Dodici riflessioni sul referendum: dai numeri ai voti, fino al significato profondo
- Postato il 25 marzo 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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1. L’affluenza al 58,9% ci dice che essere un Paese di sonnambuli (definizione de Censis) non è destino manifesto, ma tendenza che può essere sovvertita.
2. L’affluenza al Sud è di circa dieci punti inferiore al Nord. Un motivo sempre più strutturale viene spesso tralasciato: i registri elettorali dei Comuni meridionali riportano i nomi di tante persone che al Sud non ci vivono più. È il frutto dell’emigrazione, l’emorragia di braccia e cervelli: più di un milione di emigrati dal 2014; perdita netta di 116mila persone nel solo biennio 2023-24. È un pezzo della enorme Questione Meridionale. Che l’eventuale autonomia differenziata peggiorerebbe;
3. L’affluenza tra i giovani è stata più alta che tra le altre fasce d’età: secondo le stime Ipsos, nella fascia 18-28 anni si è astenuto “solo” il 33% degli aventi diritto. Tra questi anche studenti fuori sede cui questo governo nega il diritto al voto. Uno dei provvedimenti urgenti è restituire questo diritto a questa fetta di popolazione (anche a lavoratori e lavoratrici fuori sede). Anche qui siamo di fronte a una controtendenza rispetto ai dati registrati nelle ultime tornate elettorali. Potremmo trovarci di fronte agli effetti della nascita della Generazione Gaza, quella che ha manifestato contro il genocidio dalla fine del 2023, con le piazze strapiene di settembre e ottobre 2025, e che oggi ha votato in numeri massicci;
4. Perché questo alto tasso di partecipazione? Perché questo non è stato un referendum tecnico, ma politico. Chi è andato a votare ha capito che l’obiettivo non era la separazione delle carriere, bensì l’attacco alla separazione dei poteri, col tentativo di accelerazione sulla strada di una maggiore influenza e controllo del potere esecutivo su quello giudiziario. A uscire sconfitti da questa tornata sono innanzitutto tutti coloro che, a destra come a sinistra, hanno insistito che era chiave rimanere sul merito tecnico della riforma.
5. Si sono fronteggiate idee-forza che interrogavano alcuni dei pilastri del sistema: governo, magistratura, la stessa carta costituzionale. Da una parte l’idea forza delle destre: per governare in questi tempi di crisi serve affidarsi a un esecutivo più forte, sciolto da pesi e contrappesi, cioè – in questa contesa – più libero dal controllo della magistratura, considerata un ostacolo ai piani governativi, così da avere maggiore libertà di azione; dall’altra la difesa della Costituzione, “ridotta” democratica, che si esprimeva con un No al governo Meloni e al complesso di iniziative che questa riforma anticipava: dal premierato alla modifica dell’articolo 112 della Costituzione sulla obbligatorietà dell’azione penale dei pm;
6. I 15 milioni di No hanno espresso una sorta di “riserva” di energie democratiche che nella quotidianità politica non si esprimono, ma sono entrate in gioco oggi che hanno reputato che il rischio fosse grosso e concreto e soprattutto che l’espressione della propria volontà contasse, a differenza di quanto accade in elezioni politiche in cui l’offerta è tutto sommato indistinguibile;
7. Il No è stato però anche il catalizzatore dello scontento profondo che c’è nel Paese. Uno scontento che magari i sondaggi che registrano il consenso dei partiti politici non riescono a intercettare e che è venuto a galla con il referendum. Il No è stata la maniera di punire un governo che ci trascina al guinzaglio di Trump e Netanyahu, che fa pagare al nostro stesso popolo un prezzo alto per guerre e genocidi – in termini etico-morali ma anche materiali, vedi i prezzi che schizzano; che non ha migliorato le condizioni materiali di esistenza di lavoratori e lavoratrici, cui non promette più alcun ascensore ma solo che bastonerà chi sta peggio di loro, così che almeno rimangano penultimi. Anzi: il potere d’acquisto negli anni del Governo Meloni è crollato, la de-industrializzazione ha accelerato senza che di fronte a multinazionali come Stellantis – che passo dopo passo stanno smantellando produzione e posti di lavoro – si opponesse un briciolo di politica industriale;
8. Il No, nella sua dimensione di catalizzatore dello scontento, non si traduce automaticamente in un Sì a opzioni alternative all’ultradestra. Anzi, lo scarto tra chi ha votato No e chi ha scelto il centrosinistra alle elezioni politiche, regionali o europee, è probabilmente così vasto perché c’è dentro un ampio pezzo che proprio non si riconosce in questa opzione. Che oggi ha espresso un No a Meloni e al tentativo di manomettere la costituzione, ma che è probabile non nutra fiducia nel Pd o nei suoi alleati, tanto da non averli votati;
9. Se questo è stato un referendum politico, tale è anche il suo risultato. Nelle piazze di lunedì 23 pomeriggio abbiamo rivendicato le dimissioni di questo esecutivo, a differenza di pezzi del centrosinistra, da Schlein al sindaco di Napoli Manfredi, che invece sono corsi a dichiarare che Meloni deve rimanere lì dov’è, dimostrandosi tutt’altro che pronti a rivendicare la necessità di trasformazioni urgenti e profonde;
10. La vittoria del No ha sbarrato il passo al governo Meloni, ma se ci si attesta su una posizione meramente difensiva ci si prepara a una futura sconfitta. È solo questione di tempo. In politica, come nella vita, non si rimane mai fermi. Se tu sei al palo, gli altri si muovono. Diventa allora centrale, sulla base della forza espressa dal No, costruire un progetto di trasformazione profonda del nostro Paese;
11. Un progetto trasformativo significa cambiare i rapporti di potere in senso alla società, nell’interesse della maggioranza: salario minimo di almeno 10€ agganciato all’inflazione; investimenti in energie rinnovabili per dotare il Paese di una autonomia energetica e non dover più essere dipendenti delle fonti fossili, siano esse di provenienza Usa o Qatar o Algeria; uscita dalla Nato che è la mera proiezione della potenza di Washington (parola del segretario dell’alleanza atlantica Mark Rutte); Piano casa che anziché dare soldi ai grandi fondi immobiliari serva a riaprire le case popolari chiuse e abbandonate e ad aumentare la disponibilità dall’attuale parco immobiliare di almeno un milione di unità (a consumo di suolo zero); sistema sanitario nazionale che elimini le storture prodotte da 20 sistemi sanitari regionali, regno delle clientele e fonte di enormi divari di cittadinanza; politiche industriali che permettano all’Italia di continuare a essere Paese produttore evitando il rischio di trasformarsi in un enorme Luna Park per ricchi turisti stranieri;
12. Prima ancora che un programma, serve un metodo: quello della partecipazione e mobilitazione popolare, che si è dato lo scorso autunno nelle piazze contro le complicità italiane con il genocidio in Palestina e poi nelle urne il 22 e 23 marzo. Per questo come Potere al Popolo stiamo lavorando insieme ai Comitati per il No sociale a un’assemblea nazionale che rilanci queste energie.
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