Destra e sinistra divise su tutto, anche sull’Iran. Ormai sarà così fino al referendum
- Postato il 14 gennaio 2026
- Politica
- Di Blitz
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Mentre in Iran si continua a morire per la libertà e per ribellarsi ad un despota che da anni perseguita milioni di persone, in Italia le forze politiche non riescono a trovare uno straccio di accordo nemmeno dinanzi ad uno sterminio che ha pochissimi precedenti. Si litiga sulla data del referendum che dovrebbe portare alla riforma della giustizia: il governo fissa l’appuntamento al 22 e 23 marzo; i magistrati non ci stanno e, appoggiati da una certa parte della sinistra, presentano un ricorso al Tar nella speranza di posticipare il voto di qualche settimana. Perché? Ritengono in tal modo di favorire i seguaci del “no” che avrebbero così più tempo per convincere gli indecisi o gli assenteisti, cioè coloro i quali il giorno del voto se ne rimangono a casa perché non credono più alle beghe dei parlamentari. Così, la campagna elettorale imperverserà ancora rendendo più dubbioso il popolo sovrano che deve scegliere se appoggiare la riforma della giustizia o rifiutarla.
Possibile che non ci sia un argomento che unisca la maggioranza e la minoranza? Nemmeno quel che succede di tragico e di spaventoso in Iran riesce ad avvicinare i due schieramenti. “Loro, cioè la sinistra, hanno sempre una simpatia (eufemismo) per i dittatori. Un tempo, tanti anni fa, l’avevano per l’URSS di Giuseppe Stalin (chi ha i capelli molto bianchi lo ricorderà); oggi hanno strizzato l’occhio a Nicolas Maduro e puntano il dito contro gli Stati Uniti di Trump, rei di aver violato il diritto internazionale”. L’opposizione reagisce a muso duro: “Il governo di Giorgia Meloni continua a essere succubo del tycoon e non si pronuncia nemmeno quando il presidente americano viola i princìpi fondamentali della democrazia.”
Per Maduro, le manifestazioni di piazza sono state tante provocando scontri con la polizia e devastazione in quelle città dove le sfilate mandavano in tilt il traffico ed il caos regnava sovrano. Ora è la sinistra a tuonare. Giuseppe Provenzano, il responsabile del Pd per la politica estera, lancia la sua freccia: “Venerdì prossimo sfileremo per protestare contro quel che sta succedendo a Teheran e dintorni. Voglio vedere se con noi ci saranno gli esponenti più rappresentativi della maggioranza”. Sul banco degli imputati è, manco a dirlo, Giorgia Meloni, piuttosto “silenziosa” in questi giorni. Avrebbero voluto vederla in Parlamento a esprimere il suo sdegno. “Chi l’ha vista”, affermano ironicamente i suoi avversari?
La sicurezza nel nostro Paese è un altro degli argomenti in cui la rissa si fa più violenta. Da una parte si dice che ormai ogni limite è stato superato tanto è vero che anche la stessa premier lo ha riconosciuto durante la conferenza stampa del nove gennaio. “Qualche risultato lo abbiamo ottenuto, ma bisogna fare di più per raggiungere la sufficienza”, ha ripetuto. Se è vero che in parecchie zone del Paese la malavita dilaga è perché la magistratura vota contro. “Noi facciamo le leggi, i giudici non le applicano”, dice la premier. Gli esempi sono molteplici. L’ultimo in ordine di tempo? Una sentenza che ha condannato a cinque anni di carcere uno straniero responsabile di aver stuprato una bambina. “Di casi del genere ce ne sono a decine. Il governo cerca di dare maggiore sicurezza al paese aumentando le pene, sono poi i giudici a vanificare il lavoro dell’esecutivo”, ritiene ancora la Meloni.
Mentre si continua a sostenere “che noi abbiamo ragione e voi torto”, la malavita non si ferma. Non è soltanto la mafia il peggior di tutti i mali, ora anche le baby gang diventano protagoniste con minorenni che nascondono in tasca coltelli pronti ad essere operati quando si scontrano due bande rivali.
In questo modo, almeno per il momento, la sicurezza presenta alcune crepe che debbono essere sanate. I femminicidi non sono stati sconfitti, nonostante le pene più severe delle nuove leggi. Le violenze alle donne sono ancora tante ed in molte zone delle grandi città è pericoloso uscire di sera o rientrare a casa tardi per ragioni di lavoro.
“La democrazia va difesa, ma non con le bombe o la forza”, insiste la sinistra. Putin e Trump entrano nell’occhio del ciclone: il primo per aver invaso e distrutto l’Ucraina con centinaia di morti; il secondo perché vorrebbe intervenire in Iran come ha promesso ieri. “Non arrendetevi”, ha detto ai manifestanti. “Stiamo arrivando”. La Russia ha subito replicato: “Sarebbe un atto molto pericoloso che potrebbe ampliare il conflitto”. Insomma, si gioca con la guerra e non si pensa alla catastrofe che potrebbe provocare.
In tutto questo bailamme disastroso poteva mancare la voce di Maurizio Landini? Assolutamente no. Continua a essere dalla parte di Maduro e se la prende con monsignor Antonio Suetta, il vescovo della diocesi di Sanremo Ventimiglia, perché ha fatto suonare a lungo le campane di una chiesa contro l’aborto. “Prossimamente, ha suggerito qualcuno, “vista la vicinanza manderemo in quel paese i cantanti del festival con il beneplacito di Carlo Conti.
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