Femminicidio, parla la deputata Annibali: «Sara come Giulia, poche denunce ergastolo inutile»

  • Postato il 2 aprile 2025
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Femminicidio, parla la deputata Annibali: «Sara come Giulia, poche denunce ergastolo inutile»

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Femminicidio: dopo Giulia Cecchettin, a Messina il caso della 22enne Sara uccisa dal compagno di università; parla la deputata Annibali


Sara Campanella aveva solo ventuno anni. Dalla provincia di Palermo si era trasferita a Messina per studiare alla facoltà di Tecniche di laboratorio Biomedico.
Frequentava il terzo anno. Se si cerca una sua foto in rete, la prima che compare la ritrae con un tramonto alle spalle. Sorridente, spensierata, come i giovani a vent’anni. Gli anni in cui vedi il mondo a colori, custodisci i tuoi sogni e vivi leggero.
Lasci la tua città, sicuro che ci ritornerai. Diventi grande, rinunci agli affetti, perché senti il richiamo di un futuro ancora tutto da scrivere. Non ti immagini che il tuo cammino possa essere interrotto da un tuo coetaneo, non ti passa per la testa, non te lo puoi immaginare

Per il suo omicidio, avvenuto lunedì 31 marzo, è stato fermato Stefano Argentino. Ventisette anni, anche lui studente nella stessa facoltà di Sara. Lì si erano conosciuti e da più di due anni la molestava con atteggiamenti opprimenti e possessivi. Nonostante la ragazza non avesse mai sporto alcuna denuncia, colpisce un post su Facebook in cui aveva scritto «Mi amo troppo per stare con chiunque». Forse questo ha scatenato la furia del giovane ragazzo, che ha deciso di accoltellarla ripetutamente fino a ucciderla. Una brutalità insensata, una violenza che lascia tutti senza parole.

Fa rabbrividire l’ultimo messaggio inviato dalla giovane alle amiche: «Dove siete? Il malato mi segue».
Nessuno avrebbe mai potuto pensare che quello sarebbe stato il suo ultimo messaggio: una richiesta d’aiuto, la consapevolezza di essere perseguitata da una persona pericolosa.
Poi le urla, il sangue, e la fine di un’anima che meritava ancora di vivere, come tutte le anime giovani, le anime pure. Quando parliamo delle donne stiamo parlando dell’amore per la vita e non è un caso che gli omicidi sono commessi molto più dagli uomini che dalle donne.

Nel mito ovidiano di Eco e Narciso, un giovane muore dissolvendosi nell’acqua in cui si specchiava mentre la voce di lei risuona lungo le valli. Liriope, madre di Narciso, aveva interrogato Tiresia riguardo il destino di suo figlio e lei le rivelò che sarebbe vissuto a lungo a patto che non avesse mai conosciuto sé stesso.
Ci siamo mai chiesti quanto si conoscono i responsabili degli omicidi contro le donne?
Ciò, senza dubbio, non li discolpa dalle atrocità commesse, quanto piuttosto evidenzia una dura verità: uomini senza coscienza tentano di possedere il prossimo prima ancora di avere fatto i conti con loro stessi.

Eppure, sul tempio di Apollo a Delfi c’era scritto proprio il contrario: «Conosci te stesso».
Quando Narciso – così come spesso accade agli uomini – si specchia con la propria pochezza, rimane frustrato e cerca di azzerare anche che gli sta accanto per non sprofondare nel nulla che lo rappresenta.
Sulla complessa questione abbiamo interpellato Lucia Annibali, avvocatessa e deputata di Italia Viva, sfregiata con l’acido nel 2013 dal suo ex compagno, Luca Varani. Nel 2014 il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano l’ha insignita del titolo di Cavaliere al merito. Due anni fa è diventata difensore civico della Regione Toscana.

Ieri Giulia, oggi Sara. Domani?

«Domanda complessa a cui la politica continua a dare risposte banali. Prevedere il reato di femminicidio non è una scelta epocale, come vogliono farci credere, ma quella più facile».

Come giudica il ddl sul femminicidio?

«È il simbolo del populismo penale di questi tempi. Lo strumento penale non funge da deterrente. Per punire condotte aggressive nei confronti delle donne, sono più che sufficienti le norme incriminatrici esistenti».

Non era necessario prevedere questo nuovo reato?

«Questo non lo dico solo io ma anche giuristi come Giovanni Fiandaca. Egli ha affermato che la proposta del nuovo reato non può che andare incontro a una netta bocciatura da parte di tutti coloro che difendono una concezione non opportunistica del diritto penale. Colpisce la declinazione in chiave psicologistica e di censura morale del disvalore del femminicidio, che si presume in ogni caso più grave di quello relativo all’omicidio comune».

Cosa occorre fare?

«Sarebbe molto più utile escogitare strategie di prevenzione di natura sociale ed economica, al fine di incidere sulle cause profonde del problema. A partire dalle scuole, luogo in cui mi capita spesso di andare per parlare di questi temi e raccontare la mia storia».

È rimasta stupita leggendo della giovane età di Sara Campanella?

«Sicuramente sì, ma già il caso di Giulia Cecchetin dimostra che sono spesso i giovani i protagonisti di queste tragedie. Un motivo in più per fare prevenzione nelle scuole ed investire risorse, al fine di non far sentire le vittime sole. Spesso intorno a loro si crea un clima giudicante, motivo per cui poi faticano a denunciare. Occorrerebbe finanziare dei progetti che prevedono la figura di professionisti che possano interfacciarsi con loro. I ragazzi hanno bisogno di parlare e di affrontare temi delicati come quello della sessualità. E invece approfondiscono questi temi solo sui social».

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