È SCOMPARSO FRANCESCO GUCCINI. IL CANTASTORIE DEL TEMPO
- Postato il 6 agosto 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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di Pierfranco Bruni
Francesco Guccini ci ha lasciato. Una cultura musicale come cantastorie. Non un cantautore. Un cantastorie. Nel senso antico del termine. Quello che va di piazza in piazza, di osteria in osteria, e racconta. Con la chitarra a tracolla e la memoria addosso. Cultura e tradizione sono nel suo linguaggio. Orchestrato intorno a metafore che la poesia musicata rende in forma sublime ed evocativa. C’è una poesia musicata sulle corde della musica. E c’è una poesia parlata, recitata. In Guccini i due aspetti coincidono. La lingua della poesia si integra nel linguaggio musicale fino a non distinguersi più.
Oggi non è più pensabile creare cesure tra la poesia che troviamo in alcuni cantautori e la poesia detta dal poeta. La cultura popolare, i simboli sommersi nel linguaggio, l’offerta pop, l’interazione tra immagine musicale e immagine lirica: sono tutti modelli integranti di una poetica. E Guccini ne è maestro.
C’è un ritmo del reale ben evidente. Il cantautore ha in più rispetto al poeta tradizionale: il ritmo. Non è solo il ritmo della parola. È il battuto della musica. Ed è qui che l’intreccio tra parola e musica ha bisogno della metafora. Non come ornamento. Come definizione espressiva. L’espressione non è un sentire. È un linguaggio. È cosmologia di archetipi. Guccini lo sa. E lavora le parole come un artigiano. “Cercate di capire / che il mondo è grande / e che ci sono dentro anch’io”. Semplice. Diritto. Eppure archetipico. È l’uomo che chiede posto nel mondo. Come nei canti popolari. Se Battiato è Proust, Guccini è Gadda. Se Battiato è tempo cosmico, Guccini è tempo storico.
Se Battiato danza con i dervisci, Guccini cammina con la gente. “E correndo mi incontrò le scale / quasi nulla mi sembrò cambiato in lei / la tristezza poi ci avvolse come miele / per il tempo scivolato su noi due”. È visivo. È reale. È memoria che si fa immagine. Il sole che cala, la città che diventa straniera, la nebbia: “ombra della gioventù”. Qui non c’è metafisica. C’è vita. C’è presente.

In Guccini la ballata è un intreccio tra verità e linguaggi. In Battiato la musica è lenta penetrazione che sorveglia la parola.
In Guccini la parola precede. E la musica la segue, la sostiene, la porta in giro. Battiato non è realista. È metafisico. È “Genesi”. È “Cantico dei Cantici”. “Ponimi come sigillo sul tuo cuore”. Tempo biblico. Tempo ciclico.
Guccini invece è tempo terreno. È il tempo che passa e ti lascia addosso i segni. “E dirò di pietre consumate, di città finite, morte sensazioni / racconterò le mie visioni spente di fantasmi e gente / lungo le stagioni / canterò soltanto il tempo”. Cantare raccontando. Raccontare cantando. Questo è Guccini. La sua è ballata popolare. Ma la ballata in lui diventa denuncia. Diventa funzione culturale. La locomotiva: un gesto estremo contro la storia. L’avvelenata: un regolamento di conti con i potenti. God save the queen: un pamphlet sull’ipocrisia. Non c’è la danza cadenzata di Battiato. C’è il passo dell’uomo che va, torna, e racconta cosa ha visto.
Le radici sono un intermezzo tra paese e odore. Guccini si confronta costantemente con il reale. Con la storia. Ma anche la storia, in lui, ha lirica. Ha rimembranze. “Vorrei conoscere l’odore del tuo paese / camminare di casa nel tuo giardino / respirare nell’aria sale e maggese / gli aromi della tua salvia e del rosmarino”. È letteratura. È terra. È classicismo mediterraneo della nostalgia.
È più parola che musica. Perché la parola, in Guccini, basta. L’ironia di Guccini ha un velare di tormento. Ha rabbia per il tempo che trascorre. “E invece il tempo passa / e ti ritrovi vecchio / con la voglia di gridare / che non è cambiato niente”. Non c’è il sogno lungo di Battiato. C’è l’accanimento a guardare in faccia il presente. Anche quando il presente è ieri. Perché Guccini vive nel presente assumendo come presente anche il contemporaneo che è stato ieri. È un innervamento tra passato e attuale.
Ma il cantastorie è fatto di archetipi. Non inventa. Raccoglie. Raccoglie simboli sommersi, voci di paese, storie di perdenti.
Guccini ha fatto questo lavoro per cinquant’anni. Ha preso Dante e l’ha portato all’osteria. Ha preso Cecco Angiolieri e l’ha messo a cantare con la chitarra. Ha preso la Scuola Siciliana e lo Stil Novo e li ha fatti diventare canzone d’autore. La parola in Guccini è suono, è movimento, è agitare di silenzi. “Non so se è meglio / una risposta sbagliata / o non porsi domande”. È ascolto. È vivere il quotidiano nel tempo che non è tempo del quotidiano. È tempo-memoria. E la metafora? C’è. Ma è sobria. È funzionale.
“La tristezza ci avvolse come miele”. “La città straniera e incredibile e fredda”. Metafore che non volano. Camminano. Come lui. I due poli restano Guccini e Battiato. È cosi . Se dovessi tracciare una linea mi verrebbe di sottolineare. Battiato è l’Oriente. È Guénon. È Gurdjieff. È danza. È assoluto.
“Grazie alla danza, come per i Dervisci, fermandosi si può attingere l’Assoluto”. Battiato cerca il punto stabile nel mondo in perenne divenire. Guccini è l’Occidente. È la Pianura Padana. È l’Appennino. È la ballata.
Cerca il punto stabile nell’uomo. Nella sua ostinazione a non arrendersi. “Eppure è andata così / eppure è andata così”. Ripetizione come litania laica. Come rosario di chi non crede ma spera lo stesso. Battiato ha l’ereditarietà del mito. Guccini ha l’ereditarietà del paese. “L’ereditarietà è un sentiero di sentimenti”. E Guccini quel sentiero lo percorre con le scarpe rotte.
Francesco Guccini è un poeta che vive nel presente. Un presente che ingloba il passato. Un presente che sa di salvia e rosmarino, di nebbia e di ferrovia. Non ha bisogno di andare nel tempo cosmico. Gli basta il tempo degli uomini. Un tempo storico che emerge dal sommerso. Un tempo in cui si incontrano fantasmi e gente, pietre consumate e città finite. La sua poesia musicata non ha bisogno di giustificazioni filosofiche. Ha bisogno di orecchie. Perché quando canta: “E noi, noi che abbiamo visto / e che abbiamo capito / forse dovremmo parlare / forse dovremmo urlare”, sta facendo la cosa più antica del mondo: sta facendo il cantastorie. E il cantastorie, come Dante, non ci solleva dalle macerie.
Ci offre le stelle come realtà ontologica.
Poi tocca a noi alzare gli occhi. Guccini ha scelto di restare con i piedi per terra. Per raccontarci, una canzone dopo l’altra,
che la cultura popolare non è minore.
È solo più vera. Un vero da poeta. Guccini era nato a Modena il 14 giugno del 1940. È scomparso a Pavano il 6 agosto del 2026. Non ho scritto sul suo percorso narrativo. Ci sarà un’altra occasione.
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