Eleganza e veleno: il profumiere che incanta una corte
- Postato il 1 luglio 2026
- Di Panorama
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C’è un momento, nel 1533, in cui una ragazzina di quattordici anni sale su una nave a Firenze e porta con sé, oltre a dame e bauli, un odore. Caterina de’ Medici va sposa al futuro re di Francia, e nel suo seguito viaggia un profumiere di fiducia: Renato Bianco, che i francesi, con quella loro grazia nel ribattezzare tutto, chiamano René le Florentin.
La sua storia è quasi tutta leggenda, e questo, anziché toglierle valore, gliene aggiunge. Si racconta sia un trovatello cresciuto tra i frati di Santa Maria Novella, affidato a un vecchio alchimista che gli passò i segreti della distillazione delle erbe. Alla morte del maestro resta l’unico a saperli. Si capisce già da qui che tipo sia: di quelli che ereditano una stanza piena di alambicchi e ne fanno un destino.
A Parigi trova una nobiltà raffinata in tutto, tranne che negli odori. Ci si lava poco e ci si fida molto dei tessuti e del pellame conciato, che hanno una loro eloquenza. Il profumo, prima ancora di sedurre, serve a rendere sopportabile la convivenza. Lui rimedia. Apre bottega sul Pont Saint Michel e in poco tempo la migliore società lo frequenta con devozione, lasciando perfino la biancheria perché gliela profumi. La corte ne fa una celebrità. Un garzone di convento diventato arbitro del gusto di un regno: la Francia gli deve una parte della sua prima cultura profumiera di corte.
Di tutte le sue formule ne sopravvive una, l’Acqua della Regina, agrumata e con una dominante di bergamotto di Calabria. Caterina la porta con sé in Francia come dono di nozze per lo sposo, e con quella conquista la corte. L’Officina di Santa Maria Novella, dove tutto era cominciato, la produce ancora oggi nel solco di quella tradizione. Una sola fragranza arrivata fino a noi, e per giunta quella legata alla donna più potente del tempo: René ha il senso della selezione.
Poi c’è l’altra metà, quella che le voci di corte amano di più. Lo dicono maestro di arti oscure, e alla regina, sussurrano, servono anche quelle. Entrano nella leggenda i guanti profumati e avvelenati che, si dice, uccidono Jeanne d’Albret, madre di Enrico IV. I medici del tempo parlano di morte naturale, e gli storici propendono per la malattia; ma la diceria, nata tra i suoi nemici, è troppo bella per morire, e attraverserà perfino i romanzi di Dumas.
Ed è proprio lì il punto delicato e affascinante. Non sapremo mai se la stessa mano che regala alla regina il suo bergamotto prepari, nella stanza accanto, qualcosa di meno gentile.
Di lui non resta un volto, non una data certa, quasi nulla che si possa toccare. Resta un’acqua agli agrumi che ancora oggi qualcuno versa su un fazzoletto, ignaro di star indossando il segreto di un trovatello e l’ombra lunga di una regina. Il resto si è disperso nell’aria, dove i profumi vanno sempre a finire.