Ex Ilva, i lavoratori di Cornigliano in assemblea: “Scenari apocalittici, pronti a un autunno caldo”
- Postato il 7 agosto 2026
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- Di Genova24
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Genova. “Settembre potrebbe essere tiepido, ottobre caldo“. Lasciano poco spazio alle interpretazioni le parole di Armando Palombo, storico delegato di fabbrica dell’ex Ilva di Cornigliano, al termine dell’assemblea coi lavoratori dello stabilimento convocata per fare il punto sugli ultimi sviluppi: entro tre mesi chiusura dell’area a caldo di Taranto e, di conseguenza, nubi sempre più scure sull’acciaieria di Genova. Si attende l’esito degli incontri d’agosto programmati dal Governo, ma intanto ci si prepara alla lotta: “Partiamo da quei sette giorni”. Riferimento alla storica mobilitazione di novembre-dicembre 2025 con cortei e blocchi persino sul ponte San Giorgio.
Per ora nessuno sciopero: sarà la Rsu a decidere quando proclamare le 8 ore decise a livello nazionale. “Il 28 ottobre chiude l’area a caldo di Taranto – ricorda Palombo -. Vuol dire che non verrà più prodotta neanche una bramma da trasformare in rotoli. Si può fare appello a questo decreto, ma la risposta ci sarà tra mesi e i 90 giorni vanno rispettati. Significa che Genova chiude. Sono scenari apocalittici: noi abbiamo indicato soluzioni, ma non è compito nostro. So solo che i lavoratori non hanno nessuna colpa e responsabilità. Non ci lasceremo affascinare dal piano A, dal piano B, dalla cordata italiana o dall’indiano. Da settembre valutiamo cosa fare, su questo siamo tutti compatti e abbiamo anche il supporto della Guido Rossa che non verrà a mancare”.
La soluzione per evitare la chiusura di Genova
Ma quali sono le soluzioni proposte dai sindacati? “Per noi il fatto che chiuda l’area caldo di Taranto non significa che debba bloccarsi la produzione in tutta Italia – spiega Stefano Bonazzi, segretario della Fiom di Genova -. Se chiude l’area a caldo, bisogna alimentare tutti gli impianti a freddo del gruppo. Quindi acquistare le bramme sul mercato, portarle a Taranto, lavorarle nel laminatoio a caldo, trasformarle in coils e trasportarle al Nord per alimentare Genova, Novi e Racconigi. Questa è la soluzione per dare continuità oggi, nell’immediato”.
A Cornigliano le linee della zincatura e della banda stagnata possono produrre circa un milione di tonnellate all’anno. Oggi arrivano appena a 300mila. Se la fabbrica si approvvigionasse con materiale diverso da quello proveniente da Taranto – è la tesi dei metalmeccanici – si potrebbero saturare gli impianti. E questo vorrebbe dire non solo far rientrare tutti i lavoratori in cassa integrazione (280), ma anche creare il fabbisogno per nuove assunzioni. Il tema è stato posto ai commissari, ma le difficoltà sarebbero soprattutto di ordine economico.
Caccia a un acquirente, i sindacati: “Lo Stato deve entrare in campo”
Sul lungo termine, però, bisogna decidere quale sarà il destino dell’ex Ilva. Il Governo cerca ancora un acquirente: doveva essere Jindal, poi la decisione dei giudici di Milano ha rovesciato il tavolo. “In una situazione come questa serve che lo Stato entri in campo in maniera seria – sottolinea Bonazzi -. Non facendo finta di essere l’arbitro, ma diventando parte in causa, mettendoci i soldi, diventando diventando azionista di riferimento, padrone di questa azienda, e accompagnando il processo. Dopodiché deve essere chiara una cosa: c’è l’accordo di programma, per noi l’elemento centrale è la continuità di reddito dei lavoratori. Quella è sempre stata la posizione di Genova: abbiamo 1.200 codici fiscali da garantire”.
“Chi ci ha portato qui, quindi questo governo e anche quelli precedenti, sono tutti colpevoli di un omicidio di Stato – sono le parole di Christian Venzano, segretario generale della Fim Cisl Liguria -. In un Paese con scarse materie prime, dove dipendiamo dal punto di vista energetico dagli altri Paesi e dove l’energia è più cara, se perdiamo anche la siderurgia vuol dire che abbandoniamo l’industria pesante: navi, treni, aerei, auto. Tutto questo è a rischio. Senza industria l’Italia va verso il terzo mondo. Ci vuole un piano straordinario che dia continuità produttiva, perché altrimenti chiude tutto il gruppo siderurgico più grande d’Europa. Noi non vogliamo pagare il prezzo per chi non ha deciso. Non molliamo di un centimetro. Noi non ci stiamo, non è giusto ed è veramente un omicidio di Stato”.
A seguire lo stesso ragionamento è Fabio Carbonaro, funzionario della Uilm: “L’Italia ha deciso di dismettere l’industria e ho la sensazione che questa sia una scelta strategica della classe dirigente di questo Paese. Sono passati anni e nessuno è intervenuto per rendere compatibile la produzione con l’ambiente. È una follia e non è accaduto per caso. Sono stati molto più bravi a fare strategie speculative sulle aree. Noi vogliamo la continuità della produzione e del reddito, che non è detto che siano necessariamente legate. Lo Stato deve entrare. Approvvigionare gli stabilimenti con qualcosa che arriva dall’estero va bene, ma ovviamente ci espone a un rischio. Il tempo delle chiacchiere è terminato”.
Più disilluso Matteo Bellapianta, rappresentante dell’Usb: “Noi sinceramente rimaniamo abbastanza basiti da questo governo, però dobbiamo dirci le cose chiare in fondo: noi paghiamo gli errori di anni e anni di politica. Questo governo è incapace, ma quelli di prima non sono stati migliori. Quando c’era la sinistra la destra diceva: nazionalizziamo Ora che c’è la destra, la sinistra dice: nazionalizziamo. Ma ci prendete per il culo? Noi non crediamo alle favole, non crediamo a Babbo Natale. Se quest’azienda me la regalano, io non la voglio. Vogliono dare il coltello a chi ci deve ammazzare? I lavoratori non vengono neanche nominati ai tavoli. Dobbiamo guardarci in faccia e dirci la verità: noi vogliamo la continuità di reddito, poi fate quel che volete“.