Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Gabriel Garko, oltre il mito del sex symbol: «Per arrivare all’attico bisogna prima costruire il palazzo»

  • Postato il 10 settembre 2026
  • Notizie
  • Di Quotidiano del Sud
  • 0 Visualizzazioni
  • 14 min di lettura
In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

Gabriel Garko, oltre il mito del sex symbol: «Per arrivare all’attico bisogna prima costruire il palazzo»

Il Quotidiano del Sud
Gabriel Garko, oltre il mito del sex symbol: «Per arrivare all’attico bisogna prima costruire il palazzo»

Alla vigilia della prima serata di gala della decima edizione i-Fest International Film Festival al Castello Aragonese di Castrovillari, Gabriel Garko si racconta senza maschere nella nostra intervista: la carriera, la fama, il rapporto con il pubblico e i social. E torna su una convinzione che ha accompagnato la sua carriera: nel mestiere dell’attore non esistono scorciatoie, ma bisogna costruire basi solide, un mattone dopo l’altro.


CASTROVILLARI (COSENZA) – Volto della seduzione televisiva italiana, fisico statuario, sguardo magnetico, presenza scenica: un fascino diventato negli anni un vero e proprio marchio di fabbrica. Gabriel Garko sarà a Castrovillari per la decima edizione di i-Fest International Film Festival (direzione artistica Giuseppe Panebianco), atteso ospite della serata di gala dell’11 settembre al Castello Aragonese. Prima “Il bello delle donne”, poi Tonio Fortebracci, l’uomo violento e ambiguo de “L’onore e il rispetto”, diventato uno dei ruoli più iconici della sua carriera. Una saga durata cinque stagioni, capace di accompagnarlo per oltre un decennio e di raccogliere importanti riconoscimenti al Roma Fiction Fest.

Ma fermarsi al sex symbol significherebbe raccontare soltanto il lato più evidente della sua storia. Perché dietro quella bellezza c’è un attore che ha scelto di andare oltre l’immagine, rischiare, cambiare pelle e misurarsi con ruoli capaci di metterlo davvero alla prova. È il caso de “Le fate ignoranti” di Ferzan Özpetek, dove nel 2001 interpreta Ernesto, un giovane malato di AIDS: una parte molto lontana dall’immagine del seduttore televisivo. Per affrontarla arrivò a perdere venti chili e, come racconta oggi, quell’esperienza gli insegnò anche a lasciare il personaggio sul set, tornando a casa semplicemente nei panni dell’uomo, oltre la macchina da presa.

Poi, Tinto Brass con “Senso ’45”, Franco Zeffirelli con “Callas Forever”, il teatro con Luca Ronconi accanto a Mariangela Melato. E ancora il cinema di Leonardo Pieraccioni con “Una moglie bellissima” e quello di Asia Argento con “Incompresa”. Sul piccolo schermo, invece, titoli come “Il peccato e la vergogna”, “Sangue caldo”, “Viso d’angelo” e “Rodolfo Valentino – La leggenda” hanno ampliato il ventaglio delle sue interpretazioni, portandolo a confrontarsi con figure diverse, tra uomini potenti, fragili, seduttivi e tormentati.

Oggi, dopo più di trent’anni di carriera, nella nostra intervista realizzata alla vigilia dell’incontro con il pubblico calabrese, Gabriel Garko parla soprattutto di costruzione e del percorso che lo ha portato fin qui. In un’epoca di like, follower e popolarità istantanea, difende la gavetta, il tempo e la pazienza necessari per trasformare un’occasione in una carriera. Ne emerge un’idea precisa del successo, lontana dalla logica del tutto e subito. Perché dietro il volto che ha riempito copertine e conquistato il grande schermo c’è anche il ragazzo che, agli inizi, bussava alle porte di Milano e Roma, incassava rifiuti e continuava a provarci. «Prima di raggiungere l’attico, bisogna costruire le fondamenta»: una metafora che racconta il suo modo di intendere il mestiere dell’attore, ma anche la sua storia. Oltre quel volto ci sono l’uomo, l’attore e una carriera costruita passo dopo passo.

Gabriel Garko, cosa significa per lei tornare in Calabria e ricevere il calore del pubblico calabrese?

«Sono molto contento. Il pubblico del Sud, e quello calabrese in particolare, è sempre stato molto caloroso nei miei confronti. Ho sempre apprezzato tantissimo questo affetto. Mi fa piacere tornare, anche perché sono passati un po’ di anni dall’ultima volta».

Lei ha iniziato giovanissimo. Quando ha capito che quella dell’attore non sarebbe stata soltanto un’ambizione, ma la sua strada?

«In realtà, l’ho sempre saputo. Dicevo di voler fare l’attore fin da piccolo. Sono sempre stato molto tenace e testardo. Non mi sono mai arreso davanti ai rifiuti. Probabilmente è stata proprio questa determinazione, più di qualsiasi altra cosa, a permettermi di andare avanti. Ai miei tempi, bisognava conquistarsi tutto: non c’erano i like, i click, i social. Dovevi bussare, aspettare, riprovare. E, devo dire, che preferivo quei tempi. Era più difficile, ma anche più appagante».

Oggi, invece, sembra prevalere la logica della velocità: visibilità immediata, successo rapido, carriere costruite in pochi mesi e meteore destinate a brillare per poco tempo. Che cosa si è perso lungo la strada?

«Si è perso soprattutto il tempo necessario per costruire qualcosa. Oggi è tutto più veloce e globalizzato. Una volta, se andavi a Parigi, potevi trovare qualcosa che esisteva soltanto lì. Adesso trovi le stesse cose praticamente ovunque. È un po’ quello che è successo anche nel mondo dello spettacolo. Il problema nasce quando si confonde la popolarità con una carriera. I like su Instagram non possono essere l’unica misura del successo. Il rischio è creare carriere flash, senza basi, e quando quella visibilità finisce può essere difficile anche dal punto di vista psicologico. Pensi di essere arrivato e poi ti ritrovi senza nulla. Se vuoi affacciarti all’attico di un palazzo di venti piani, prima devi costruire le fondamenta e tutto il palazzo. Solo dopo puoi arrivare all’attico. Se sali direttamente lassù senza aver costruito niente sotto, prima o poi ti fai male».

Gabriel Garko, lei quelle fondamenta ha iniziato a costruirle molto presto. Cosa ricorda degli inizi, quando da Torino si è spostato prima a Milano e poi a Roma?

«Ricordo soprattutto quanto fosse difficile entrare in certi ambienti. Avevo quindici-sedici anni e ho provato anche con la moda, ma non era il mio mondo. All’epoca, se non eri americano, non venivi neanche preso in considerazione. Era un ambiente molto difficile e per entrare in quell’Olimpo bisognava insistere. Non è stato facile, ma proprio per questo oggi ne conservo un bellissimo ricordo. Quella gavetta mi ha insegnato molto».

Gabriel Garko, la sua bellezza è stata insieme un passaporto e una trappola. Quanto il suo aspetto fisico l’ha aiutata ad aprire certe porte e quanto, invece, ha rischiato di alimentare pregiudizi sul suo talento?

«I pregiudizi sono stati tantissimi. La bellezza mi ha aiutato molto, ma allo stesso tempo è stata un’arma a doppio taglio. Pensare di poter puntare tutto sull’aspetto fisico sarebbe un errore. Se la natura ti ha graziato sotto questo punto di vista, devi essere ancora più bravo a coltivare tutto il resto. Bisogna studiare, lavorare, fare esperienze e, soprattutto, non prendersi troppo sul serio. La bellezza può aprirti una porta, ma poi devi avere qualcosa da dire e da dimostrare. Alla fine è il lavoro a dare valore a ciò che ti è stato dato dalla natura».

C’è un ruolo che ha cambiato profondamente il suo modo di intendere il mestiere dell’attore?

«Sì, probabilmente quello de “Le fate ignoranti”. Fino a quel momento vivevo completamente il ruolo, anche fuori dal set. Quella parte, un ragazzo malato di HIV in fase terminale, mi ha insegnato anche a uscirne. Mi ero spinto forse troppo oltre. Da allora ho capito che il lavoro è lavoro: a casa posso studiare e prepararmi, ma quando lascio il set torno a essere me stesso».

Oggi, invece, cosa cerca in un ruolo prima di accettarlo?

«Mi interessano soprattutto i ruoli che mi mettono in difficoltà, quelli lontani da me e che mi obbligano a mettermi in gioco. Non sempre, però, vengono proposti: spesso si sceglie un attore per l’immagine che ha già costruito e gli si offre qualcosa di simile. Con “Le fate ignoranti” è successo il contrario. Non avevo nulla a che vedere con quella parte, ho perso venti chili e affrontato un lavoro completamente diverso. È questo che cerco. Poi può conquistarmi una storia, una parte, il regista o il cast. Fare un film è un lavoro di squadra».

Tra cinema, televisione e teatro, quale di questi mondi sente oggi più vicino?

«Cinema e televisione, soprattutto nella fiction, non sono poi così diversi. Cambia soprattutto la durata: una serie può impegnarti per sei mesi, un film magari quattro o cinque settimane. La differenza arriva dopo: il cinema si misura anche con gli incassi, la fiction con gli ascolti. Il teatro, invece, è un altro mondo. Hai il pubblico davanti, sei in diretta e non puoi fermarti né ripetere. Mi appassiona tantissimo, ma è massacrante. Ho fatto quattro tournée, per quattro anni, e ho avuto la fortuna di lavorare con Luca Ronconi, Mariangela Melato, Ugo Pagliai e Paola Gassman. Mi sono divertito tantissimo. Se mi capitasse un copione davvero bello, tornerei volentieri».

Tra tutti i ruoli che ha interpretato, ce n’è uno che oggi sceglierebbe per raccontare davvero chi è Gabriel Garko?

«Nessuno. È difficile che abbia interpretato qualcuno che mi assomigliasse e non mi piacerebbe nemmeno farlo. Se interpreti una persona uguale a te, il gioco dell’attore perde senso. Il bello di questo mestiere è diventare qualcun altro».

C’è stato un momento della sua carriera in cui ha avuto la sensazione di non essere più semplicemente Gabriel Garko, ma il personaggio pubblico che gli altri si aspettavano?

«No, e sarebbe orrendo se diventassi quello che gli altri si aspettano da me. Io sono semplicemente me stesso. Se va bene, va bene; se non va bene, pazienza. Non posso vivere cercando di corrispondere all’idea che gli altri hanno di me».

Se la sua vita fosse un film, quale titolo sceglierebbe?

«”Ieri, oggi e domani”».

Un titolo che tiene insieme passato, presente e futuro. Quanto conta per lei vivere l’oggi senza restare ancorato a ciò che è stato o proiettarsi continuamente verso ciò che sarà?

«Del passato restano i ricordi e l’esperienza, ma non puoi continuare a viverci dentro. Il domani va progettato, certo, ma se pensi continuamente al passato o al futuro rischi di perderti il presente. Io preferisco essere qui e ora».

C’è un ruolo del passato che oggi, con la consapevolezza maturata negli anni, affronterebbe in modo diverso?

«Tutti. Se rivedo un mio film penso sempre: “Qui potevo fare questo, lì potevo fare quello”. Non c’è mai nulla che mi soddisfi completamente. Ma forse è proprio questo il bello: continuare a guardare al proprio lavoro con la voglia di migliorarsi».

Le capita di rivedere i suoi film o le sue fiction quando tornano in televisione? Che effetto le fa rivedersi a distanza di anni?

«Sì, mi capita e mi diverto molto. Mi riportano alla mente persone, giornate e situazioni che avevo quasi dimenticato. Più che rivedermi sullo schermo, ricordo quello che c’era dietro la macchina da presa. E poi ci sono scene che non ricordavo neppure di aver girato: le rivedo e penso: “Ma quando l’abbiamo fatta questa?”. È come riaprire un cassetto della memoria».

Qual è il ruolo che il pubblico le ha cucito addosso, quello per cui viene riconosciuto ancora oggi?

«Sicuramente, Tonio Fortebracci de “L’onore e il rispetto”, anche perché è stata la serialità più lunga. Ma anche “Il peccato e la vergogna” ha lasciato il segno. Credo che il pubblico si leghi ai ruoli capaci di suscitare qualcosa, nel bene o nel male. Quando guardi un film o una fiction devi provare un sentimento: puoi amare, odiare, appassionarti. Puoi anche arrabbiarti. Ma l’unica cosa che non deve mai esserci è l’indifferenza».

Quali ricordi ha di quel lungo viaggio sul set de “L’onore e il rispetto”?

«Cinque stagioni significano tanti anni di vita e portano con sé tanti ricordi. Su quel set sono passati moltissimi attori e sono successe davvero tante cose. Ci sono ricordi bellissimi, momenti che porto ancora con me, ma anche discussioni e litigate. E con il tempo succede una cosa curiosa: diventano parte dei ricordi più belli anche quelle».

Dopo più di trent’anni sotto gli occhi del pubblico, cosa significa per lei sentirsi davvero libero?

«Essere riconosciuto, essere fermato per strada o sentirmi chiedere una foto non lo considero una limitazione della libertà. È il prezzo, ma anche il privilegio, di questo mestiere. Anzi, è il termometro di come sta andando la tua carriera: il giorno in cui esci e nessuno ti riconosce, forse c’è da preoccuparsi. Se vado in un posto in cui c’è gente, so bene a cosa vado incontro. E ben venga. Il limite, però, è l’indelicatezza: ci sono momenti in cui bisogna capire che non è il caso. Mi è successo persino al funerale di mio padre. Lì non è più una questione di libertà o di lavoro, ma semplicemente di rispetto.

Ho pensato la stessa cosa vedendo, al funerale di Maurizio Costanzo, un fan chiedere una foto a Maria De Filippi. In certi momenti bisogna fermarsi. Ma, al di là di queste situazioni, se fai questo mestiere non puoi pretendere di vivere nell’anonimato. Se vuoi quella libertà, hai scelto il lavoro sbagliato».

Il suo pubblico abbraccia diverse generazioni. Cosa vorrebbe dire oggi ai suoi spettatori e, in particolare, a un giovane aspirante attore?

«È una responsabilità enorme. Gli direi quello che ho imparato sulla mia pelle: non esistono scorciatoie. Devi costruire le fondamenta e mettere un mattone dopo l’altro. E questo non vale soltanto per il mestiere dell’attore, ma per qualunque cosa tu voglia realizzare. Prima costruisci il palazzo, lo rendi solido, e soltanto dopo puoi pensare all’attico».

Gabriel Garko, che rapporto ha con i social?

«Sono una conseguenza del mio lavoro. Se non fossi un personaggio pubblico, probabilmente non li avrei nemmeno. La magia del nostro mestiere, a mio parere, è che il pubblico dovrebbe vedere l’artista come se fosse sempre impeccabile. Prima funzionava così. Facevi una fotografia, la guardavi e decidevi quale pubblicare: “Questa no, ho le occhiaie; questa sì”. C’era una costruzione dell’immagine.

I social hanno distrutto un po’ questa magia, perché oggi mostri tutto: sei in bagno, mangi, ti svegli, fai qualsiasi cosa. E dall’altra parte ci sono i filtri, che spesso deformano completamente la realtà. Così il mondo diventa ancora più artefatto di quello che era prima. Il nostro mondo è sempre stato artefatto: noi vendiamo un sogno, non la realtà. Anche i cartoni animati della Disney sono finzione, ma ti fanno vivere un sogno. La differenza è che prima quel sogno veniva costruito con cura, da tante persone insieme. Oggi, mostrando continuamente tutto, rischiamo di consumare proprio quella magia».

In questo scenario, quanto è importante per lei il ruolo del giornalismo?

«È fondamentale. Un giornalista dovrebbe avere una preparazione, saper scrivere e soprattutto verificare una notizia prima di pubblicarla. È la base del mestiere. Oggi, invece, basta un commento, una frase sui social o qualcosa scritto da qualcuno perché si costruisca una storia. Si arriva persino a fare processi sulle intenzioni. È una situazione pericolosa, perché si finisce per attribuire alle persone dichiarazioni e pensieri che non hanno mai espresso. A me succede continuamente. Mi vengono attribuite frasi che non ho mai detto e mi è capitato persino che qualcuno mi accusasse di avergli chiesto dei soldi, quando dietro c’era un profilo falso. E alla fine il problema ricade comunque su di me. È assurdo».

I social possono diventare una vera e propria dipendenza. Secondo lei, quanto è urgente intervenire, soprattutto per tutelare i più giovani?

«Credo che prima o poi dovremo intervenire. Per esempio, rendendo identificabile chi apre un profilo social. Oggi dietro un anonimato si può arrivare a fare qualsiasi cosa senza assumersi alcuna responsabilità. E questo diventa ancora più grave quando i social vengono utilizzati per avvicinare i minorenni. I ragazzi vanno protetti e, secondo me, l’accesso ai social dovrebbe essere regolamentato molto più seriamente, con un controllo maggiore da parte degli adulti. La dipendenza è un aspetto su cui dovremmo riflettere. Basta guardare “The Social Dilemma”. È un documentario impressionante, anche perché parlano persone che hanno lavorato alla progettazione di queste piattaforme e spiegano quali meccanismi vengono utilizzati per catturare l’attenzione. Quando ascolti quelle testimonianze, capisci che il problema è molto più grande di quanto immaginiamo. Per questo credo che servano regole».

Progetti futuri?

«Ho una fiction in preparazione per Canale 5. Dovremmo iniziare a novembre, ma sull’uscita non so ancora nulla: dipenderà dalla post-produzione. Siamo ancora al lavoro».

Gabriel Garko, c’è un sogno che non ha ancora tolto dal cassetto?

«Sì. Volare! Avevo iniziato a prendere lezioni di volo per conseguire il brevetto da pilota, poi ho dovuto interrompere per diversi motivi. Vorrei riprendere, perché volare è una sensazione meravigliosa. Del resto, ho sempre avuto una grande passione per i motori: macchine, moto, barche, aerei. Mi piace guidare tutto. Sono andato anche in pista e fatto corsi di guida veloce. Ma proprio lì ho imparato una cosa: a schiacciare l’acceleratore sono capaci tutti. Il difficile è saper frenare, affrontare una curva, reagire quando qualcosa non va come dovrebbe. È in quei momenti che capisci davvero quanto sai guidare. Il volo, in questo senso, rappresenta forse la sintesi di questa mia passione: tecnica, attenzione e libertà».

Il Quotidiano del Sud.
Gabriel Garko, oltre il mito del sex symbol: «Per arrivare all’attico bisogna prima costruire il palazzo»

Autore
Quotidiano del Sud

Potrebbero anche piacerti