Elettromagnetismo, così tra espedienti e negazionismo le leggi hanno smontato la protezione per i cittadini

  • Postato il 1 aprile 2025
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Da leggi che tutelavano la nostra salute a uno scenario nuovo e incerto, in cui le normative sono ben più favorevoli alle aziende delle telecomunicazioni e non tengono conto del sacrosanto principio di precauzione. Questo, in sintesi, quanto accaduto in merito al tema dell’elettromagnetismo, rispetto al quale l’Italia aveva una delle normative più cautelative a livello internazionale.

La legge del luglio 2003 stabiliva infatti per la popolazione, nei luoghi a permanenza non inferiore alle quattro ore giornaliere, un valore di attenzione del campo elettrico pari a 6 V/m. Tale valore era da considerarsi come media in un qualsiasi intervallo di 6 minuti nell’arco della giornata.

Dal governo Monti a quello Meloni, norme sempre peggiori

“Tra il 2011 e il 2012, invece, è partita una vera e propria erosione del principio di precauzione”, ci spiega il professor Fausto Bersani, fisico e membro del comitato Scientifico di Isde Italia. “Prima ci ha pensato il governo Monti che, con la legge 221/2012, ha modificato la metodica di misura: la media da allora non si misura più su un qualsiasi intervallo di sei minuti, ma sulle ventiquattro ore, un furbo espediente che aumenta le emissioni senza variare sulla carta il valore di attenzione. Il risultato è una sovraesposizione, nelle ore diurne di maggior traffico telefonico”.

Il passo successivo in senso peggiorativo è stato fatto dall’esecutivo Meloni: “Grazie alla legge 214/2023”, continua l’esperto, “è stato innalzato il valore di attenzione da 6 V/m a 15 V/m, mantenendo la media sempre sulle ventiquattro ore. Vorrei precisare che come Isde Italia in più occasioni abbiamo ribadito che l’implementazione del 5G era fattibile anche mantenendo la legge del 2003: numerosi ed autorevoli pareri tecnici sono caduti nel vuoto”.

Elettromagnetismo e rischio cancro

Ma cosa dicono gli studi rispetto alla cancerogenicità delle onde elettromagnetiche? “Successivamente alla valutazione della Iarc (International Agency for Research on Cancer) di classificare l’esposizione alle radiofrequenze come un possibile cancerogeno per gli esseri umani”, continua il fisico, “sono stati pubblicati autorevoli e solidi studi su modelli animali (soprattutto da parte del National Toxicology Program negli Usa e, in Italia, dai ricercatori dell’Istituto Ramazzini) che hanno rafforzato le evidenze scientifiche alla base della relazione causale tra esposizione alle radiofrequenze ed insorgenza di cancro. In seguito, nel 2021, la Dott.ssa Fiorella Belpoggi ha redatto, per il Parlamento europeo, una revisione delle evidenze scientifiche attualmente disponibili. Le conclusioni ci dicono che tali frequenze sono probabilmente cancerogene per l’uomo e influenzano chiaramente la fertilità maschile. Possono influenzare la fertilità femminile e possono avere effetti negativi sullo sviluppo di embrioni, feti e neonati. Eppure ad oggi le linee guida internazionali sono basate solo sulla prevenzione dagli effetti acuti a breve termine di natura esclusivamente termica”.

La posizione di Iarc e Oms

Come mai, però, sia l’Organizzazione Mondiale della Sanità (Omas) che Iarc, ad esempio, non denunciano chiaramente il legame tra esposizione alle onde elettromagnetiche e patologie gravi come il cancro? “La Iarc nel 2019, alla luce dei nuovi studi, aveva inserito le radiofrequenze nell’elenco degli agenti ‘possibili cancerogeni’ destinati ad una rivalutazione ad alta priorità che sarebbe dovuta avvenire nel periodo 2020–2024. Tale rianalisi non è mai avvenuta. La Iarc, ad aprile 2024, ha reso noto che la valutazione slitterà, nei prossimi cinque anni, 2025-2029”. A settembre 2024 esce poi la notizia per la quale “l’Oms non rileva alcun collegamento tra l’uso del telefono cellulare e il cancro al cervello”. È quanto emergerebbe, come si legge, da uno studio commissionato dall’Oms all’Australian Radiation Protection and Nuclear Safety Agency (Arpansa). “Leggendo attentamente il documento”, commenta Bersani, “la sensazione è quella di trovarsi di fronte ad un caso classico di ‘cherry picking study’, ossia una situazione nella quale si vanno a selezionare le sole prove a sostegno della propria tesi ignorando, al contempo, tutte le altre che la potrebbero confutare. Escludere ad esempio i risultati degli studi sperimentali e di quelli condotti su animali crea un quadro parziale delle evidenze disponibili”.

La discutibile scelta dei Comuni

La legge quadro 36/2001 afferma che i Comuni possono adottare un regolamento per assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici. “Quindi le amministrazioni locali al momento hanno ancora un importante strumento di cui possono dotarsi, pur non potendo impedire la copertura della rete cellulare dal momento che questa è assimilabile ad un’opera di urbanizzazione primaria”, nota l’esperto. Ma il paradosso è che proprio l’Anci (Associazione Nazionale Comuni Italiani), a luglio 2023, ha siglato con il governo e gli operatori Telco una Convenzione per le Reti Ultraveloci beneficiando di fondi PNRR, “francamente una linea di condotta alquanto discutibile”.

Resta la via giuridica? In effetti, negli ultimi anni, sono comparse diverse sentenze che hanno confermato il nesso eziologico tra cancro uso del cellulare: ad esempio il tribunale di Monza, ma poi ancora i tribunali di Verona, Ivrea, Firenze, Brescia, Roma, la Corte d’Appello di Torino fino al Tar Lazio e alla Corte Suprema di Cassazione. “Nella sentenza della Corte d’Appello di Torino”, spiega Bersani, si legge inoltre che ‘buona parte della letteratura scientifica che esclude la cancerogenicità dell’esposizione a radiofrequenze, o che quantomeno sostiene che le ricerche giunte a opposte conclusioni non possano essere considerate conclusive versa in posizione di conflitto di interessi, peraltro non sempre dichiarato’, una posizione molto netta che non necessita di commenti”.

La consapevolezza di quello che usiamo può salvarci

Il problema ulteriore è che le interpretazioni tranquillizzanti che spesso emergono anche dagli ambienti istituzionali potrebbero indurre, nota l’esperto, un utilizzo ‘disinvolto’ degli apparati wireless da parte della popolazione in generale e persino dei soggetti più vulnerabili, come quelli in età pediatrica e gli elettrosensibili. E così lo scenario che si profila, conclude Bersani, “è quello di un incremento dell’esposizione media della popolazione alle radiofrequenze a causa di un maggior numero di apparati, della loro maggiore vicinanza alla popolazione e al maggior traffico dati che le nuove tecnologie produrranno. Come sempre ciò che ci può salvare è la conoscenza e la consapevolezza di quello che usiamo. Studiare e documentarsi attraverso fonti indipendenti da conflitti di interesse è fondamentale”.

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