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Dall’uscita degli Emirati dall’Opec alla ridefinizione degli equilibri globali. L’analisi di Castellaneta

  • Postato il 3 maggio 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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Dall’uscita degli Emirati dall’Opec alla ridefinizione degli equilibri globali.  L’analisi di Castellaneta

L’attacco diretto all’Iran ed al Libano da parte delle forze americane-israeliane ha messo in moto un generale riassetto della intera regione medio-orientale basata da tempo immemorabile sulla pietra angolare Turchia-Iran di volta in volta utilizzata in passato dalle potenze dell’ epoca, Gran Bretagna e Francia ed ora Stati Uniti e Cina con un parallelismo storico con il continente europeo dominato da Germania e Russia. Se la situazione attuale nella regione del Golfo non fosse già abbastanza intricata, con le trattative tra Iran e Stati Uniti bloccate con al centro il transito nello Stretto di Hormuz ed i piani nucleari, nei giorni scorsi l’intervento degli Emirati Arabi Uniti ha contribuito a complicarla ulteriormente. La decisione di Abu Dhabi di uscire dall’Opec ha infatti provocato un altro scossone al mercato internazionale del petrolio, già teso e sotto pressione da due mesi con il prezzo ormai stabile sopra i 100 dollari ed una quotazione del dollaro stabile tra 1,16 e 1,18 nei confronti dell’euro e con lo Yuan come alternativa crescente.

In realtà, non è corretto affermare che l’uscita degli Emirati dal cartello dei principali produttori di petrolio sia stata un fulmine a ciel sereno. La decisione si inserisce in una traiettoria già evidente da tempo, come era testimoniato dalla insofferenza di Abu Dhabi verso i vincoli produttivi imposti dal cartello. È vero che gli Emirati non sono tra i principali estrattori di greggio, ma si tratta comunque di uno dei pilastri dell’organizzazione, essendo il terzo produttore tra i membri e uno dei pochi con una significativa capacità inutilizzata. Dal punto di vista quantitativo il Paese dispone di una capacità produttiva che si aggira intorno ai 4,8 milioni di barili al giorno, con margini per aumentare ulteriormente l’estrazione grazie agli investimenti degli ultimi anni. Questo elemento è cruciale: proprio la possibilità di espandere rapidamente la produzione entra in tensione con il sistema di quote dell’Opec, che mira invece a limitare l’offerta per sostenere i prezzi.

La scelta emiratina è funzionale ad aumentare le entrate di Abu Dhabi, in un momento in cui il conflitto tra Stati Uniti e Iran sta assestando un duro colpo all’economia del Paese basata su turismo e servizi ad alto valore aggiunto. Gli Emirati puntano infatti a monetizzare le proprie risorse in una fase storica in cui la domanda globale di energia è destinata a restare elevata nel medio termine, ma soprattutto a fornire una risposta di breve periodo alla possibile carenza di prodotti derivati da petrolio. In questo contesto, uscire dall’Opec significa ottenere maggiore libertà: decidere autonomamente livelli di produzione ed export, reagire più rapidamente alle fluttuazioni del mercato e rafforzare il proprio ruolo come attore energetico globale indipendente. Ma allo stesso tempo, questa mossa rischia di indebolire ulteriormente la coesione del cartello, aprendo la strada a una competizione più accentuata tra produttori e a una maggiore volatilità dei prezzi del petrolio e suoi derivati

Ed è qui che le questioni economiche lasciano spazio a quelle più propriamente geopolitiche. L’uscita degli Emirati dall’Opec è il coronamento del distacco con l’Arabia Saudita, dalla quale Abu Dhabi cerca di emanciparsi da diversi anni per ricoprire un ruolo autonomo e assertivo in politica estera, seguendo – con le dovute proporzioni – i risultati ottenuti in termini di influenza globale dal Qatar. Una dimostrazione di questa crescente rivalità è il sostegno fornito da Riyad e Abu Dhabi alle fazioni che si contrappongono in Yemen: i sauditi sono infatti vicini al governo riconosciuto di Mansour Hadi, mentre gli Emirati sostengono i separatisti del Consiglio di Transizione del Sud.

Allargando il campo all’intera regione mediorientale, sarà interessante vedere come evolverà il quadro complessivo delle alleanze, con l’Arabia Saudita che si trova in una posizione meno centrale mentre il Pakistan sta assumendo una grande rilevanza strategica, non solo per essersi offerto di facilitare i negoziati tra Washington e Teheran ma anche perchè è il Paese che ospita decine di milioni di musulmani sciiti. E gia si immagina una grande alleanza dei paesi musulmani guidata da Turchia, Pakistan, Arabia Saudita ed un Iran laicizzato e militarizzato, con il supporto della Cina ( che ha una forte minoranza musulmana in passato non sempre allineata sul governo di Pechino)

L’uscita degli Emirati dall’Opec è un ulteriore tassello di un mosaico che si complica sempre di più in una regione i cui equilibri sono in via di ridefinizione anche per il futuro ruolo che potrebbero avere le potenze esterne. Le difficoltà degli Stati Uniti (le cui compagnie petrolifere stanno comunque beneficiando degli alti prezzi del petrolio) potrebbero beneficiare nel medio termine la Cina, che in questa situazione si sta comportando come attore silente ma attivo , vedendo con favore l’indebolimento del fronte occidentale. La regione del Golfo e più in generale il Medio Oriente rappresentano oggi il principale terreno in cui gli equilibri geopolitici globali si stanno trasformando: gli esiti di tale processo sono ancora incerti, ma la crescente frammentazione tra Europa e Stati Uniti non gioca certo a favore della leadership occidentale.

Autore
Formiche

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