Dialoghi di Estetica. Parola all’artista Vera Portatadino
- Postato il 2 aprile 2025
- Arti Visive
- Di Artribune
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Artista, focalizzata sulla pittura, Vera Portatadino (Varese, 1984), dopo gli studi tra la NABA di Milano e il Chelsea College of Art and Design di Londra, dove ha conseguito un PgDip e un MA, nel 2014 ha fondato Yellow, progetto di ricerca indipendente sulla pittura contemporanea, che ha diretto fino al 2019, curando mostre e pubblicazioni. Nel 2018 ha vinto il Premio Treviglio e ha ricevuto una menzione speciale dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia per il progetto di reinterpretazione della collezione permanente, in occasione del Bando di Residenza delle Gallerie. Le sue opere sono in collezioni private e pubbliche come quella del Mart Museo d’Arte Contemporanea. Ha all’attivo numerose mostre, tra cui, solo nel 2024: The Mountain Touch, al Muse Museum di Trento; Pittura Italiana alla Triennale di Milano; il 23° Premio Cairo al Museo della Permanente, Milano 2024.
Questo dialogo si sofferma su alcuni dei principali temi della poetica di Portatadino: l’interesse per i dettagli, l’attenzione per le esperienze e la relazione con la realtà, il ruolo della quasi figurazione, il rapporto con la natura, l’indagine sulla formazione delle immagini, la concezione della pittura come emersione.

Davide Dal Sasso in dialogo con Vera Portatadino
Non possiamo risolvere la pittura nelle immagini. Nei tuoi dipinti non sono mai un riferimento sufficiente né per farli né per spiegarli.
L’immagine è per me il pretesto per fare accadere la pittura nel suo processo. L’esito è necessario e non casuale, ma il percorso per arrivare al risultato è fatto di esplorazione e non è predeterminato da un’immagine studiata e risolta a priori. Essa nasce contestualmente alla sperimentazione del linguaggio pittorico, di cui mi interessa testare la grammatica, e si trasforma di continuo, nella relazione fisica e mentale che si stabilisce tra noi.
Da dove trae origine questo modo di porti rispetto alla pittura?
Probabilmente, dalla possibilità di concepire la pittura come la versione tangibile e manifesta del pensiero. Sua trascrizione e non illustrazione. Mi interessa mostrare il pensiero in atto e nei suoi meccanismi, non solo raccontare ciò che ho pensato. Al pari della scrittura, la pittura per me è emersione e svelamento. Nasce dall’approccio conoscitivo che intrattengo con la realtà, che è contemporaneamente contemplativo ed esplorativo: un dialogo di silenzi e suoni emessi reciprocamente. È una questione di risonanza e sensibilità. L’attrito con l’immagine deriva dall’esigenza che ho di offrire, con le mie opere, qualcosa che trascenda una storia. L’editing consiste nello sradicare il più possibile una presenza illustrativa. Un’immagine deve rimanere irrisolta, aperta, in divenire, intenzionale, ma interpretabile nuovamente. Forse cerco di sviscerare semplicemente un modo di stare al mondo.
Mi sono fatto l’idea che per la riuscita delle tue opere sia imprescindibile la possibilità di conseguire una sorta di dispersione.
Quando attraverso un ambiente, avverto l’intenso desiderio di dissolvermi – coscienza e corpo – nell’intrico degli elementi fisici che incontro e da cui mi sento toccata. Ho bisogno di disperdermi, per unirmi e immedesimarmi in quello che voglio conoscere. Potrebbe essere un modo di mettere a tacere l’ego, per lasciare accadere l’altro ed esserne ricettore. È una modalità percettiva esperita con occhi, orecchie, pelle, polpastrelli, naso, bocca, gambe, piante dei piedi, ma anche attraverso mente e immaginazione – una sorta di trance – che mi permette di affinare un’attenzione. È un movimento conoscitivo che io considero multi-percettivo e prossimo alla mistica, non logico, non razionale, come comunemente inteso. La stessa esperienza tento di evocarla nel fare pittura e di riverberarla nel dipinto finito. Ha a che fare con la sensualità e l’astrazione. Per esempio, l’atto di puntinare sulla tela potrebbe essere eco e ritmo di un sentire sul corpo, mentre quello di definire poche gerarchie (di scala, prospettiche, compositive), potrebbe derivare dall’idea di disperdersi e partecipare. Tuttavia chi guarda stabilisce la propria risonanza.
Questa descrizione è utile anche per chiarire il senso della tua idea della pittura come emersione.
È una raccolta di stimoli e indizi che emergono nel restituirsi. Si svelano a chi guarda. Con il prendere piede di Instagram, negli anni, ho capito che mi interessava che il mio lavoro non si potesse cogliere scorrendo distrattamente un feed. Può sembrare non strategico, ma desidero che le mie opere non possano darsi ed esaurirsi nella soglia di attenzione dei 7 secondi stimati oggi come limite di tempo concesso dagli utenti. Preferisco spettatori, che guardino e osservino. Da qui la costruzione per velature e dettagli che possono essere colti solo avvicinandosi alle opere. Mi piacciono gli incontri e i processi di avvicinamento.
Quando poi ci si approssimerà alle tue opere, saranno i particolari a diventare imprescindibili.
Di fronte a una pala d’altare medievale, può succedere che venga catturata dai dettagli botanici ai piedi di un santo, più che dalla storia principale. Ciò genera un costante moto di avvicinamento e allontanamento con l’opera sotto esame, una vera relazione fisica con essa. Mi sono accorta che parallelamente alle grandi narrazioni, al mainstream, esiste sempre qualcosa di marginale che è degno di essere e che nel suo essere senza far nulla, dischiude una potenza uguale o maggiore alla storia di cui sopra. Il principio è estendibile a vari campi e situazioni quotidiane. Un fiore caduto da un balcone, al bordo della strada, può dire di quella casa e di chi la abita, più di un ritratto. Da qui, ho deciso di elevare a soggetto il dettaglio. Esso non ha bisogno di compiere nessun gesto memorabile, se non quello di emergere e mostrarsi in chiarezza, in luce, da un insieme indistinto e in divenire. Per poi sparire di nuovo. In questo frangente, si può instaurare un moto amoroso e conoscitivo.
Perché vada così è importante anche il ruolo che assegni all’ordine: i tuoi dipinti mostrano spesso una costruzione scenica frutto di uno scrupoloso lavoro di sistemazione dei segni.
Parlavamo precedentemente della grammatica della pittura. Ho iniziato a considerarne ogni singolo elemento costitutivo: punti, linee, campiture, griglie, colore… Il loro esame mi permette di comporre: fare emergere e risuonare, riordinare e sparpagliare, come una sinfonia, intesa come raccolta di suoni e segni, recepiti, disposti, lasciati essere. La musica gioca un ruolo indispensabile nel mio essere e agire. Il mio ordine pittorico può essere semplice, rigido o sperimentale, a seconda dei casi.
Come la descriveresti la tua posizione alla luce dell’influenza di tutti questi fattori sui processi di produzione pittorica in cui sei coinvolta?
Mi penso su un crinale. Difendo la possibilità di non dovermi porre o da un lato o da un altro, ma di poter stare nel mezzo e guardare da tutte le parti.




















Astrazione e figurazione nella pittura di Vera Portatadino
Ecco, forse, dove nasce la quasi figurazione che riesci a ottenere in molte delle tue opere, nelle quali risalta anche un certo tono onirico.
Ho sempre oscillato tra figurazione e astrazione. Non amo le rigide definizioni. Sono un essere in continuo cambiamento. La mia pittura non può che assomigliarmi. Mi entusiasma la possibilità di tenere insieme un volto di Giotto con lo spazio immersivo e infinito di Rothko, per citare due amori e due modi, che in me convivono. Mi piace poter abbracciare un campo di realtà che sia il più ampio possibile.
Che cosa vuoi dire?
La realtà include anche ciò che non conosciamo o che non sappiamo nominare. L’astrazione mi aiuta in tal senso, a far sfuggire un esistente dalla sua definizione e a lasciare spazio all’espressione di alterità. La figurazione invece mi permette di offrire una chiave di accesso specifica e riconoscibile, profondamente umana, e di condurre lo sguardo di chi entra nel mio ambiente-pensiero, da ciò che si conosce a ciò che è ignoto, ma che c’è. È anche un discorso sul potere: riconoscere che possiamo perderlo e che, anzi, non lo deteniamo davvero. La forma del sogno mi interessa per le stesse ragioni, come modalità conoscitiva e di fruizione di un tempo diverso. Sento molto vicina la descrizione che ne fa Maria Zambrano.
Qual è l’esito più importante che riesci a ottenere lavorando in questo modo?
La coesistenza di contraddizioni. E una pittura in un certo senso anti-narrativa.
Di che cosa si tratta?
Una forma diversa di dire, che sento più aperta e corrispondente a me. È più vicina all’evocazione, al rebus, alla poesia… Lo spettatore deve fare la sua parte. Non sento la necessità di una narrazione lineare ed esplicita, in cui l’immagine illustri e rischi di diventare più importante della materia e del linguaggio, nel costruire senso. Penso all’essere in cerca.
Allo stesso tempo, credo appaia anche la centralità del disfacimento, un tema ricorrente nella tua pittura. Penso, per esempio, al tuo dipinto Supermarket (2022) nel quale spiccano più legami, tra materia e immagine, natura e artificio, vita e morte.
Il tema che sottende tutto è evidentemente quello della precarietà dell’esistenza: qualcosa appare, si schiude nel suo esistere mutevole e vulnerabile. A volte questo qualcosa vorrebbe essere eterno, eppure cessa di essere. Il fiore non è che una metafora di questa resistenza impossibile. Supermarket è una stratificazione di velature dipinte a olio, che fissa su tavola un mazzo di Aster gialli comprati al supermercato, i quali sembrano non sfiorire mai, appaiono luminosi, quasi fluorescenti, ma sono in realtà avvizziti e inesorabilmente finiranno per sgretolarsi.
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Davide Dal Sasso
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L’articolo "Dialoghi di Estetica. Parola all’artista Vera Portatadino" è apparso per la prima volta su Artribune®.