Fare sesso con l’Intelligenza artificiale, l’ultima frontiera del peccato
- Postato il 5 giugno 2026
- Di Panorama
- 0 Visualizzazioni
- 4 min di lettura
Fare sesso con un’intelligenza artificiale è tradimento? La risposta, emersa dalla prima grande indagine italiana sul tema, è un capolavoro di opportunismo e moralismo. Per sé stessi, no, un po’ come la masturbazione. Se invece è il proprio partner a relazionarsi con il chatbot, per l’82% si tratta di tradimento.
Lo studio è stato commissionato da Xlovecam, piattaforma di intrattenimento per adulti, all’istituto di ricerca francese Discurv, su un campione rappresentativo di mille italiani maggiorenni (aprile 2026). I dati dicono che il fenomeno non è più marginale. Il 54% degli italiani ha già chiesto consigli intimi o sentimentali a un’AI, e il 15% lo fa abitualmente. Quasi quattro italiani su dieci hanno già avuto, o dichiarano di voler avere, una qualche forma di interazione sentimentale o sessuale con un chatbot o un avatar.
Nel dettaglio: il 12% ha avuto una conversazione intima, il 6% un’interazione esplicitamente sessuale, il 19% non lo ha ancora fatto ma vorrebbe provarci. Solo il 26% (ma non sono pochi), si dice esplicitamente a proprio agio con l’idea di avere un’AI come partner affettivo, ma il fatto che quasi un italiano su cinque stia già sperimentando qualcosa in questa direzione vale più di mille proiezioni.
Il contesto internazionale conferma che non si tratta di un’eccentricità italiana. Secondo il rapporto annuale Singles in America condotto da Match in associazione con il Kinsey Institute su oltre 5.000 adulti single americani, il 16% ha avuto interazioni romantiche con una intelligenza artificiale . La quota sale al 33% tra i Gen Z e al 23% tra i Millennial. L’uso dell’AI nel dating è cresciuto del 333% in un solo anno. Non è un trend di nicchia: è una trasformazione in corso.
Consulente sentimentale on demand
Il modo in cui le persone usano questi strumenti è più vario, e spesso più banale, di quanto l’immaginario collettivo suggerisca. Non stiamo parlando solo di relazioni romantiche simulate con chatbot progettati per fare da fidanzati virtuali, come Replika o Character.AI. Stiamo parlando di qualcosa di più diffuso e sfumato: chiedere a ChatGPT come reagire al messaggio di un ex, elaborare con un’intelligenza artificiale una delusione sentimentale, esplorare fantasie in forma testuale prima (o invece) di condividerle con un partner.
Il confine tra “strumento” e “relazione” è poroso, e si sta assottigliando. Uno studio pubblicato su Computers in Human Behavior Reports, che ha analizzato gli utenti di Replika attraverso interviste in profondità, ha mostrato che il legame percepito con il chatbot può essere emotivamente significativo anche quando l’utente sa perfettamente di parlare con un software. Un working paper della Harvard Business School ha documentato come certi cambiamenti di prodotto, nel caso specifico la decisione di Replika di limitare le conversazioni a sfondo erotico, abbiano prodotto effetti psicologici rilevanti negli utenti più coinvolti.
Crisi, dolore, qualcosa di molto simile a un lutto. Il fatto che l’altra parte della relazione sia un algoritmo non rendeva il disagio meno reale. Tutto questo, ovviamente, apre domande scomode.
Segno dei tempi o sintomo di un problema?
Il rischio di una lettura moralista è alto, e vale la pena evitarlo. Le persone hanno da sempre cercato forme di intimità sostitutiva, dalla letteratura erotica alla pornografia, dai telefoni erotici agli incontri virtuali. Il fatto che ora si possa avere una conversazione emotivamente coinvolgente con un’entità digitale disponibile 24 ore su 24, non giudicante, infinitamente paziente, è una novità tecnologica, non necessariamente un segno di degrado civile.
Dobbiamo fare comunque i conti con questo trend. Nella stessa indagine Discurv, il 33% degli italiani ritiene possibile sviluppare un attaccamento emotivo verso un’intelligenza artificiale. Tra questi, 8% ne è pienamente convinto e 24% lo considera probabile. Le persone che usano questi strumenti sono spesso le stesse che esprimono questa preoccupazione. Non è contraddizione: è la consapevolezza di muoversi su un terreno ancora instabile.
Il problema non è l’intelligenza artificiale in sé. È che la domanda di intimità, di ascolto, di comprensione emotiva che questi strumenti soddisfano (o simulano di soddisfare) è reale, ed è spesso insoddisfatta nelle relazioni umane. Un chatbot non tradisce, non si distrae, non è mai stanco. Rispetto a certi matrimoni, è già un miglioramento. Cinico? Forse sì, ma per nulla surreale.
Il punto critico è un altro: la tecnologia rischia di essere contemporaneamente causa e soluzione apparente dello stesso problema. Se le relazioni affettive si impoveriscono, in parte perché la soglia di tolleranza alla complessità umana si abbassa grazie alla facilità delle interazioni digitali, allora i chatbot non curano nulla. Rendono più comodo evitare di lavorarci. Invece, ormai è chiaro, occorre farlo e pure con una certa urgenza.