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Frana di Petacciato, così lo studio del territorio può prevenire i disastri

  • Postato il 9 aprile 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Frana di Petacciato, così lo studio del territorio può prevenire i disastri

Se la posizione geologica lungo il fronte della catena orogenetica e l’organizzazione stratigrafica di arenarie e conglomerati porosi al di sopra di argille impermeabili pone la frana di Niscemi (Sicilia) e quella di Petacciato (Molise) in un contesto geologico simile, la quantità di conoscenze (o mancanza di) nelle due aree ci mostra delle grosse differenze che hanno un impatto diretto sulle misure di primo intervento e decisioni per ridurre il rischio.

Infatti, se la frana di Niscemi rappresenta un esempio di cattiva gestione del territorio e mancanza di studi geologici e investimenti per la comprensione del fenomeno atti a monitorare e limitare i rischi sulla popolazione e le infrastrutture, la frana di Petacciato costituisce invece un esempio ben studiato e monitorato da anni. Sebbene la riattivazione della frana di Petacciato stia mettendo a dura prova i collegamenti lungo la dorsale adriatica e richiesto l’evacuazione di alcune abitazioni e la chiusura delle scuole, le conoscenze geologiche dell’area e della frana accumulate in anni di studi e il monitoraggio con un sistema di sensori del suo movimento hanno permesso di mettere in atto immediatamente misure di prevenzione, come la chiusura dell’autostrada – ora riaperta – e della linea ferroviaria, e limitare i rischi per la popolazione.

La frana di Petacciato è attiva da più di 100 anni e ha un fronte di circa 4 km che la rende, data la sua estensione, difficile da fermare. Analisi sulle attivazioni storiche mostrano un tempo di ritorno di circa 15-20 anni (ultimo movimento registrato nel 2009) con un movimento rotazionale lento, ma che coinvolge grossi volumi data la sua estensione che copre dal paese di Petacciato, situato sulla collina, fino alla linea di costa nel mare Adriatico, e comprende diverse arterie stradali, inclusa l’autostrada A14 e la rete ferroviaria.

Dal punto di vista geologico, la frana di Petacciato è una frana composta nella quale prevalgono movimenti di scorrimento e scivolamento rotazionale con superfici di rottura profonde caratterizzate da dinamiche lente, capaci di danneggiare grosse infrastrutture anche in presenza di spostamenti relativamente contenuti.

Come per la frana di Niscemi, l’attivazione del movimento è prevalentemente legata alle piogge che hanno caratterizzato nelle scorse settimane il centro-sud. Piogge intense e concentrate in brevi periodi, riflesso dei cambiamenti climatici in atto, che penetrando attraverso i depositi porosi superiori raggiungono il contatto con le sottostanti argille impermeabili, riducendone la resistenza e lubrificando la superficie di scorrimento degli strati superiori. Questo suggerisce che nei prossimi anni eventi simili si ripeteranno e solo una approfondita conoscenza del territorio e delle sue vulnerabilità potrà prevenire il verificarsi di disastri.

Da un punto di vista geologico l’Italia è una catena giovane e ancora in fase di assestamento, con il 94% dei Comuni sottoposti a rischi naturali. Se a questo aggiungiamo un uso del territorio, sia in tempi antichi che recenti, che per mancanza di conoscenze (prima) e/o speculazione (dopo) non ha tenuto e non tiene conto di questo dinamismo e delle peculiarità e vulnerabilità del territorio, è facile trovarsi a cadenze regolari nelle stesse situazioni. La frana di Petacciato è un esempio di come studio e conoscenze possano evitare il ripetersi di situazioni-limite come quella di Niscemi.

Purtroppo, la continua contrazione dei corsi di laurea in Geologia per motivi di ‘sostenibilità economica’ sta sacrificando a logiche di mercato il futuro del nostro territorio, mettendo a rischio la vita delle persone e delle infrastrutture. Negli ultimi anni, politiche universitarie discutibili e progressivi tagli ai finanziamenti hanno portato alla scomparsa di molti dipartimenti di Geologia e Scienze della Terra, o nel migliore dei casi alla loro fusione con altri dipartimenti, riducendo di fatto la loro visibilità e ruolo di riferimento per gli studi del territorio.

Questo, unito alla mancata attenzione e riconoscimento da parte sia della politica che della società civile della figura del geologo e delle sue capacità, ha contribuito alla riduzione del numero di iscritti di studenti nelle discipline di Scienze della Terra. Calo che porterà nei prossimi anni ad una progressiva riduzione di competenze sia a livello locale che nazionale in un circolo vizioso che, salvo investimenti sostanziali, potrà solo peggiorare.

Pensare di operare in ‘emergenza’ come si è sempre fatto non è sostenibile. Considerati i cambiamenti climatici che porteranno ad un aumento di eventi estremi che impatteranno indistintamente sulle coste e aree interne, l’unica difesa che abbiamo è quella della conoscenza attraverso lo studio e la ricerca, e la formazione di nuove figure. Purtroppo, la politica manca di decisioni strategiche per sostenere le università e i centri di ricerca ed evitare la perdita di conoscenze che sarà difficile recuperare una volta scomparse. Svegliarsi dal torpore al verificarsi di grossi eventi può essere utile per fini elettorali, ma condanna il futuro dei luoghi e del nostro paese all’immobilità, mentre l’urgenza dei cambiamenti climatici ci spinge a cercare oggi risposte concrete per il futuro.

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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