“Era un bravo ragazzo”: perché questo racconto ad ogni femminicidio è pericoloso

  • Postato il 3 aprile 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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di Sabrina Rossi*

Sara, accoltellata da un uomo che aveva rifiutato.
Ilaria, uccisa, chiusa dentro una valigia come si fa con qualcosa che non ci serve più. Non è solo una storia, ma un dramma che ci riguarda tutti indistintamente. Da lettori è d’obbligo, cominciare a rifiutare il paradigma che enfatizza la figura dell’assassino come il “bravo ragazzo” o che ne giustifica il gesto con la parola amore. “l’avrebbe uccisa per motivi sentimentali in quanto invaghito di lei; studente modello che partecipava a tutte le lezioni”.

Questo racconto è pericoloso: ridurre atti così disumani a tragedie sentimentali significa accettare false e rischiose credenze. È necessario pretendere competenza e serietà, pertanto, ritengo opportuno dover precisare alcune considerazioni che ruotano intorno a questo fenomeno ormai così dilagante all’interno del tessuto sociale. Tutti concordano nel ricondurre il problema della violenza di genere ad una matrice sociale e culturale che ha portato ad alimentare questo terribile sistema di potere, attribuendo ruoli di genere stereotipati, in cui le donne vengono considerate esseri inferiori agli uomini.

Tuttavia, è doveroso evidenziare che, nonostante sia ormai universalmente condivisa l’idea che la violenza di genere venga ricondotta ad una matrice fondata sul sistema sessista della cultura patriarcale questa spiegazione, da sola, non basta a fornire risposte esaustive. Bisogna partire da questo assunto imprescindibile per cui nella mente umana può insediarsi la malattia che purtroppo, però, quasi mai viene chiamata in causa, talvolta, la cultura sembrerebbe, persino, metterne in evidenza una scarsa conoscenza se non addirittura la sua totale negazione.

Questo è evidente nella misura in cui assistiamo, ad esempio, a quella parte di letteratura scientifica e di una certa psichiatria che ritengono inaccettabile “patologizzare la violenza di genere” e sostenere che un violentatore sia malato, per evitare che ciò venga percepito come una giustificazione, limitando, di fatto, l’analisi di un fenomeno così complesso come il femminicidio. Più in generale potremmo dire che quando si prospetta l’ipotesi che alla base di un crimine ci possa essere una patologia mentale l’opinione pubblica tende a considerare questo discorso come un espediente per riduzioni di pena o per sfuggire dal potere giudiziario.

Come anche per le malattie del corpo, sarebbe davvero importante rimettere al centro il ruolo della ricerca scientifica sul tema della malattia mentale, per riconoscerla ed affrontarla distinguendola da ciò che è sanità.

Bisogna mettere in discussione, prima di tutto, questa apparente normalità di un comportamento che poco o nulla ci dice delle dimensioni più profonde di un essere umano e accettare, invece, il principio per cui la violenza, declinata in tutte le sue forme, è sempre espressione di una malattia mentale.

La malattia mentale anche quella più grave – come nei casi di femminicidio – spesso alberga in individui apparentemente normali: si tratta quasi sempre di lavoratori, padri di famiglia e studenti modello che potrebbero riuscire a tenere latenti tali condizioni cliniche anche per anni e a non far emergere un’alterazione del comportamento. Per comprendere l’eziologia e la patogenesi di questo fenomeno è necessario chiarire che ciascun essere umano si compone di una mente non cosciente che compare al momento della nascita e che può andare incontro ad uno sviluppo psicopatologico. E allora cosa succede a questi uomini che arrivano ad uccidere una donna, per motivi così futili?

Non essendo sufficientemente sani da riuscire ad accettare una separazione reagiscono scatenando la violenza omicida. È per me importante tenere legati tutti questi aspetti attraverso la divulgazione di informazioni scientifiche che rifiutano l’impostazione tradizionale di chi afferma la non riconducibilità del gesto all’insorgenza di situazioni patologiche. Solo così potremmo realizzare a mio avviso una rivoluzione culturale contro tale drammatico fenomeno.

*Psicologa e Psicoterapeuta in Formazione

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