Elefanti da guerra: confermato il mito di Annibale

  • Postato il 18 febbraio 2026
  • Di Focus.it
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A volte le testimonianze storiche riemergono da frammenti minuscoli in luoghi insoliti. È il caso di un reperto rinvenuto durante gli scavi archeologici nel sito di Colina de los Quemados, a Cordova, in Spagna. Sotto quello che oggi è un ospedale, gli archeologi dell'Università di Cordova e dell'Università Autonoma di Madrid hanno portato alla luce un osso carpale di un elefante, datato al radiocarbonio tra il IV e il III secolo a.C. Nonostante le dimensioni ridotte, circa 10 centimetri, l'osso è un tassello fondamentale: è la prima prova fisica della presenza di elefanti negli eserciti cartaginesi, come racconta la ricerca pubblicata su Journal of Archaeological Science.. Il ritrovamento. Finora, la storia degli elefanti di Annibale – i "carri armati" dell'antichità che varcarono le Alpi per sfidare Roma – si basava quasi esclusivamente su fonti letterarie (come i racconti di Polibio e Livio) o su raffigurazioni che si trovano nelle antiche monete. Mancava la prova, ovvero il "reperto". Il ritrovamento è avvenuto nell'antico oppidum (insediamento fortificato) iberico. Insieme all'osso, gli studiosi hanno trovato 12 proiettili per catapulta (sfere di pietra liscia utilizzate dalle artiglierie dell'epoca), monete cartaginesi del III secolo a.C., oltre a armi e ceramiche: segni inequivocabili di un accampamento militare legato alla Seconda Guerra Punica (218-201 a.C.). . Il legame con Annibale. Gli scienziati restano cauti nel dire che l'osso appartenesse a uno dei 37 elefanti che hanno attraversato le Alpi nel 218 a.C., ma la datazione al radiocarbonio colloca il reperto durante la Seconda Guerra Punica. In quel periodo, la Spagna era la base operativa della famiglia Barca; è dunque estremamente probabile che l'animale facesse parte delle truppe di Annibale o di suo fratello Asdrubale, impegnati a difendere i domini cartaginesi dall'avanzata romana. Nonostante le enormi difficoltà logistiche legate all'alimentazione e al trasporto, questi animali, infatti, venivano spostati per migliaia di chilometri come strumenti di guerra.. La prova del DNA. Resta ancora una domanda: di che specie era? Cartagine utilizzava solitamente l'elefante della foresta nordafricana (Loxodonta africana pharaohensis), una sottospecie oggi estinta, più piccola rispetto ai giganti della savana. Il team guidato da Rafael Martínez Sánchez sta tentando di estrarre il DNA dal reperto per confermare l'origine dell'animale e capire se provenisse dal cuore dell'Africa o se fosse un esemplare asiatico, talvolta importato tramite i regni ellenistici.. Il contesto storico. Ma facciamo un passo indietro per capire le dinamiche della lotta ultrasecolare tra Romani e Cartaginesi che si è sviluppata nell'arco di tre guerre, dette puniche: una delle sfide chiave della Storia (264-146 a.C) per il dominio sul bacino mediterraneo. Il ritrovamento del frammento osseo si colloca durante la Seconda guerra punica, quando Annibale Barca (247-183 a.C.) ideò l'ardito piano di raggiungere l'Italia via terra attraverso i Pirenei e le Alpi. Superando ostacoli logistici, politici e militari, portò in Italia un esercito di 50mila fanti e cavalieri e 37 elefanti. Il generale punico era convinto che le comunità italiche si sarebbero affiancate a lui insorgendo contro Roma: lo fecero i Galli del Nord Italia e alcune città del Meridione, ma nel complesso l'assetto statale romano resse. Il generale cartaginese fu incapace di sfruttare la schiacciante vittoria di Canne (216 a.C.) e rimase impantanato in Italia Meridionale per più di dieci anni, in attesa di rinforzi che non arrivarono mai. Nel 203 a.C. fu richiamato a Cartagine per difenderla dall'attacco delle legioni di Scipione: a Zama (202 a.C.), ci fu la sua sconfitta definitiva.. La sconfitta di Annibale e dei suoi elefanti. L'ultimo atto della Seconda guerra punica fu la resa dei conti tra Publio Cornelio Scipione (alla testa di 45mila uomini) e Annibale (50mila). Quest'ultimo poteva contare sugli elefanti, anche se la loro carica fu vanificata dai Romani, che schierarono i propri manipoli in colonna, in modo da creare dei corridoi nei quali finirono i pachidermi. Scipione travolse la cavalleria privando così di copertura i fianchi della fanteria nemica. Iniziò un logorante corpo a corpo tra le prime due schiere di fanteria dei due eserciti. Alla fine la terza schiera romana avanzò e ne seguì l'accerchiamento dell'ultimo baluardo punico, i veterani delle guerre italiche. Infine, la cavalleria romana e numida di Scipione completò l'accerchiamento attaccando i Cartaginesi. Per Annibale e i suoi fu un'ecatombe (oltre 20mila i morti) e l'inizio del declino di Cartagine, costretta a chiedere la pace..
Autore
Focus.it

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