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Ecco come (e perché) le imprese giapponesi mollano il Dragone

  • Postato il 29 settembre 2026
  • Economia
  • Di Formiche
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  • 3 min di lettura
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Ecco come (e perché) le imprese giapponesi mollano il Dragone

Alla fine era solo questione di tempo. Perché presto o tardi tra Cina e Giappone qualcosa si sarebbe rotto, inevitabilmente. I segnali erano già arrivati, con le terre rare. Ovvero da quanto il governo di Sanae Takaichi ha cominciato a trivellare il Pacifico con un obiettivo molto chiaro: procacciarsi in autonomia i minerali critici e strategici per tagliare i primi importanti ponti con il Dragone. Adesso però c’è qualcosa di più grande, una sorta di smottamento industriale, sotto forma di transumanza di imprese. Nemmeno a dirlo, a discapito della Cina.

In altre parole, il deterioramento delle relazioni politiche tra Cina e Giappone, insieme all’aumento dei rischi economici e normativi legati al mercato cinese, sta spingendo un numero crescente di imprese giapponesi a ridimensionare o riorganizzare la propria presenza nel Paese. A giugno, per esempio, le aziende nipponiche attive in Cina erano 10.118, il 22,4% in meno rispetto al 2024 e quasi il 30% in meno rispetto al massimo storico del 2012. Tutto nero su bianco nell’ultima indagine di Teikoku Databank, la più grande e nota società di informazioni creditizie e ricerca aziendale del Giappone.

Ora, lo studio indica esplicitamente tra i fattori che pesano sulle decisioni delle imprese il peggioramento delle relazioni tra Giappone e Cina, insieme al rallentamento dell’economia cinese legato alla crisi immobiliare, alle restrizioni sulle esportazioni di terre rare, alla legge anti-spionaggio modificata, alla sovrapproduzione e alla concorrenza sui prezzi esercitata dalle aziende cinesi sostenute dal governo. Secondo Teikoku Databank, questi elementi stanno aumentando quelli che le imprese percepiscono come “rischi imprevedibili” delle attività in Cina, rendendo necessaria una maggiore capacità di gestione del rischio e accelerando la revisione delle strategie di presenza nel Paese.

Guardando ai numeri, negli ultimi due anni sono state registrate 1.221 nuove entrate, meno delle 1.352 rilevate persino tra il 2020 e il 2022, durante la pandemia. Al contrario, 4.137 imprese hanno chiuso le proprie attività in Cina o non risultano più operative, il dato più alto mai registrato dall’indagine. Per Teikoku Databank, il business giapponese in Cina è ormai passato “da una fase di espansione a una fase di riorganizzazione”. La tendenza riguarda quasi tutti i principali settori. Le aziende manifatturiere sono scese da 5.139 nel 2024 a 4.206 nel 2026, quelle del commercio all’ingrosso da 4.218 a 3.320 e quelle dei servizi da 1.803 a 1.213. Il fenomeno è particolarmente evidente a Shanghai, che resta il principale centro delle attività giapponesi in Cina ma dove il numero delle imprese è sceso da 5.046 a 3.961 in due anni, con una diminuzione del 21,5%.

Tuttavia, il Dragone continua a rappresentare un enorme mercato e un fondamentale centro produttivo, logistico e commerciale. Le aziende giapponesi stanno piuttosto cercando di ridurre la propria dipendenza, mantenendo le attività considerate strategiche e spostandosi dalla produzione a basso costo verso manifattura ad alto valore aggiunto, vendita e marketing, ricerca e sviluppo e servizi informatici. La Cina resta infatti il principale Paese indicato dalle aziende giapponesi presenti sul mercato come base produttiva, con il 43,7% delle risposte, e come mercato di vendita, con il 31,3%. Entrambe le percentuali sono però diminuite rispetto al 2019, mentre è cresciuto il peso di Vietnam, Thailandia, India e Indonesia. E anche questo è un segnale. Brutto.

 

Autore
Formiche

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