Fenomenologia di Massimiliano Allegri: l’allenatore più divisivo che ha sempre provato a non dividere
- Postato il 29 maggio 2026
- Di Virgilio.it
- 0 Visualizzazioni
- 4 min di lettura
Se oggi pensiamo a due personaggi divisivi per eccellenza i nomi che vengono in mente sono due. Il primo è Donald Trump e le ragioni sono chiare senza la necessità di doverle esplicitare. Il secondo, però, è uno che tutto fa tranne che cercare oppositori e che sfoggia diplomazia praticamente in ogni circostanza. Il riferimento è a Massimiliano Allegri e servirebbe una tesi di laurea intera per approfondirne le ragioni. Si è con lui o contro di lui ma senza un vero perché. L’allenatore livornese è stato scelto suo malgrado a manifesto vivente del risultatismo a ogni costo. Come se vincere nello sport fosse un reato, anche laddove la componente della fortuna avesse prevalso. E allora proviamo a ripercorrere la storia del toscano in una sorta di fenomenologia dell’allegrismo.
- Sacchi contro Allegri: la nascita dello scontro ideologico
- Adani, il giochismo e la costruzione dell’anti-allegrismo
- Allegri oltre la Juventus: quando l’allenatore supera la squadra
- Allegri come specchio: il tecnico che divide senza voler dividere
Sacchi contro Allegri: la nascita dello scontro ideologico
Il primo grande critico di Massimiliano Allegri è stato Arrigo Sacchi. Oggi tutti associano l’allenatore di Livorno a Lele Adani, etichettato come il più grande nemico assoluto. Ma l’attuale opinionista nonché fondatore di Viva El Futbol non è stato il primo a nutrire dubbi sulle effettive qualità del vate toscano. Ricorderete, il Profeta di Fusignano paragonò la Juventus di Allegri al Rosenborg che sapeva vincere soltanto in patria e in assenza di avversari. Da qui la distinzione tra lo Stratega – ovvero colui che aveva in mente un modello propositivo del calcio – e il Tattico che al contrario prediligeva una filosofia di reazione più che di azione e meramente speculativa. Due mondi opposti, insomma. Che probabilmente non si incontreranno mai.
Adani, il giochismo e la costruzione dell’anti-allegrismo
In quel filone inaugurato da Sacchi si sono poi infilati in tanti. Adani è stato l’uomo che ha trovato maggiore ispirazione nell’anti-allegrismo per portare avanti la propria missione e soprattutto il proprio personaggio. Nel tranello il buon Max ci è cascato, facendosi coinvolgere da una polemica che gli ha fatto più del male che del bene. Il paragone col basket, i terzini offensivi e la necessità di vincere in contrapposizione al mero spettacolo: le risposte di Allegri hanno dato consistenza ai critici facendo venire fuori un vero e proprio movimento pro giochisti. I social hanno chiaramente acuito le distanze, tant’è che oggi il 58enne toscano vive il paradosso di un tecnico vincente al quale però non basta più vincere. D’altro canto il risultatismo funziona finché arrivano i risultati e l’ultimo triennio juventino e l’ultima stagione milanista non sono stati dei trionfi.
Allegri oltre la Juventus: quando l’allenatore supera la squadra
Tanti nemici, tanto onore? Più o meno. Anche se la lunga militanza nel mondo del calcio a qualcosa è servita. Massimiliano Allegri ha tanti amici nei giornalisti, pronti a difenderlo e a reggere per lui un microfono ideale attraverso il quale far passare i suoi concetti. Attacco e difesa: due concetti che trovano terreno fertile nel pallone ma anche fuori. E proprio fuori hanno contribuito ad aumentare la già forte spaccatura, fino a mettere Allegri anche al di sopra delle squadre allenate. Non ci sono state più Juventus e Milan ma Allegri e i suoi predecessori: un confronto totale con statistiche raccattate da una parte o dall’altra a seconda della convenienza. Chi ne è uscito peggio alla fine sono stati i tifosi, travolti da una terribile “caciara” nella quale ognuno è sembrato recitare un ruolo. Così accade che se Massimiliano Allegri viene accostato al Napoli o a un’altra panchina, ecco che c’è chi grida allo scandalo ipotizzando scenari nefasti. O chi, al contrario, ritira in ballo il palmarès con doppia finale di Champions inclusa.
Allegri come specchio: il tecnico che divide senza voler dividere
Ed è forse proprio questo il punto più curioso dell’intera vicenda. Massimiliano Allegri non ha mai avuto il carisma ideologico di un Sacchi né la volontà rivoluzionaria di un Guardiola. Non ha fondato scuole di pensiero, non ha teorizzato manifesti calcistici e probabilmente non ne ha mai sentito il bisogno. Eppure è diventato ugualmente il centro di una guerra culturale sul calcio, trasformandosi nel simbolo assoluto del pragmatismo contro l’estetica, del risultato contro la proposta, della concretezza contro il romanticismo.
Forse perché Allegri, più che allenatore, è stato uno specchio. Dentro di lui tifosi, opinionisti e addetti ai lavori hanno finito per vedere ciò che volevano vedere: il nemico del bel gioco o l’ultimo difensore del calcio che conta davvero, quello in cui alla fine l’unica cosa che resta è vincere. E così il tecnico che meno di tutti cercava lo scontro è diventato il personaggio più divisivo del calcio italiano contemporaneo.