Dopo il Mali, Putin chiede a Trump cooperazione sul terrorismo
- Postato il 2 maggio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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L’improvvisa escalation in Mali, culminata nell’uccisione del ministro della Difesa Sadio Camara e nel ritiro delle forze sostenute dalla Russia da Kidal, rappresenta ben più di una crisi di sicurezza locale. Piuttosto rivela i limiti strutturali della strategia africana di Mosca in un momento in cui le pressioni geopolitiche globali impongono una revisione del suo ruolo ben oltre il Sahel.
Negli ultimi anni, Mosca ha cercato di accreditarsi come fornitore alternativo di sicurezza rispetto alle potenze occidentali in diverse aree del continente. In Mali, così come in Burkina Faso, Niger e Repubblica Centrafricana, tale modello si è fondato su una logica eminentemente transazionale: supporto militare e protezione del regime in cambio di allineamento politico e accesso alle risorse naturali, dall’oro al litio. Il dispiegamento dei mercenari del gruppo Wagner — e la loro successiva riorganizzazione nel Africa Corps sotto il controllo del Ministero della Difesa russo, con il coordinamento dell’intelligence militare (GRU) — ha incarnato questa impostazione.
Gli eventi degli ultimi giorni suggeriscono tuttavia che la promessa fondativa di tale modello stia venendo meno. L’offensiva coordinata di combattenti jihadisti legati a Jama’at Nusrat al-Islam wal-Muslimin (JNIM) e di forze separatiste tuareg ha evidenziato le vulnerabilità dell’apparato di sicurezza maliano e messo in luce i limiti operativi delle forze sostenute da Mosca – che avrebbero dovuto contribuire a ricostruire un sistema già profondamente eroso da oltre un decennio di insurrezione jihadista, esplosa nel 2012 e mai pienamente contenuta, e il cui deterioramento aveva progressivamente portato, dopo i colpi di stato del 2020 e del 2021, alla rottura con i principali security provider occidentali, a partire dalla Francia. Ora la perdita di Kidal, snodo strategico nel nord del paese, e il ritiro apparentemente disordinato del personale ibrido dell’Africa Corps rischiano di compromettere la credibilità della Russia quale garante di stabilità.
È proprio questa dimensione reputazionale a risultare decisiva. L’attrattiva della Russia in Africa non si fonda esclusivamente sulle sue capacità militari, ma anche sulla percezione di offrire un partenariato più affidabile e meno condizionato rispetto a quello occidentale. Tuttavia, qualora Mosca non si riveli definitivamente in grado di garantire sicurezza in un teatro cruciale come il Mali, tale percezione è destinata a incrinarsi. Altri governi che hanno fatto ricorso — o stanno valutando di farlo — al sostegno russo osserveranno con estrema attenzione.
Il contesto temporale aggrava ulteriormente la sfida. Le risorse militari e politiche della Russia appaiono sempre più sotto pressione. La guerra in Ucraina continua ad assorbire capacità e attenzione significative, mentre Mosca resta coinvolta, direttamente o indirettamente, nelle dinamiche mediorientali, incluso il dossier iraniano – partner strategico della Federazione Russa, come ricordato nel recente viaggio del ministro degli Ester dell’Iran a Mosca. In questo quadro, l’Africa rischia di configurarsi al contempo come teatro secondario, ma come problema primario di vulnerabilità reputazionale — un ambito in cui eventuali fallimenti producono costi strategici sproporzionati.
È in tale cornice che i recenti segnali diplomatici tra il presidente Vladimir Putin e il presidente Donald Trump assumono una rilevanza particolare. Nel loro colloquio dei giorni scorsi, il leader russo avrebbe prospettato possibili ambiti di cooperazione, inclusi quelli legati alla sicurezza, per combattere il terrorismo internazionale e transfrontaliero. Tuttavia, la risposta di Washington appare destinata a rimanere subordinata al quadro strategico più ampio. Come nel caso iraniano, l’amministrazione statunitense sembra orientata a privilegiare una risoluzione — o quantomeno una stabilizzazione — del conflitto ucraino prima di avviare qualsiasi reale riavvicinamento con Mosca.
Parallelamente, gli Stati Uniti stanno ridefinendo il proprio approccio al continente africano. La dottrina emergente enfatizza il principio del “train, not aid”, privilegiando il rafforzamento delle capacità locali, la resilienza istituzionale e partenariati mirati rispetto ai tradizionali flussi di assistenza finanziaria. Tale evoluzione riflette non solo vincoli di bilancio, ma anche una consapevolezza strategica: l’influenza di lungo periodo dipende meno dall’intervento diretto e più dalla capacità di abilitare gli attori locali.
Anche l’Europa appare impegnata in un processo analogo di riposizionamento. Iniziative come l’Africa–Europe Forum, in programma il 7 maggio a Luanda e organizzato dallo European Council on Foreign Relations (Ecfr), evidenziano una crescente attenzione per connettività, catene del valore e corridoi regionali. Progetti quali il Corridoio di Lobito — che collega le aree ricche di minerali dell’Africa centrale alle rotte di esportazione atlantiche, la cui progettazione è parte degli interessi del Piano Mattei — vengono sempre più concepiti non soltanto come iniziative economiche, ma come strumenti di rilevanza geopolitica. Essi mirano a garantire accesso a materie prime critiche sostenendo al contempo obiettivi di sviluppo più ampi.
Questo rinnovato approccio occidentale si colloca inoltre sullo sfondo dell’esperienza cinese nel continente. Pur restando un attore economico dominante, Pechino deve confrontarsi con crescenti preoccupazioni relative alla sostenibilità del debito, alle pratiche estrattive e alle asimmetrie nei rapporti di dipendenza. Ciò apre spazi per modelli alternativi di cooperazione — ma non automaticamente per tutti gli attori esterni.
In questo contesto emergente, la Russia appare meno esclusa che indebolita. Il suo modello attuale — centrato sulla fornitura di sicurezza in cambio di risorse — mostra limiti evidenti, ma evidenzia al tempo stesso una verità di fondo spesso sottovalutata: senza sicurezza, ogni ambizione di sviluppo, connettività o integrazione infrastrutturale resta priva di fondamento. La battuta d’arresto in Mali segnala l’inadeguatezza del modello russo e la fragilità di qualsiasi approccio che prescinda da un controllo effettivo del territorio.
Per i decisori occidentali, le implicazioni sono chiare. Il vuoto determinato dalle difficoltà russe non si colma automaticamente, ma neppure può essere affrontato privilegiando esclusivamente strumenti economici o infrastrutturali. Esso richiede strategie coerenti e olistiche, in grado di integrare sicurezza (il cui concetto è sempre più dilatato), sviluppo ed engagement economico in un’unica architettura operativa. In questo senso, parlare di corridoi strategici o di filiere critiche senza un parallelo investimento nella stabilizzazione dei territori rischia di rivelarsi velleitario — ed è in questo spazio che si inserisce il nuovo orientamento strategico statunitense, fondato sul rafforzamento delle capacità locali e su una proiezione della sicurezza più sostenibile e meno interventista.
Le discussioni di Luanda indicano una direzione possibile, ma la loro efficacia dipenderà dalla capacità di tradurre tale visione in partenariati che tengano insieme dimensione securitaria e sviluppo. Da questo equilibrio dipenderà non solo il futuro delle relazioni tra Europa e Africa, ma anche l’equilibrio più ampio dell’influenza sul continente.