Festival Leoncavallo, Luca Ward «Ho doppiato i più grandi film degli ultimi 30 anni. Ma in Italia non mi affidano ruoli brillanti»
- Postato il 2 settembre 2026
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Festival Leoncavallo, Luca Ward «Ho doppiato i più grandi film degli ultimi 30 anni. Ma in Italia non mi affidano ruoli brillanti»
Ospite d’eccezione del Festival Lirico Internazionale “Ruggiero Leoncavallo”, nella nostra intervista, Luca Ward ripercorre alcuni momenti della sua brillante carriera e racconta curiosità, passioni e scelte professionali, soffermandosi anche sulla decisione di tutelare la propria voce dall’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
MONTALTO UFFUGO (COSENZA) – Una voce diventata leggenda. Radio, televisione, cinema, doppiaggio, teatro, musical, prosa e documentari: Luca Ward è un artista dalla straordinaria versatilità, capace di attraversare linguaggi e palcoscenici differenti con una personalità inconfondibile. Tra i doppiatori italiani più apprezzati, ha prestato la sua voce a celebri protagonisti del cinema internazionale, diventando indimenticabile nei panni di Massimo Decimo Meridio, interpretato da Russell Crowe ne “Il Gladiatore”. Ospite d’eccezione della serata di gala della XXIV edizione del Festival Lirico Internazionale “Ruggiero Leoncavallo” e della finale della XVIII edizione del Concorso Lirico Internazionale “Ruggiero Leoncavallo” (direzione artistica di Luigi Travaglio), Luca Ward ha regalato al pubblico due intense interpretazioni poetiche e condiviso alcune curiosità sulla sua brillante carriera.
Sin dalle prime battute, ha conquistato la platea del Sagrato del Duomo della Serra di Montalto Uffugo, dando ancora una volta prova del carisma di un interprete capace di trasformare la voce in emozione. È proprio partendo da quella voce, diventata negli anni una vera e propria firma, che abbiamo intervistato Luca Ward. Dalla magia del doppiaggio alla sfida dell’intelligenza artificiale, dagli aneddoti legati alle interpretazioni più celebri al rapporto con il palcoscenico, fino al messaggio rivolto alle nuove generazioni: un confronto diretto con un artista che ha attraversato cinema, teatro e televisione senza mai smettere di mettersi in gioco, e che continua a difendere ciò che rende unica ogni interpretazione: l’umanità.
Luca Ward, guardando alla sua carriera, quanto è stato importante dare voce a grandi protagonisti del cinema internazionale?
«Sono stato abbastanza fortunato. Nella mia carriera ho incontrato tante persone che hanno creduto in me e nelle mie peculiarità. E poi, ovviamente, ho avuto la fortuna di dare voce a grandi star del cinema».
Spesso, il pubblico riconosce una voce ancora prima di ricordare un volto. Cos’ha la voce di così profondamente umano da riuscire a depositarsi nella memoria emotiva delle persone?
«Hai detto bene: è umana. Ed è proprio qui che sta la differenza. Quella che molti definiscono “intelligenza artificiale”, secondo me sbagliando, io la chiamo “macchina”. L’intelligenza è umana, c’è poco da fare. Non credo che una macchina possa sostituire un essere umano quando parliamo di voce e recitazione. Un artista porta in scena la propria vita. Ogni personaggio, anche il più lontano da sé, si nutre di qualcosa che abbiamo vissuto. Le gioie, le vittorie, le sconfitte, i dolori, i chilometri percorsi: tutto lascia una traccia. Ed è proprio quella traccia a rendere unica un’interpretazione. Questo una macchina non riuscirà mai a farlo. Qualcuno dice di sì. Io accetto la sfida».
La voce può essere considerata una vera e propria impronta digitale. Luca Ward, lei è stato tra i primi a porre con forza il tema della sua tutela con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Oggi, davanti a una tecnologia capace di replicarla quasi alla perfezione, dove finisce l’innovazione e dove inizia il rischio di compromettere l’identità di un artista?
«Proprio per questo ho scelto di tutelare la mia voce attraverso il copyright. È quello che hanno fatto gli artisti americani, così ho seguito il loro esempio. Non sono contro l’innovazione. Però sono convinto che alcune cose vadano governate».
C’è un aneddoto legato al doppiaggio de “Il Gladiatore” che vuole condividere con i nostri lettori?
«Certo, quello legato alla battuta più celebre: “Al mio segnale, scatenate l’inferno”. L’ho incisa una trentina di volte. Non veniva. La “macchina Luca” non funziona sempre allo stesso modo. Magari quel giorno ero preoccupato per qualcosa, o mi era arrivata una cartella dell’Agenzia delle Entrate (racconta sorridendo, ndr). Fecero il controllo del film e, qualche giorno dopo, mi chiamò Renato Izzo, il papà di Fiamma, direttrice del doppiaggio. Mi disse: “Guarda, va tutto bene, ma c’è una frase da rifare”. Avevo già intuito quale fosse. Mi chiese di passare e, quando arrivai, mi disse: “È quella dell’inferno. Non l’hai chiusa. La devi chiudere”. Mi spiegò cosa intendesse. La incisi una sola volta. Quella diventò la versione definitiva e, da allora, quella frase ha fatto il giro del mondo».
Tra le numerose battute che ha pronunciato nella sua carriera, ce n’è una che sente particolarmente vicina?
«“Non può piovere per sempre”, “Il Corvo”».
Come mai?
«Perché tutti attraversiamo momenti bui. Ma dopo l’uragano torna sempre il sole».
Dopo una carriera così lunga e ricca di esperienze, c’è ancora qualcosa che riesce a metterla in soggezione prima di salire su un palco?
«Sì. Ogni volta, per i primi due-tre minuti, mi tremano le gambe. Temo sempre che si veda, ma mia figlia mi ha rassicurato: “Tranquillo, non si vede”».
Sul palco e fuori dal palco si percepisce tutto il suo amore viscerale per Roma e per il romanesco. Ma nella vita di tutti i giorni, come parla il più celebre doppiatore d’Italia?
«Nella vita di tutti i giorni si parla italiano. I miei ragazzi parlano italiano anche a casa, a meno che non stiamo giocando: allora viene fuori il romano. Il dialetto ti resta dentro per tutta la vita, ti accompagna. Io sono orgoglioso della mia Roma, ce l’ho dentro. E pensare che, da parte di madre, erano greci di Atene, mentre da parte di padre erano americani. Io, con il romano, sulla carta non c’entro niente. Eppure, ce l’ho dentro. E quello che si parla oggi non è più il vero dialetto. Mia figlia aveva otto anni quando, una sera, tornò a casa disperata. Le chiesi che cosa fosse successo e lei, sconvolta, mi disse: «La maestra dice “inzalata” e “borza”! Che devo fare? La correggo?». Io le dissi di sì. E lei la corresse. I miei ragazzi parlano il dialetto, ma parlano perfettamente italiano».
È stato ospite del Festival Leoncavallo. L’opera e il doppiaggio appartengono a mondi apparentemente lontani, ma hanno un elemento in comune: il controllo della voce. Cosa può insegnare un cantante lirico a un attore e viceversa?
«Il cantante lirico può insegnare ad avere orecchio. L’ascolto è fondamentale, soprattutto nel doppiaggio. Se riusciamo a cogliere le sfumature in lingue diverse siamo avvantaggiati. Il mondo della lirica e il mondo del doppiaggio possono essere molto complementari».
Ha dato voce e corpo a personaggi molto diversi: uomini eroici, tormentati, romantici, potenti. C’è un personaggio che le è rimasto dentro più degli altri?
«Tutti, dal primo all’ultimo. Devo ringraziare il cielo per aver avuto la possibilità di doppiare alcuni dei più grandi film degli ultimi trent’anni. Non ce n’è uno solo. “Il Gladiatore” mi ha reso popolare, Pulp Fiction, con Samuel L. Jackson, mi ha reso eclettico, “Il Corvo” mi ha mostrato in una dimensione più romantica, Hugh Grant in quella brillante. E pensate che in Italia i ruoli brillanti a me non li affidano. Eppure, nella vita, sono un uomo estremamente brillante».
Come mai questa versatilità sembra scontrarsi con una certa tendenza a incasellare gli attori?
«Perché in Italia ti mettono delle etichette. Sei un attore comico? Allora non puoi essere drammatico. Sei un attore drammatico? Non puoi fare il comico. Sei un doppiatore? Allora non sei un attore. Fai teatro? Non puoi fare televisione, perché sei “troppo teatrale”».
Lei è un artista poliedrico. Negli Stati Uniti, vediamo interpreti capaci di muoversi tra cinema, televisione, teatro e altri linguaggi dello spettacolo. Perché in Italia questa versatilità sembra ancora fare fatica ad affermarsi?
«Appunto, negli Stati Uniti. Qui, manca una visione più ampia. Non si va oltre. Un tempo gli attori erano molto più uniti. Oggi siamo tutti “cani sciolti”: ognuno pensa a sé stesso, ognuno fa la propria corsa. Abbiamo perso l’identità del mestiere dell’attore. Ed è un grande peccato».
Un consiglio ai giovani che sognano di diventare attori o doppiatori?
«Ai giovani dico di darsi da fare e di pensare davvero al proprio futuro. Ma soprattutto di stare insieme, di fare gruppo, di non chiudersi dentro una stanza. Questo è fondamentale. Bisogna sempre mettersi in gioco, rimettersi in discussione e non sentirsi mai arrivati. Io, pensa, non guardo mai i film che faccio. Perché poi ti autocompiaci, ti gongoli, pensi di essere arrivato. E invece no: io vado avanti».
Prossimi progetti?
«Chi lo sa?».
Luca Ward, c’è un sogno che tiene ancora nel cassetto?
«Eh sì, uno sì».
Può svelarlo?
«Vedere i miei figli con le tempie grigie».
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Festival Leoncavallo, Luca Ward «Ho doppiato i più grandi film degli ultimi 30 anni. Ma in Italia non mi affidano ruoli brillanti»