“Essere malato era una strana sensazione. Mi domandavo: cosa mi succede? Ultimamente però mi sono tornate le forze. A 77 anni ho ricominciato a correre e non è solo un esercizio fisico”: parla Murakami
- Postato il 5 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Lo scrittore Haruki Murakami torna a parlare della malattia che lo ha costretto a interrompere la sua routine cinquantennale. Dopo mezzo secolo di maratone annuali e sessioni quotidiane di scrittura e corsa, il ricovero ospedaliero gli ha fatto riscoprire l'importanza della salute. Ora, a 77 anni, ha ripreso le sue attività e rivela come lo sport sia per lui ben più di un semplice esercizio fisico, ma una forma di meditazione e connessione con se stesso.
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“Per cinquant’anni ho corso almeno una maratona all’anno, ma nel cinquantunesimo me la sono persa perché ero in ospedale”: la routine di Haruki Murakami è stata interrotta da una malattia e dal successivo ricovero. Prima di questo stop imposto, scriveva cinque ore e correva per dieci chilometri. A 77 anni ha ricominciato a fare tutte e due queste attività e tra poco uscirà il suo nuovo romanzo, Abandoning a cat, che prende spunto dai racconti di suo padre sulla Seconda guerra mondiale.
“Essere malato era una strana sensazione. Mi domandavo: cosa mi succede? Ultimamente però mi sono tornate le forze. Scrivo di nuovo e corro di nuovo. Per me le due cose sono connesse, correre non è solo un esercizio fisico ma pure una metafora. La maggior parte di quello che ho scritto mi è venuta in mente correndo. E quando scrivo mi sento ancora giovane”, le parole dello scrittore al Times.
Con il quotidiano britannico parla di tante cose, Murakami. A cominciare da un’amicizia forse inattesa, quella con Harry Styles: “Ha letto molti dei miei libri, io ho sentito uno suo concerto a Manchester, mi ha mandato il suo ultimo album con una dedica scritta in giapponese. Ci siamo conosciuti grazie alla corsa, la nostra passione comune”. E a proposito di cantautori, lui che ogni anno viene dato come vincitore del Nobel senza vincerlo mai (“Da due decenni, a ogni ottobre, la gente mi dice che potrei vincerlo, ma poi lo vince sempre qualcun altro”), non ha nulla da obiettare sul fatto che questo riconoscimento sia stato dato a Bob Dylan: “Lo considero un grande poeta, penso che lo meritasse. E poi io ho cominciato come gestore di un jazz club a Tokyo e quel mestiere mi piaceva. Sono diventato uno scrittore, sono diventato famoso scrivendo, ma qualche volta mi sembra che sia un sogno, mi sveglierò e tutto tornerà come prima”.
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