È morto il filosofo Ürgen Habermas.La mia Elegia mediterranea oltre il Mediterraneo e il mio disinteresse


Pierfranco Bruni
Si sarebbe dovuto interessare molto di più a Kierkegaard lasciando da parte il noioso Kant e l’inesplicabile Hegel. Ma Kierkegaard non si spiega. Ci si confronta. Con Kierkegaard, come con Pascal, si dialoga. Ma lui ha legato la filosofia all’economia. Inaccettabile. Strategia della sfigurazione. La filosofia senza i filosofi mediterranei non è filosofia.
Certo. Non si annuncia la morte di un filosofo come si dà un comunicato. La si riceve come si riceve un silenzio che modifica l’aria, un varco che ieri era chiuso e oggi lascia passare la luce obliqua di marzo. Habermas è morto oggi, 14 marzo 2026, nella sua Germania fredda, eppure, a scriverne dal mio porto, mi viene naturale cercare il rito, perché ogni congedo è rito. Cercare il mito, perché senza mito la parola non arriva al fondo. Non è mai stato nel mio viaggio. Ma anche quando non mi appartengono i viaggi, mi interessano.
Habermas. L’uomo dell’agire comunicativo, della ragione discorsiva, del dialogo che deve salvarci dal potere. Io, venuto da un Sud dove le voci si cercano nei cortili con pause e con silenzi, ho sempre pensato alla sua Germania come a una piazza astratta dove le voci si cercano con regole. Eppure il confronto è necessario. La Germania della ricostruzione, il Mediterraneo della persistenza. Lui ha costruito, come Hegel, sistemi — etica del discorso, sfera pubblica, razionalità procedurale. Io ho annotato che il sistema è rito se non dimentica il corpo. Mito se non pretende di chiudere il conto. Distante dai miei filosofi e dalla mia storia, ma occorre non dimenticare. Comunque non ho mai parlato di sistema nelle mie opere.
Immagino Habermas giovane, Berlino ancora ferita, Francoforte che insegna a diffidare. Io, bambino, Ulisse ripartito prima ancora di nascere, Crotone e il sale. Lui scriveva che il linguaggio deve trovare norme universali. Io ho scritto che il linguaggio deve trovare il sogno, altrimenti è cronaca. La poesia è “isola” dalla quale poter osservare il buio perfetto: l’ho detto, e l’isola è anche quella di Camus, roccia dove l’uomo misura la propria finitezza. Lui avrebbe risposto che l’isola deve aprirsi al ponte, alla traduzione. Entrambi sapevamo che il rito salva. Lui nel discorso, io nella preghiera laica del verso. Ma anche in quella religiosità antica. Habermas non mi appartiene. Ma c’è. Non ha certamente la luce di Camus, ma ha il razionale.
Oggi il mito si offre da sé. Il filosofo della comunicazione è morto in silenzio, senza replica. Ironia? Forse. Ma il rito appare anche qui. Leggere Habermas stasera sarà gesto di memoria, come versare vino per chi non può più bere. Ho scritto che la nostalgia è finestra sempre aperta su un mare in cui gli orizzonti si toccano anche se sono invisibili. La morte di Habermas è un orizzonte che si allontana, ma resta visibile perché ha formato generazioni. Complicate generazioni. Oltre la scuola di Francoforte. Resta impigliato in quella rete metà hegeliana metà marcusiana.
Ha tracciato la mappa della piazza, ha detto dove mettere i tavoli, chi può parlare, con quale tono. Io ho raccontato chi arriva in ritardo, chi porta con sé odore di cipolla e di mare, chi parla e sbaglia e proprio sbagliando obbliga la piazza a diventare umana. Rito contro sistema, mito contro norma. Non nemici, poli. Ancora con il razionale tra le mani.
Resta il discorso. Resta, per chi scrive come scrivo io, l’obbligo di dire che ogni filosofo morto ci interroga non con le sue tesi ma con la sua assenza. E l’assenza è rito. Domani si rileggerà Fatti e norme come si rilegge un salmo. Stasera, dal mio mare, guardo lo Ionio e penso che il Mediterraneo reagisce a queste notizie inghiottendole, trasformandole in sale. Lui voleva la comunicazione. Ora il mito si prende la sua parte e la lingua tedesca si mescola al greco che porto addosso, diventando preghiera laica, elegia, resto. Ma la ricerca dell’anima poetica è assente in Habermas.
Annoto senza biografia, con versi dentro. Senza citazioni di testi. Senza venerazione, senza gratitudine. Ricordando che il tempo srotola i giorni, e oggi ne ha srotolato uno che si chiude col nome di Habermas e si riavvolge col suono di onde che mi riportano ai miei filosofi e alla ribellione tra Pavese e il sempre amato Pavese.
È morto un filosofo. Un filosofo che non mi ha detto nulla. Non mi ha dato nulla. Al quale nulla ho richiesto. Ma è un testimone.
Forse uno dei pensieri più interessanti resta:
«Trova oggi nuovamente risonanza il teorema che solo la direzione religiosa verso una trascendenza può ancora salvare una modernità pentita».
Troppo tardi? Il resto è nel vento.

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