Ford, il paradosso cinese: “Possono mandarci in rovina, ma dobbiamo collaborare”
- Postato il 1 ottobre 2026
- Fatti A Motore
- Di Il Fatto Quotidiano
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“Osservo ciò che sta accadendo in Europa in questo momento. Gli Stati Uniti devono essere estremamente cauti riguardo al modo in cui i produttori cinesi arrivano nel nostro Paese”: parole di Jim Farley, ad della Ford, relative agli agguerritissimi costruttori della Repubblica Popolare e all’impotenza dei produttori del vecchio continente, che arrancano. Per Farley, in Europa è addirittura “troppo tardi” per frenare l’invasione del Made in China. Ecco perché il numero uno dell’Ovale Blu, durante un suo discorso all’Automotive News Congress di Detroit, ha esortato gli Stati Uniti ad agire con cautela nell’aprire il mercato ai marchi del Dragone.
“Quest’anno la Cina esporterà 11 milioni di veicoli, una cifra superiore all’intera produzione automobilistica degli Stati Uniti (dove nel 2024 la produzione si è attestata a 10,24 milioni di unità). E siamo solo all’inizio. Undici milioni sono solo l’inizio”, ha spiegato il top manager, menzionando alcuni mercati dove i cinesi hanno già raggiunto fette di mercato ragguardevoli: “Il 25% di tutti i veicoli venduti in Messico proviene dalla Cina. In Australia, i costruttori cinesi hanno il 25% del mercato e sono sulla buona strada per raggiungere il 50%”.
“Dobbiamo essere molto cauti e prudenti”, ha affermato Farley, aggiungendo che “il futuro e la difesa del nostro Paese e della nostra base industriale dipendono da come gestiremo questa situazione nel modo giusto. Quindi non isoliamo la concorrenza, ma riflettiamo su come trovare il giusto equilibrio. Dobbiamo garantire condizioni di parità. Se non le avremo, ce ne pentiremo, ne sono convinto”. Anche se il medesimo Farley, poche settimane prima, era stato più conciliante: “Apprezziamo i nostri partner cinesi, ci aiutano a rimanere competitivi. Ford continuerà ad espandere queste collaborazioni”.
Inoltre, non ha mancato di indicare la BYD come il punto di riferimento nell’elettrico: “Hanno una capacità produttiva sufficiente in Cina, con stabilimenti già esistenti, per servire l’intero mercato nordamericano e mandarci tutti in rovina”, ha dichiarato Farley, mentre in precedenza aveva previsto il loro ingresso sul mercato statunitense entro una decina di anni. Di fatto, gli Stati Uniti sono ormai “assediati” dal Dragone, con BYD, Geely e Chery pronte a lanciare i loro prodotti in Canada, sfruttando l’accordo di gennaio tra Ottawa e Pechino.
Il mercato statunitense, invece, per ora rimane chiuso grazie a dazi superiori al 100% e ai divieti normativi sulla commercializzazione di software cinesi. Inoltre, il Congresso rimane favorevole a mantenere barriere al loro ingresso il più a lungo possibile, sebbene il presidente Donald Trump, poco prima dell’ultimo incontro a Washington con la sua controparte Xi Jinping, abbia fatto delle notevoli aperture nei confronti di eventuali impianti di produzione su suolo americano.
Tuttavia, le collaborazioni fra Ford e i cinesi non sono andate a genio al segretario ai Trasporti, Sean Duffy, che pochi giorni fa ha accusato l’Ovale Blu di “intrecciare il proprio futuro con quello di imprese statali cinesi”, stigmatizzando così l’accordo con Geely per la Spagna oppure quello per produrre batterie su licenza della CATL in Michigan. Farley ha quindi colto l’occasione dell’Automotive News Congress per replicare al ministro: “La nostra risposta è piuttosto semplice: collaboreremo con i cinesi laddove non possediamo la proprietà intellettuale, dove possiamo essere più efficienti in termini di allocazione di capitale, in aree come l’Europa o il Sud-est asiatico”.
È il caso della licenza per le batterie: “È la nostra fabbrica, i nostri dipendenti sono a Marshall, nel Michigan. Ma la proprietà intellettuale è loro. È meglio che importare batterie. Al contempo competeremo direttamente con loro con i nostri veicoli elettrici universali. Ed entrambe le soluzioni possono andare benissimo. Non si escludono a vicenda”, ha proseguito l’ad di Ford, confermando il suo atteggiamento funambolico, fra la necessità vitale di cooperare coi partner cinesi e quella di non soccombere sotto il peso della loro schiacciate concorrenza.
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