È morto Paul Ehrlich: di lui butterei via le profezie sbagliate, ma tenendo le domande giuste

  • Postato il 18 marzo 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 2 Visualizzazioni

È morto Paul Ehrlich, autore di The Population Bomb, uno dei libri più influenti e più contestati dell’ambientalismo moderno. Aveva 93 anni. Come sempre accade con figure così divisive, le reazioni si sono subito polarizzate: da un lato i necrologi celebrativi, dall’altro la soddisfazione di chi ricorda che “non ne ha azzeccata una”.

Partiamo da qui, senza difese d’ufficio. Ehrlich fece previsioni che non si sono avverate. Negli anni ’60 e ’70 parlava di carestie imminenti e diffuse, di collassi legati alla crescita della popolazione. Non è successo. La produzione agricola è aumentata, la disponibilità di cibo è cresciuta e le grandi carestie globali previste non si sono verificate, anche grazie ai progressi della cosiddetta rivoluzione verde. Ha anche perso una famosa scommessa con l’economista Julian Simon sull’aumento dei prezzi delle risorse, che invece sono diminuiti. Quindi sì: sul piano delle previsioni puntuali, Ehrlich ha sbagliato, e anche in modo clamoroso.

Ma fermarsi qui è troppo facile, e soprattutto non aiuta a capire. Ehrlich non solo faceva previsioni, poneva anche problemi, tipo: può esistere una crescita infinita in un sistema finito? Non è una profezia, è una domanda. E quella domanda resta lì, intatta. Ha risposto in modo sbagliato alla domanda giusta, sempre meglio di chi dà risposte giuste a domande sbagliate, come quelle che incentivano la crescita economica infinita, senza considerare l’erosione del capitale naturale quando cresce il capitale economico.

Erlich ebbe l’ardire di prevedere l’impatto umano come prodotto di popolazione, consumi e tecnologia, con la famosa equazione I = P × A × T . L’Impatto umano (I) equivale alla popolazione (P: quante persone ci sono) moltiplicata per l’”affluenza” (A: quanto consuma ogni persona), per la tecnologia (T: quanto impatto serve per produrre quel consumo). Una banalità, si potrebbe dire. Ma è una banalità che continuiamo a ignorare ogni volta che parliamo di crescita senza limiti. Non basta dire “siamo troppi”, non basta dire “consumiamo troppo”, e non basta dire “ci penserà la tecnologia”.

L’equazione di Ehrlich, come tutte le equazioni che pretendono di “spiegare” cose molto complesse, tratta i tre fattori come indipendenti, mentre nella realtà si influenzano tra loro (più tecnologia porta a più consumo, più consumo porta a più popolazione, ecc.) e non dice nulla sulla distribuzione della ricchezza, sulle differenze tra società e le dinamiche politiche, per non parlare delle guerre. Non esiste l’equazione che prevede il futuro di quella che chiamiamo “storia”. Gli economisti sono come Ehrlich, ci dicono cosa avverrà e, nel loro insieme… non ne azzeccano una. La Regina Elisabetta li strigliò con la famosa domanda alla London School of Economics: siete i migliori economisti del mondo, come mai non avete previsto la crisi del 2008?

Nel campo delle previsioni prevale un curioso doppio standard. Siamo, giustamente, molto severi con chi fa previsioni catastrofiche sbagliate. Molto meno con chi fa previsioni ottimistiche sbagliate. Da decenni ci sentiamo dire che la tecnologia risolverà tutto, che la crescita può continuare indefinitamente, che la fusione è sempre a vent’anni di distanza. Anche queste sono previsioni che non si avverano, ma non suscitano lo stesso scetticismo. Il motivo è semplice: ci piacciono le soluzioni, non i problemi. Quando le soluzioni falliscono per problemi non previsti da chi le aveva proposte, chi chiamiamo? Ma è ovvio: quelli che avevano proposto le soluzioni, mica quei menagrami che ne avevano evidenziato i problemi!

Il punto è che il futuro non si prevede, perché i sistemi complessi non sono prevedibili con precisione. Ecologia, economia, società: non sono equazioni risolvibili una volta per tutte. Chi promette previsioni esatte, oggi come ieri, sta vendendo un’illusione, che sia catastrofica o rassicurante cambia poco. Quello che possiamo fare, però, è riconoscere i vincoli. Darwin lo aveva già chiarito: tutte le specie tendono a crescere, ma non tutte possono farlo, perché le risorse sono limitate. Questo è il concetto di capacità portante. Possiamo sbagliare nel calcolarla, perché cambia con la tecnologia, con l’organizzazione sociale, con i comportamenti. Ma il fatto che sia difficile da quantificare non significa che non esista. Significa solo che non siamo capaci di stimarla con precisione.

Ehrlich ha sbagliato nel dire quando sarebbero arrivati i limiti. Non è affatto detto che abbia sbagliato nel dire che esistono. E forse il successo delle sue “previsioni sbagliate” dimostra proprio questo: non che i limiti non ci siano, ma che siamo bravissimi a spostarli nel tempo, non a eliminarli.

C’è anche un lato più scomodo, che non va ignorato. Gli allarmi di Ehrlich hanno contribuito a orientare politiche discutibili, in alcuni casi anche molto pesanti sul piano sociale, come le politiche di controllo delle nascite adottate in vari paesi. Il catastrofismo ha un problema: può semplificare troppo e produrre reazioni altrettanto semplicistiche. E spesso è controproducente, perché le persone rifiutano scenari troppo estremi e si affidano a chi promette soluzioni miracolose.

Alla fine, forse, il modo più onesto di guardare a Ehrlich è questo: buttare via le profezie sbagliate e tenersi le domande giuste. Perché il vero errore non è aver previsto male il futuro. È pensare che il futuro sia prevedibile o, peggio ancora, che i limiti non esistano solo perché qualcuno li ha previsti male. Chi avrebbe previsto, ad esempio, che l’obesità sarebbe stata un flagello per le moltitudini di poveri che vivono in paesi ricchi?

L'articolo È morto Paul Ehrlich: di lui butterei via le profezie sbagliate, ma tenendo le domande giuste proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti