Dian Fossey: una vita per i gorilla, una morte senza giustizia
- Postato il 31 gennaio 2026
- Ambiente
- Di Paese Italia Press
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Dian Fossey non nacque per diventare un’eroina.
Non cercò il mito, né il martirio. Eppure la sua vita finì per incarnare entrambi.
Era nata a San Francisco il 16 gennaio 1932, in una famiglia fragile e irregolare: il padre biologico la abbandonò presto, la madre si risposò con un uomo distante, severo, incapace di empatia. Dian crebbe con una sensazione costante di inadeguatezza e isolamento, compensata da un amore precoce e assoluto per gli animali, che diventavano rifugio e linguaggio alternativo quando quello umano falliva.
Non seguì un percorso accademico lineare. Si laureò in terapia occupazionale e lavorò con bambini disabili: un’esperienza che affinò in lei una capacità rara di osservazione, pazienza e comunicazione non verbale. Non era ancora una scienziata, ma aveva già imparato ad ascoltare ciò che non viene detto.
Nel 1963, grazie a un viaggio autofinanziato, arrivò per la prima volta in Africa orientale. Fu un incontro decisivo. Lì conobbe Louis Leakey, paleoantropologo visionario, che intuì in lei ciò che l’università non aveva ancora certificato: una dedizione totale, quasi ossessiva, alla comprensione dell’altro.
Leakey le affidò uno studio allora considerato marginale: l’osservazione dei gorilla di montagna nei Virunga, tra Ruanda e Congo. Era un ambiente ostile, politicamente instabile, fisicamente estremo. Dian accettò senza esitazioni.
Nel 1967 fondò il Karisoke Research Center, tra i monti Karisimbi e Visoke. Non c’erano strutture, né protezioni. Solo tende, fango, freddo, solitudine. E una donna sola nella nebbia.

Dian Fossey non osservava i gorilla a distanza. Li cercava, li seguiva, li imitava. Camminava carponi, evitava il contatto visivo diretto, riproduceva vocalizzi e gesti. Non voleva dominarli scientificamente: voleva essere accettata.
Ci vollero mesi. Poi anni. Ma quando accadde, fu una rivoluzione etologica.
Scoprì che i gorilla non erano aggressivi, come la narrazione occidentale li aveva resi, ma esseri sociali complessi, capaci di empatia, lutto, gioco, affetto. Le famiglie di gorilla avevano gerarchie fondate sulla protezione, non sulla violenza. Le madri piangevano i piccoli. I giovani giocavano. I silverback difendevano senza brutalità.
Per Dian, quella non era più una “specie”. Era una comunità.
Una donna scomoda
Con il tempo, la ricerca lasciò spazio alla lotta.
Il bracconaggio stava decimando i gorilla per trofei, mani, teste, o per alimentare il turismo illegale. Le autorità locali erano spesso complici. Le organizzazioni internazionali, ambigue.
Dian Fossey divenne inflessibile. Smantellava trappole. Affrontava i bracconieri. Denunciava apertamente governi e ONG. Usava parole dure, metodi radicali. Questo le attirò critiche feroci, anche dal mondo accademico, che la accusava di estremismo.
Ma per lei non esisteva neutralità possibile.
Proteggere significava esporsi.
La sua vita sentimentale fu segnata dalla stessa intensità che caratterizzava ogni sua scelta.

Visse una relazione profonda e tormentata con Bob Campbell, fotografo del National Geographic. Un amore forte, ma irregolare, vissuto tra separazioni forzate e scelte inconciliabili.
La perdita più devastante non fu però umana.
Fu Digit, un gorilla da lei seguito per anni, ucciso brutalmente dai bracconieri nel 1977. Decapitato. Le mani vendute come trofei.
Dian lo seppellì con le sue mani.
Da quel dolore nacque il Digit Fund (oggi Dian Fossey GorillaFund), che ancora oggi finanzia la protezione dei gorilla di montagna.
Ma qualcosa, in lei, si incrinò definitivamente.
L’omicidio
Il 26 dicembre 1985 Dian Fossey fu trovata morta nella sua capanna al Karisoke.
Colpita alla testa con un machete.
I taccuini erano aperti. La lanterna accesa.
Come se la morte l’avesse sorpresa nel pieno del suo lavoro.
L’indagine fu confusa, contraddittoria. Un collaboratore locale venne accusato, poi scagionato. Nessuna verità definitiva. Nessuna condanna certa. Ancora oggi il suo assassinio resta irrisolto.
Dian Fossey è sepolta in Ruanda, nel cimitero del Karisoke Research Center, il centro di ricerca sui gorilla che lei stessa fondò nel 1967, nel Parco Nazionale dei Vulcani.

La sua tomba si trova accanto a quelle dei gorilla di montagna uccisi dai bracconieri, in particolare vicino a Digit, il gorilla a cui era profondamente legata. È una sepoltura fortemente simbolica: Fossey volle essere ricordata tra i gorilla, non lontano dalla loro foresta.
Un dettaglio che dice molto di lei.
Sulla lapide è inciso un epitaffio che celebra il suo impegno per la tutela dei gorilla e della natura africana.

Cosa resta
Oggi, più di mille gorilla di montagna sopravvivono grazie anche al suo lavoro.
Del vero lascito di Dian Fossey resta l’idea che la conoscenza non è neutra, che amare la natura significa esporsi, prendere posizione, rischiare.
Resta l’immagine di una donna che ha scelto la solitudine pur di non tradire ciò che aveva compreso.

Resta una domanda scomoda: fino a che punto siamo disposti a difendere ciò che diciamo di amare?
Dian Fossey non era perfetta. Era dura, radicale, talvolta isolata persino dai suoi alleati.
Ma era autentica.
E nella nebbia dei Virunga, tra alberi che ancora proteggono famiglie di gorilla, il suo passo sembra non essersi mai fermato.
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