Ero spaventata e quel tono gelido della dottoressa mi è rimasto addosso. Al Nord non mi capita
- Postato il 29 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Interno giorno. Stanza ambulatoriale dell’Asp di Messina. La dottoressa passa il dispositivo sul mio seno. Io paralizzata dal panico di un tumore, mi dico che se fossi lì per qualcun altro, avrei già fatto un sacco di domande. Invece la paura mi rende silente. Faccio uno sforzo: “Quindi avete visto qualcosa?” – “E certo, altrimenti perché le avremmo chiesto di tornare”. Con un filo di voce, le spiego: “Mi avevano detto che il seno è denso e per questo non è facile leggerlo, che quindi era probabile che mi si richiamasse, ma che si trattava di mera routine”. “Questi sono i tecnici che parlano sempre a sproposito”. Il sarcasmo gelido delle risposte della dottoressa mi ricaccia nel silenzio.
Lei continua a passare l’aggeggio sui miei seni, io continuo a stare in silenzio. Poi però si ferma e blocca l’immagine su qualcosa che misura graficamente. “C’è qualcosa?” – “Sì, ma non è niente di che”. Riprendo respiro, ma c’è ancora da controllare l’altro seno. Ad ogni domanda che oso, una risposta piccata. L’esame va avanti, anche mentre lei risponde al telefono. Sono lì, immobile, da 24 ore – ovvero da quando dopo la mammografia fatta all’Asp, pochissimi giorni prima, mi hanno richiamata per tornare, senza dare alcuna spiegazione – una paura intensa, profonda, mai avvertita prima nella vita, mi ha posseduta. Una volta finito l’esame, la dottoressa prepara il referto. Un lungo silenzio. Poi oso ancora: “Potrebbe essere un nodulo dovuto alle mestruazioni imminenti?”. “No, c’è da tempo”. “Quanto?”. “Ah, e che ne posso sapere io?!”.
Torno a casa molto sollevata, il nodulo non desta preoccupazioni (per il momento). Però mi resta addosso per i giorni successivi e tuttora, quel gelido tono polemico della dottoressa. Da un lato, mi rivela quanto profondamente fossi spaventata. Normalmente avrei risposto a tono, mentre ho incassato ogni risposta piccata senza battere ciglio.
Non lo racconterei qui ed ora, se pensassi che questo episodio sia isolato. Ho, ahimè, frequentato molti medici e molti ospedali, sia al Sud che al Nord, da caregiver. Posso dire che non è vero che la cura è sempre migliore al Nord. Ci sono in realtà, anche al Sud, centri, e medici di altissimo livello. Ma questo sgarbo, questo tono piccato, questa assoluta assenza di riguardo per la paura che il paziente sta provando in quel momento, questo non posso dire di averlo sperimentato in egual misura al Nord, dove tra Veneto e Lombardia, ho sperimentato sempre un gran rispetto per il paziente e nessuna boria del personale medico.
L’Asp di Messina per il secondo anno, chiamandomi per lo screening mammografico mi ha dato prova di un’efficienza insperata. Molto poco chiari, ma puntualissime e rapidi. Ma da anni mi interrogo, e l’ultimo episodio ne è solo l’ennesima prova, sull’atteggiamento dei medici al Meridione, privo di qualsiasi scrupolo e rispetto nei confronti dei pazienti, intrisi di un analfabetismo emotivo nei confronti dei pazienti davvero inequivocabile. Immagino che il carico e l’organizzazione del lavoro dia loro qualche frustrazione, ma immagino anche che manchi in loro il rispetto minimo, come spesso manca al Sud nelle interazioni sociali in ogni contesto e luogo.
Su quel lettino, sotto il rullo dello strumento ecografico che esaminava i miei seni, c’era in gioco la mia vita. Eppure la dottoressa parlava al telefono, o mi rispondeva piccata. Detto – mai a sufficienza e con i dovuti scongiuri – che per fortuna posso pensare a questo, oggi, mi chiedo se sia accettabile che i medici siano così irritati dalle interazioni con i pazienti e dalle loro domande. Se sia accettabile che al Sud le interazioni sociali siano così spesso prive del rispetto minimo, così ricolme, al contrario, di valanghe di cinismo e frustrazione.
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