Elisabetta Cannarozzi racconta come rinasce la vita: L’onda e lo scoglio
- Postato il 23 marzo 2026
- Cultura
- Di Quotidiano Piemontese
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TORINO – La vita di ognuno riserva momenti esaltanti e momenti difficili. A volte i momenti difficili si presentano in serie e sembra non esserci scampo. E’ quello il momento in cui la vita ci chiede di non mollare e di trovare la forza di andare avanti, magari prendendo anche decisioni importanti, scegliendo di dare una svolta al nostro quotidiano.
E’ questo il tema di cui ci parla Elisabetta Cannarozzi nel suo romanzo L’onda e lo scoglio, per i tipi di Neos Edizioni.
Bianca è alla soglia dei 50 anni e deve affrontare la scomparsa del padre, un cambio di registro improvviso nel proprio lavoro e la malattia che la tocca direttamente. Si scopre tutto a un tratto fragile e in difficoltà, proprio lei che è sempre stata forte, sicura, precisa, inalterabile. La sua vita così è a un bivio e sarà lei, con l’aiuto delle persone che le stanno intorno e dei professionisti a cui si rivolge, a doverla riprendere in mano, a farsi forza e a ricominciare, anche con decisioni coraggiose e dolorose.
Un romanzo fortemente autobiografico in cui l’autrice non ha paura di aprirsi al lettore, diventando così esempio e punto di riferimento. Per Cannarozzi è un esordio letterario tosto e coraggioso. Un modo di riprendere in mano la propria vita anche scrivendo e lasciando su carta le tracce del suo dolore e delle sue difficoltà.
L’intervista con Elisabetta Cannarozzi
Nella vita di ciascuno di noi ci sono momenti difficili. Sono quelli i momenti in cui bisogna avere il coraggio di prendere decisioni forti. Cosa racconta questa storia?
L’onda e lo scoglio narra le vicende e il vissuto, denso di emozioni e riflessioni, di una manager cinquantenne che, improvvisamente e in successione, si trova a dover fronteggiare quella che si può definire la tempesta perfetta. Bianca, la protagonista, affronta, nel giro di pochi mesi, tre tsunami di vita che minano ogni sua certezza e sconvolgono la stabilità costruita in anni di duro lavoro e di impegno costante. Arriva prima la malattia del padre e la rapida e inevitabile perdita, poi la profonda e cocente delusione professionale e, infine, la presa di coscienza della nostra umana vulnerabilità fisica.
Come ha affrontato Bianca le difficoltà che le sono piovute addosso in maniera così precisa e improvvisa?
Considerandole normali, facenti parte del ciclo di vita. Accettandole. È Bianca stessa a dircelo: “farò appello al mio spirito confidente nella vita […] perché fa parte di me. Perché è la risorsa più preziosa che ho e decido, scelgo, di accettare come normale lo smarrimento che sto provando ora, senza però farmi sopraffare. La vita continua ad essere il dono più bello.” Bianca comprende che non si tratta di essere una combattente, non ci sono battaglie da vincere o nemici da sconfiggere. Si tratta solo di vivere, di accettare la vita per ciò che è, con gratitudine.
Quale è stata la scintilla che ha permesso a Bianca di ripartire?
Non saprei, non credo ci sia stata una scintilla. Bianca coltiva da sempre questo atteggiamento positivo e, per sua stessa ammissione, leggero. E ha saputo rispolverarlo quando più le serviva. Ha saputo trasformare l’età e il dolore per lo scorrere inevitabile delle cose, in esperienza, in apprendimento, in risorsa da mettere in campo. Certo, pur sapendo di doversi muovere sulle sue gambe, la protagonista non affronta mai le crisi che le si presentano da sola: ha due figlie che la incoraggiano, a modo loro, a mantenere fede alla sua identità, un marito, Lucas, che la accompagna e le lascia il diritto di decidere e di scegliere e le amiche di sempre, la parte più solida e autentica della vita di Bianca.
E’ anche un romanzo molto coraggioso perchè evidentemente autobiografico. Come hai preso la decisione di raccontare ai lettori le tue difficoltà?
Inizialmente, scrivere è stato un modo per rimettere ordine e riavvolgere un film che, proprio perché inatteso e velocissimo, non avevo avuto modo di metabolizzare. Poi, ho compreso che ciò che avevo vissuto poteva diventare “messaggio”, poteva essere comunicato e condiviso e poteva, forse, divenire utile per altre persone. A condizione che, pur entrando in una dinamica romanzata, nella quale è subentrata anche una parte di fiction, mantenesse la sua onestà e non si snaturasse. Per farsi contenuto universale e quindi fruibile per i lettori, non potevo che presentarmi autentica, con l’animo denudato di fronte a chi avrebbe mai deciso di approcciarsi al romanzo.
L’onda e lo scoglio. Come è nato il titolo?
È la protagonista stessa a svelarcelo, ricordando di quando, anni prima degli accadimenti narrati nel libro, aveva deciso di intraprendere un percorso di psicoterapia. Al primo incontro, la psicologa le aveva detto: “Un giorno, ringrazierà questi attacchi di panico: sono lo scoglio contro il quale doveva andare a infrangersi la sua onda.” Si tratta di un monito chiaro e diretto, che torna nella mente della protagonista, insinuandosi nel suo modo di guardare alle cose. Il movimento, spesso impetuoso, della vita è simboleggiato dall’onda. Gli scogli sono gli ostacoli che ognuno trova come freni a questo impeto: una volta che l’onda si frantuma sulla roccia, tuttavia, l’acqua prende nuova forma. E, quindi, lo scoglio può divenire occasione di rinascita e disegno di un nuovo equilibrio.
Quanto è liberatorio, curativo, per te scrivere?
È molto faticoso per me scrivere. Mi richiede una concentrazione e un calarmi in profondità che, talvolta, mi lascia priva di energie. È anche vero che mi infonde nuove energie, però: mi permette di elaborare ciò che accade sotto prospettive differenti e quindi restituirmi slancio. Direi che scrivere mi ha aiutata a trovare nuove risorse personali, a rimettermi in gioco in una partita di cui non sapevo assolutamente nulla, con fiducia e coraggio. C’è un costrutto della psicologia, opera di Nassim Nicholas Taleb, che ho incontrato da poco grazie agli insegnamenti del Prof. Giuseppe Vercelli, con il quale sto affrontando un percorso di perfezionamento nel coaching. Si tratta dell’anti-fragilità.
Vercelli scrive: “Gli antifragili hanno smesso di lottare inutilmente laddove non ha senso farlo e hanno imparato ad assecondare i movimenti della vita.” La scrittura mi ha mostrato la mia anti-fragilità e mi ha permesso di accedere ad un percorso creativo che ha liberato nuove energie.
Cosa ti senti di consigliare a chi dovesse affrontare dei momenti di particolare difficoltà nel suo quotidiano?
Non mi sento di dispensare consigli, ma solo di riconoscere ad ognuno il diritto sacrosanto di trovare la propria ricetta. Come dice Bianca nel romanzo: “La vita accade. Molto probabilmente, non c’è un motivo per il quale ci troviamo di fronte a determinate situazioni o prove. Semplicemente è la vita! E noi abbiamo il solo potere di affrontare ciò che ci si presenta. […] È questo il motivo per cui viviamo, per trovare la nostra ricetta.”
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