È l’odore della morte che si attacca alla memoria tragica del 7 ottobre
- Postato il 6 ottobre 2026
- Esteri
- Di Libero Quotidiano
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È l’odore della morte che si attacca alla memoria tragica del 7 ottobre
Un giornalista ma soprattutto un reporter di guerra, chi si è avventurato in luoghi di conflitto lo può confermare, deve essere disposto ad affrontare tutto, anche il peggio. Non era la prima volta che mi avvicinavo al male per raccontarlo e dopo le operazioni Grappoli di furore in Libano e Muro di ferro a Jenin, Piombo Fuso, Pilastro di Difesa e Margine di Protezione nella Striscia di Gaza si pensa di averle viste tutte, poi si scopre che il peggio non finisce mai e si presenta camminando nei luoghi del 7 ottobre nei giorni che seguirono il pogrom.
IL MASSACRO
Improvvisamente sei sul set da film dell’orrore, non si riesce ad accettare la realtà. La razionalità non vuole credere a ciò si ha intorno: bulldozer che spostano rottami di automobili ai lati delle strade per permettere il passaggio dei mezzi militari e di soccorso. Furgoni carichi di sacchi di gomma ancora arrotolati pronti per essere riempiti, sacchi di gomma a terra già pieni dei resti di chi aveva il diritto di vivere per molti anni ancora. Camici bianchi del personale sanitario con l’elmetto alla ricerca di chi si è nascosto e ha bisogno di cure. Giubbotti antiproiettile blu per la stampa, bianchi per i servizi medici e gialli a strisce nere dell’organizzazione religiosa Zaka che recupera i cadaveri e li ricompone per restituire ai corpi un minimo di dignità. E poi i resti carbonizzati di chi è stato prima legato e poi bruciato vivo. Resti carbonizzati di neonati e bambini messi a morire nei microonde e nei forni delle cucine. Teschi scarnificati che sembrano urlare grida silenziose.
Corpi che il fuoco ha attaccato uno all’altro e ossa che si è costretti a spezzare per dividere persone morte insieme e poter dare ad ognuno di loro la sua sepoltura. In quel silenzio surreale tornano in mente i filmati delle telecamere di sicurezza dei kibbutz e quelli delle bodycam che i terroristi stessi hanno mandato in diretta sul web per dimostrare al mondo di cosa un essere umano può essere capace. Civili e animali. Uomini, donne, bambini e anche cani, gatti e ogni altro essere vivente che in quel 7 ottobre 2023 ha sacrificato la vita sull’altare del terrorismo. I pensieri vagano, il silenzio surreale è interrotto dal pianto di chi cede davanti allo scempio o dai colpi, singoli e a ripetizione, che arrivano in lontananza. Le sirene degli allarmi missilistici ossessivamente si susseguono. Ecco la prova che non stai guardando una fiction ma cammini sul terreno di quello che è stato il più atroce attentato terroristico mai subito dalla popolazione israeliana.
A poche ore dai tre anni di quella strage e dall’inizio di una guerra voluta da chi non accetterà mai la presenza dello Stato ebraico, risuonano ancora nella mente i nomi di quei luoghi che prima di quel 7 ottobre erano praticamente sconosciuti. Re’im, Mefalsim, Kisufim, Sufà, Holit, Kerem Shalom, Nirim, Nir Oz, Nir Am, Erez, Ein Ha Shlosha, Zikim, Kfar Aza, Be’eri, Nir Oz, Nahal Oz, Gevim, Alumim, Nitzanim, Netiv HaAsara, Pri Gan, Yish’i, Mivtahim, Sderot e Ofakim. Ma soprattutto girano le immagini dei giovani che ballavano felici al festival musicale Nova prima di morire. Il 7 ottobre del 2023 ogni israeliano ha perso qualcuno: un parente, un conoscente, un amico o un amico di un amico. Anch’io ho perso qualcuno, ho perso tre persone. Tchelet Fishbein, del kibbutz Be’eri, 18 anni.
Di lei sono state trovate due vertebre è un pezzo del cranio. Dor Rider 19 anni, il suo ragazzo. Avevano passato la notte insieme e insieme sono stati ammazzati e fatti a pezzi. Per certificarne la morte sono servite le analisi del dna sulle ossa ritrovate. Ho perso anche Shani Ben Ami di 27 anni, la conoscevo appena. Il suo sogno era diventare una cantante e nell’attesa di realizzarlo lavorava come cameriera nel ristorante italiano Ernesto a Tel Aviv. Ballava al Nova Festival, non è più tornata.
LA PREVISIONE
Quando diversi anni fa per volontariato giocavo a scacchi in un centro anziani di Rishon Le Zion per far passare il tempo agli ospiti, un reduce dai campi di sterminio mi raccontò dell’odore dolciastro nell’aria che arrivava dai forni crematori di Birkenau. La sua benedizione per me fu: «Prego il Signore di non farti mai sentire quell’odore». Pensai si trattasse solo di fantasie di un vecchio uomo che rivede la vita in maniera confusa. Quando il 9 ottobre 2023, con i combattimenti ancora in corso, sono entrato nel kibbutz Be’eri e ho sentito l’aria densa e dolce mi sono ricordato di quelle parole e ho capito che la sua benedizione non aveva purtroppo avuto esito positivo.
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