistenza è incarnazione. Non si impone nulla. Bisogna creare legami veri con il tempo, dare senso, sentire che l’essere non si possiede, si vive. Non bisogna possedere ma vivere. Questa è la sua rivoluzione mite contro l’avere che divora l’essere.
Il suo teatro è filosofia in atto. Il palazzo di sabbia non è solo teatro, è metafora della modernità. Un’umanità senza umanesimo. Costruzioni imponenti che crollano al primo vento perché fondate sul possesso, sul calcolo, sulla dimenticanza.
La modernità annienta perché fa dimenticare che siamo esseri in relazione. Esseri che abitano.
Marcel usa parole che la filosofia accademica aveva espulso: sentire, attraversare, abitare l’essere. Abitare non è occupare. È custodire. È restare. Bisogna vivere il presente senza dimenticare. Ecco il paradosso che la modernità non regge: vivere il presente con memoria. Senza memoria il presente è cinismo. Senza presente la memoria è necrofilia.
Uno dei temi fondamentali è l’improvvisazione. Non come virtuosismo musicale, ma come preghiera. Marcel lo dice con una frase che è essa stessa improvvisazione, interrotta da puntini sospensivi che sono teologia. Dirà che “l’improvvisazione sia stata per me, per alcuni aspetti, ciò che può essere la preghiera per altri: verosimilmente, era qualcosa che saliva dalle profondità di me stesso, un modo di ricollegarmi… con la presenza a se stessi ma, al tempo stesso, con la presenza al mondo, perché ho sempre avuto la sensazione che con l’improvvisazione, io mi ricongiungessi… ma lascio dei puntini sospensivi dopo il verbo”.
Infatti quei puntini sospensivi dopo il verbo sono teologia. Sono il mistero che non si chiude. L’improvvisazione è l’opposto della tecnica. La tecnica prevede, programma, domina. L’improvvisazione ascolta, attende, accoglie. È il modo di essere fedele alla presenza a se stessi e al mondo contemporaneo. È preghiera senza formula, è invocazione che sale dalle profondità. Marcel musicista lo sapeva. Suonare è pregare senza parole.
C’è poi l’altro concetto che lega la sua fede come apertura alla contemporaneità di Cristo, frase che va custodita integralmente: “C’è qualcosa in me che si sarebbe sicuramente augurato di essere contemporaneo di Cristo. Ora, credo che Kierkegaard abbia ragione e che, nella misura in cui noi siamo cristiani, bisogna che noi conserviamo questo sentimento di contemporaneità. È ben certo che noi non possiamo pensare che questi avvenimenti siano, puramente e semplicemente, finiti. C’è qualcosa, in questo, che non può non accompagnarci lungo tutta la nostra vita, e che fa parte, in certo modo, di noi stessi”.
Qui si rivela il cuore del suo cattolicesimo. Cristo non è avvenimento archiviato. Non è passato finito. È presenza che accompagna. È contemporaneità che abita la vita. Essere cristiani significa conservare questo sentimento di contemporaneità. Non nostalgia ma incarnazione permanente. Qualcosa che fa parte di noi stessi e che non può non accompagnarci. È fede come apertura al mistero che resta.
In un tempo che ha fatto della dimenticanza la sua legge, Gabriel Marcel resta soglia. Non maestro che impone, ma testimone che abita. Proprio per questo campeggia il non dimenticare. Ma il non dimenticare è in fondo restituire alla memoria il ricordo.
La sua domanda, cosa significa essere, non cerca risposta definitiva. Cerca fedeltà. Fedeltà all’essere, alla presenza, all’altro, al tempo che non è solo cronologia ma legame. Un tassello necessario per definire quell’abitare che riempie tutto il mosaico, sostituendo l’idea dell’assenza, nel pensiero costante dell’abitare, con quella dell’essenza, ovvero dell’esistenza.
Dunque il mistero nell’esistenza non solo è fondamentale ma è soprattutto salvezza.
Così lo terrei per PaeseItaliaPress: titolo netto, sottotitolo filosofico ma leggibile e testo rispettato nella sua voce.

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Paese Italia Press

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