Francesco, “alter Christus”. Povertà, fratellanza e pace, eterne maestre del mondo

di Francesca Maccaglia

ASSISI (PERUGIA) – La città umbra, Patrimonio Mondiale dell’UNESCO, centro di pace e spiritualità francescana, sta vivendo un periodo di “grazia” eccezionale, di straordinaria rilevanza spirituale e culturale.

Il 21 febbraio, in occasione degli ottocento anni della “Pasqua”, il passaggio dalla vita terrena a quella celeste, le spoglie mortali di san Francesco sono state esposte al pubblico. Il corpo spostato dalla tomba, situata nella cripta, è deposto ai piedi dell’altare papale della chiesa inferiore della Basilica, dove resterà per la venerazione dei fedeli fino al 22 marzo 2026. Finora non era mai stato esposto visibilmente ai fedeli, era stato oggetto di ispezioni o “ricognizioni” a porte chiuse.

La Chiesa cattolica richiede un certificato di autenticità ecclesiastica per l’esposizione pubblica. Il culto pubblico, infatti, è permesso soltanto per le reliquie che si riferiscono ai santi o ai beati riconosciuti ufficialmente tali dalla Santa Sede.

Gli oggetti devono essere autenticati, e tale facoltà compete esclusivamente ai cardinali, agli ordinari ed agli altri ecclesiastici, cui sia stata conferita da un indulto apostolico. Il corpo dei santi, in special modo, nella tradizione cattolica è venerato come reliquia insigne, considerato “tempio vivo dello Spirito Santo” e segno terreno della grazia divina. Spesso conservati in reliquiari o urne, possono presentare il fenomeno dell’incorruttibilità, interpretato come segno miracoloso di santità.

Molti santuari si costruiscono attorno alla conservazione di tali reliquie, rendendole punti di riferimento per la preghiera, come nel caso di santa Rita a Cascia (Perugia) o di san padre Pio a San Giovanni Rotondo (Foggia). 

Nel 2023, il custode del Sacro Convento, fra Marco Moroni, avanzò la proposta dell’ostensione delle spoglie, un’iniziativa che ebbe subito il placet dell’allora vescovo di Assisi Domenico Sorrentino, la benedizione di Sua Santità papa Francesco, e si è concretizzata grazie all’approvazione concessa dal Santo Padre Leone XIV tramite la Segreteria di Stato vaticana.

Custodire il corpo del santo è un modo per fare memoria che trascende il semplice ricordo storico.

Dal 1978 le spoglie di san Francesco sono all’interno di una teca in plexiglass, sigillata in atmosfera controllata. L’ossigeno, infatti, è stato rimosso e l’elio è stato iniettato nella teca per garantire le migliori condizioni possibili per la conservazione.

Per questo evento di portata eccezionale, l’accesso in Basilica avviene attraverso percorsi obbligati e controlli di sicurezza.

Metal detectors, una trentina di persone addette alla sicurezza e tre gruppi di volontari accompagnano i fedeli in un flusso costante, garantendo ordine e accoglienza.

Come a Santa Maria degli Angeli, in occasione della Solennità del Perdono di Assisi, nei giorni 1 e 2 agosto, dove l’“esercito” di volontari della Porziuncola ogni anno accoglie e guida fedeli e pellegrini, anche le grandi ostensioni, –  quella della Sacra Sindone a Torino e questa del corpo di San Francesco, – si basano sul prezioso servizio di centinaia di persone. Sono già migliaia i pellegrini che, da circa tre settimane, hanno varcato la soglia della chiesa inferiore e raggiunto la teca per un momento di preghiera e contemplazione.

Anche la Fraternità francescana di Sant’Antonio e San Bernardino di Orte non poteva mancare a questo importante appuntamento.

La città di Orte, infatti, è considerata la prima comunità francescana del Lazio e conserva numerose testimonianze della presenza di Francesco di Assisi, da quando, nel 1209, egli vi soggiornò per 15 giorni con i suoi primi undici compagni, presso la chiesetta di San Nicolao, sulla collina verdeggiante che sovrasta Orte Scalo. Altre testimonianze francescane sono la chiesa rupestre di San Lorenzo, ove visse la prima fraternità di seguaci con il beato Teobaldo; il porto o barca di San Francesco sul Tevere, l’ospedale dei pellegrini in località Scappia in Orte Scalo, che dal XIII secolo ospitava ed assisteva i pellegrini diretti a Roma; la Chiesa ed ex Convento di San Francesco, risalente al XIII secolo; la tempera su tavola, “San Francesco d’Assisi e storie della sua vita”, attribuita al Maestro del dossale di san Giovanni, proveniente dalla Chiesa di San Francesco, esposta all’interno del Museo Diocesano d’Arte Sacra di Orte.

Il Colle di San Bernardino, “luogo del silenzio” e della memoria, ha ospitato per secoli la comunità francescana, ha accolto frati provenienti da diversi paesi del mondo ed ha visto la nascita della prima fraternità francescana. Per anni luogo privilegiato per cerimonie religiose, eventi sportivi e culturali, venne ampliato e rimodernato nel corso del Novecento e utilizzato anche come seminario; negli anni ‘60 venne costruita una palestra e una tipografia che purtroppo anch’essa mostra i segni del tempo, dell’incuria e soprattutto del vandalismo. La chiusura definitiva, avvenuta nel 1994, ha segnato l’inizio di una fase di degrado. Attualmente si sta lavorando con l’obiettivo di riqualificarne il sito. Sempre sul Colle di San Bernardino, si erge il Santuario della Santissima Trinità, risalente alla fine del XIV secolo, il quale ospitò diversi frati eremiti e, nel 1426, anche il più celebre, San Bernardino da Siena, che trovò riparo in una delle numerose grotte. La Parrocchia dei Santi Giuseppe e Marco ad Orte Scalo (Chiesa di Sant’Antonio), costruita tra il 1934 e il 1954, testimonia la continuità della presenza francescana e del Terz’Ordine Francescano Secolare. Infine, ad Orte, san Francesco operò il prodigio della guarigione di un bambino di nome Giacomo, con le estremità rattrappite dalla nascita.

L’incontro presto al mattino, i fratelli e le sorelle di Orte si sono diretti ad Assisi, per raggiungere padre Giuseppe Frasca, antica conoscenza, in passato frate assistente anche dei terziari ortani. Con lui un gruppo composto da alcuni fratelli e sorelle della Fraternità francescana di Frascati e parrocchiani di Civitavecchia e Santa Marinella. Alle ore 11:00, la celebrazione della Santa Messa presso la Basilica di Santa Chiara. Al termine il pranzo conviviale e, alle ore 15:30, il turno di ingresso, opportunamente prenotato, nella cripta della chiesa inferiore della Basilica Papale di San Francesco. Per accompagnare il percorso di venerazione, a tutti è stato consegnato il libretto del pellegrino “Come il seme”, contenente preghiere, meditazioni e approfondimenti sulla figura di san Francesco e la preghiera del pellegrino.

In un clima di silenzio, commozione e tenerezza, i fratelli e le sorelle si sono avvicinati alla teca, riconoscendo in quelle reliquie un’esistenza in cui l’amore divino si è manifestato concretamente, attraverso l’umiltà, la sofferenza e una dedizione totale.

Francesco ci ricorda che siamo “pellegrini e forestieri in questo mondo”, uomini e donne che vivono in attesa della Città definitiva. I nostri sforzi sono quelli di persone che sanno dove stanno andando, sanno di essere chiamati per l’eternità a vivere in comunione con il Dio vivente e in comunione tra loro; e sanno che, questa comunione, sarà piena e definitiva solo quando “Dio sarà tutto in tutti”.  

Egli ha così tanto sofferto in quel suo corpo, per cui oggi, venerando le reliquie, in un certo senso lo amiamo di più, sapendo che intercederà per la nostra salvezza e per quella dei nostri cari.

Le reliquie incarnano la continuità tra la vita terrena e quella celeste. Il significato spirituale risiede nel loro valore di “ponte” tangibile tra il materiale e il divino, agevolando la preghiera, la venerazione e la richiesta di intercessione.  Il culto, pur essendo legato alla materialità, porta dentro di sé un’energia spirituale che trascende il tangibile, elevando l’esperienza di fede del credente. 

Le reliquie dei santi e beati sono da sempre percepite come mediatrici della grazia divina. Nell’antichità romana il termine “reliquiae” era impiegato per designare le spoglie e le ceneri di un defunto. Il loro culto, risalente al II secolo, si può annoverare tra le più antiche forme di manifestazione della devozione popolare, e si è consolidato fin dai primi secoli della Chiesa, quando le comunità cristiane si radunavano presso i sepolcri dei martiri nelle catacombe per celebrare l’Eucaristia, unendo la memoria del martire a quella di Cristo.

Tra le più celebri si annoverano il Santo Graal, e le reliquie della Passione di Cristo. È a partire dal IV secolo che tale culto conosce uno sviluppo considerevole e, ancora oggi, continuano ad esercitare un’influenza significativa sulla fede e sulla spiritualità in tutto il mondo. Sia che consideriamo il loro potere curativo, il loro ruolo nella storia religiosa o la loro capacità di ispirare devozione, rimangono elementi essenziali di molte tradizioni; che siano viste come portatrici di miracoli o come oggetti di pietà, continuano ad affascinare l’immaginazione dei credenti e trascendono i confini culturali e religiosi.

La venerazione delle spoglie mortali di san Francesco rappresenta uno straordinario momento di “grazia”. Inginocchiarsi, affidare e ringraziare, un’occasione unica per sostare in preghiera, ricordando anche chi portiamo nel cuore, davanti a colui che è immagine autentica di Cristo, specchio vivente del Vangelo, e un momento di profonda riflessione sulla santità e la vita eterna. 

Venerare Francesco è l’occasione per considerare quanto l’amore donato con autenticità porta così tanto frutto.

Egli si è fatto “seme” attraverso la sua esistenza, spogliandosi di tutto per amore di Cristo.

Francesco è “alter Christus”, un altro Cristo, per la sua straordinaria conformazione a Gesù, perché la sua vita è stata un’imitazione radicale di Cristo, dalla povertà evangelica fino alla sofferenza fisica. Il 17 settembre 1224, infatti, ricevette le sacre stimmate sul monte della Verna, in Toscana, rendendo il suo corpo una reliquia vivente dell’amore di Cristo.

Il suo messaggio universale è più attuale che mai. Francesco vive, e il suo spirito continua a operare in mezzo a noi, chiamandoci a essere costruttori di pace, custodi del creato e testimoni di un amore che non muore.

Seguirlo è certamente impegnativo. La “perfetta letizia” è uno dei principi su cui si fonda la Regola francescana e strumento per vivere il Vangelo. Egli amava la perfetta letizia come la massima forma di unione con Cristo.

Al centro Francesca Maccaglia in pellegrinaggio ad Assisi

Come all’epoca di san Francesco, anche nella società odierna, le ingiustizie, le umiliazioni, i tradimenti, l’ipocrisia, l’egoismo, il menefreghismo sono una costante della natura umana, e sono il risultato di una combinazione di fattori psicologici individuali.

Si tratta di sentimenti che si riscontrano a tutti i livelli e danneggiano le relazioni sociali, nascono da una scarsa intelligenza, dalla presunzione, spesso da una stupidità caratteriale e/o da una cattiveria di fondo, legata all’invidia, alla competizione o al confronto sociale, e al risentimento per il successo altrui, indipendentemente da ciò che si è e si possiede, dall’età, dallo stato civile, dalla professione o dal livello culturale. Comportamenti ben diversi dall’amore incondizionato di chi che vive nella “perfetta letizia”.

Francesco esorta ad essere misericordiosi e generosi, a perdonare e amare tutti e sempre, ad avere compassione. Egli non vedeva le persone “cattive” come nemici da odiare, ma come anime smarrite che hanno bisogno di compassione, la quale è un atto che supera le sole capacità umane e necessita l’aiuto dello Spirito Santo.

Particolarmente significativo al riguardo e pertinente, è il concetto espresso dal celebre scrittore irlandese contemporaneo Column McCann al Giubileo del Mondo della Comunicazione 2025, il quale ha affermato: “La distanza tra due persone non è niente di più che una storia”.  La distanza, fisica o ideologica, egli ha detto, si colma attraverso il racconto. Le storie sono il “collante” che tiene insieme il mondo, permettendoci di vedere l’umanità comune anche nel “nemico” o nello sconosciuto.

Nel pensiero e nell’apostolato di san Paolo, centrale è l’idea del cuore dell’uomo come sede di lotta spirituale. Il cristiano è chiamato a chiedere continuamente a Dio la conversione del cuore, a riconoscere le proprie fragilità, le proprie paure ed affidarle nelle mani di Gesù, il quale, come ricordano gli evangelisti Matteo (14,27) e Marco (6,50), ripete il suo invito a riprendere coraggio e a riconoscere la sua presenza: “Coraggio sono io, non abbiate paura!”. La Sacra Scrittura insegna che l’uomo può chiedere al Signore di donargli un cuore saldo, capace di bene anche quando costa, un cuore che non si lascia spegnere.

Come Israele nel deserto, la Chiesa è itinerante, ed è chiamata ad affidarsi alla Provvidenza divina lungo il percorso.

In questo caso, il pellegrinaggio è un’esperienza di “fraternità in cammino” che condivide la fede e la gratitudine per il santo di Assisi.

Tale atto di affidamento e devozione verso san Francesco, vissuto in questo evento eccezionale e storico, illumini le menti, infiammi i cuori dei frati minori e delle clarisse, e diriga sempre meglio i loro passi sul Vangelo, secondo l’esempio e lo stile lasciato loro in eredità da san Francesco e santa Chiara, la sua “pianticella”; favorisca la crescita della vita francescana ed ecclesiale dei terziari francescani, i quali, come indica il cuore della Regola dell’OFS, si sono impegnati ad osservare il Vangelo di Gesù Cristo secondo l’esempio di san Francesco, annunciando Cristo con la vita e con la Parola; e, nei cristiani di tutto il mondo, promuova un vero rinnovamento spirituale, un impulso alla vita e alla speranza.

Desidero concludere riportando la Lettera di San Francesco ai reggitori dei popoli, che fuscritta intorno al 1220-1226.

Si tratta di un documento di un’attualità straordinaria che, credo, sia quanto mai opportuno rileggerla oggi, alla luce dei conflitti e delle crisi attuali. Francesco chiede ai governanti di “mettere in onore il pensiero di Dio” e di garantire la pace.

Pur essendo un frate, egli si rivolge a tutti i governanti, rendendo il suo appello un richiamo trasversale alla coscienza umana, al di là delle fedi religiose.  Di seguito il testo.

A tutti i potestà e consoli, magistrati e reggitori ovunque, e a tutti coloro a cui giungerà questa lettera, frate Francesco, vostro servo nel Signore Dio, piccolo e disprezzato, augura salute e pace.

Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupa­zioni del mondo. Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che di­menticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da Lui.

E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte. E quanto più saranno sa­pienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene dell’inferno. Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria. E dovete dare al Signore tanto onore fra il popolo a voi affi­dato, che ogni sera un banditore proclami o altro segno annunci che siano rese lodi e grazie all’Onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non farete questo, sappiate che voi dovete rendere ragione al Signore Dio vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio. Coloro che porteranno con sé questa lettera e la osserve­ranno, sappiano che sono benedetti dal Signore.

Il Signore vi benedica e vi custodisca. Mostri a voi il suo Volto e abbia misericordia di voi. Volga a voi il Suo sguardo e vi dia pace. Il Signore vi benedica.

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