Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Flotilla, Saif Abukeshek e Thiago Àvila fermati da Israele: ecco perché rischiano di più. L’analisi dell’inviato del Fatto

  • Postato il 2 maggio 2026
  • Mondo
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 0 Visualizzazioni
  • 7 min di lettura
Flotilla, Saif Abukeshek e Thiago Àvila fermati da Israele: ecco perché rischiano di più. L’analisi dell’inviato del Fatto

I suoi compagni gli dicevano di non partire. “Rischi molto più degli altri”. E Saif Abukeshek lo sapeva. È una delle colonne palestinesi della Global Sumud Flotilla, sei mesi fa non si era imbarcato nella prima missione diretta a Gaza, ma chi è stato costretto a lasciare la sua terra non rinuncia volentieri ad agire in prima persona per la sua gente. Così stavolta, domenica 26 aprile, è salito a bordo ad Augusta (Siracusa). “Mi fermo prima, in Grecia o in Turchia – ha detto – Non arrivo fino alla Orange zone”, che è quella degli abbordaggi, a partire cioè dalle 150 miglia dalle coste di Gaza.

Non è bastato, nessuno aveva pensato che la Marina israeliana organizzasse a 60/70 miglia a ovest di Creta, nel mare tra l’Italia e la Grecia che qualcuno chiama “europeo”, un’operazione spregiudicata e illegale come quella della notte tra mercoledì e giovedì: una corvetta, motovedette, lance e gommoni per abbordare in acque internazionali 22 su 58 barche della Global Sumud Flotilla. Armi in pugno nella notte, contro barche per lo più a vela che trasportano persone disarmate e aiuti umanitari, a oltre 600 miglia nautiche (mille chilometri) dalle coste israeliane. Come i pirati. Portando via le persone a bordo e lasciando le barche alla deriva. Dopo averle danneggiate, secondo la Flotilla.

Quasi tutti i 175 attivisti sequestrati a bordo sono stati rilasciati dopo maltrattamenti e umiliazioni sulla “nave prigione” israeliana, abbiamo visto nasi rotti e lesioni consistenti, anche da proiettili di gomma. C’è molto da discutere sul comportamento delle autorità greche che li hanno privati della libertà per diverse ore dopo il rilascio, cioè dopo il trasbordo su imbarcazioni militari di Atene e infine su pullman. Ma il dato più allarmante dell’escalation compiuta da Israele con la complicità del governo greco è la decisione di deportare sul suo territorio – sì “deportare”, parola che come “genocidio” dovrebbe dire qualcosa allo Stato ebraico e ai suoi sostenitori che hanno ancora un’idea della storia e del diritto – il palestinese con cittadinanza spagnola Saif Abukeshek e il brasiliano Thiago Àvila, quest’ultimo front man della Flotilla già lo scorso anno. Devono essere “interrogati”, questa la motivazione ufficiale del ministero degli Esteri israeliano.

Sono trofei da esibire in una campagna elettorale che si gioca su chi è più duro nella repressione dei palestinesi e di chi li sostiene. E così assistiamo alla versione israeliana delle extraordinary rendition eseguite dagli Usa dopo l’11 settembre 2001 ai danni di chiunque fosse sospettato di “terrorismo” islamista, applicate però a chi ha promosso un’azione nonviolenta come la Flotilla, cioè una manifestazione pubblica in alto mare.

Non ci sono accuse formalizzate, “l’unica democrazia del Medio Oriente” va per le spicce, ma gli elementi raccolti dall’intelligence israeliana contro i due sono da mesi spiattellati sui giornali di mezzo mondo. Abukeshek, 45 anni, tre figli, è considerato in qualche modo in contatto con Hamas perché conosce religiosi ritenuti vicini ad Hamas e in passato ha fatto parte della PCPA, la Conferenza dei palestinesi all’estero in cui si mescolano tutte le forze contrarie alla linea morbida del presidente Mahmud Abbas alias Abu Mazen. Pure quelle più o meno legate ad Hamas, ovviamente. Come nella Resistenza italiana c’erano le Brigate Garibaldi ed Edgardo Sogno.

È questo il cuore della campagna sulla “Flotilla di Hamas” orchestrata da Tel Aviv e rilanciata anche dalla stampa di casa nostra: solo non c’è uno straccio di prova, un euro, un dollaro passato da Hamas alla Flotilla, che semmai ha il sostegno esplicito del governo della Malesia e quello un po’ meno esplicito della Turchia, cioè di un mondo variamente riconducibile all’Islam politico sunnita. I governi di Israele e degli Stati Uniti bollano tout court come “terrorista” la PCPA, da cui comunque Abukeshek si è dimesso; la ritengono “controllata da Hamas”. Ma questo in sé non ha grande valore sul piano giuridico, almeno fuori dai loro confini. Mai e poi mai Abukeshek potrebbe essere estradato in Israele da uno Stato aderente alla Convenzione europea dei diritti umani, come l’Italia o la Grecia, perché rischierebbe la tortura e trattamenti inumani e degradanti.

È il motivo per cui la Svezia e poi la Spagna lo hanno accolto dopo che è fuggito, più di vent’anni fa, dal suo Paese. Nato a Nablus, in Cisgiordania, Abukeshek è figlio di un dirigente della sinistra laica palestinese e a quel mondo appartiene. Altro che Hamas. E il suo impegno è la Flotilla, un’azione civile non violenta che spaventa a morte Israele perché è evidente che le 42 barche arrivate lo scorso 1 ottobre davanti alle coste di Gaza quest’anno potrebbero essere di più, molte di più se 22 non fossero state abbordate a ovest di Creta; potrebbero diventare anche mille, in futuro. Allora sarebbe difficile, salvo usare i cannoni, fermarle tutte in alto mare. Diverrebbe quasi impossibile evitare l’apertura di un corridoio umanitario sotto controllo internazionale, che sottragga a Israele il potere di decidere cosa entra e cosa no nella Striscia di Gaza, di usare ogni tipo di privazione – corrente elettrica, acqua potabile, case, cure mediche, per dire le emergenze più drammatiche e attuali – come arma della guerra che tre quarti del mondo chiama genocidio e non è certo finita con il cessate il fuoco in vigore dall’ottobre scorso. Negoziato, guarda un po’, mentre la prima Global Sumud Flotilla si stava avvicinando a Gaza, accompagnata da mobilitazioni in tutto il mondo. Ora la stessa paura si legge nell’appello del Dipartimento Usa che chiede agli alleati di vietare l’accesso ai porti alla Flotilla.

Abukeshek rischia più di tutti perché è palestinese. Magari non rischia la pena di morte, introdotta di recente su intollerabile base etnica, perché per infliggergliela dovrebbero accusarlo di fatti di sangue (ma dove? Come?) commessi dopo la promulgazione della nuova legge. Ma già la Flotilla denuncia torture ai suoi danni sulla “nave prigione” che ora dovrebbe portarlo in Israele, maltrattamenti ai quali hanno assistito attivisti poi rilasciati qui a Creta.

Rischia molto però anche Thiago Àvila, 39 anni, brasiliano di Brasilia, una figlia di meno di due anni, attivista ecologista e anticolonialista, fondatore del movimento Bem Viver che si ispira alle lotte dei contadini delle Ande e già candidato fin dal 2018 con il Psol (Partido socialismo e libertade). A volte sembra un po’ Gesù Cristo con la kefiah sulle spalle, quasi un figlio dei fiori quando suonava la chitarra e cantava “Break the siege” sulla nave Madleen diretta a Gaza e poi bloccata in alto mare dalle forze israeliane. Leader carismatico della Flotilla, è almeno al quarto tentativo di raggiungere Gaza via mare.

La campagna di stampa contro Avila puntava su un suo viaggio a Teheran per una conferenza su Gaza organizzata dal regime degli ayatollah nel giugno 2024 e sulla sua partecipazione, nel febbraio 2025, ai funerali di Hassan Nasrallah, capo degli sciiti libanesi di Hezbollah, assassinato dalle forze militari israeliane durante la campagna militare del settembre 2024. Interlocuzioni che scandalizzano solo se riduciamo i conflitti in Medio Oriente a uno scontro tra il bene e il male, dove il bene poi sarebbero Netanyahu, Bin Salman e i loro amici in Occidente. Tanto più che Avila ha sempre parlato della nonviolenza come scelta radicale, strategica, etica, non solo tattica. Fa talmente paura da meritarsi perfino la grottesca accusa di aver intrattenuto relazioni sessuali durante il viaggio della Flotilla, comparsa su un giornale della destra Usa.

Tocca innanzitutto ai governi di Brasile e Spagna esigere la liberazione di Avila e Abukeshek. Ma quest’ultimo è stato sequestrato su una barca, il motoscafo Eros1 che peraltro era di appoggio e non doveva neppure arrivare a forzare il blocco navale davanti a Gaza, battente bandiera italiana. Dunque è come se fosse stato rapito in piazza del Popolo a Roma e sussiste la giurisdizione italiana. Per questo le avvocate del Legal team della Flotilla hanno presentato un esposto alla Procura di Roma, che ha già ipotizzato il reato di tortura a carico dei responsabili israeliani per il trattamento riservato ai partecipanti alla Flotilla 2025, con richiesta di sequestro della nave militare che dovrebbe trasferire Abukeshek e Avila in Israele. Per evitare che il reato sia portato a ulteriore compimento.

L'articolo Flotilla, Saif Abukeshek e Thiago Àvila fermati da Israele: ecco perché rischiano di più. L’analisi dell’inviato del Fatto proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti