Dalle riforme alla legge elettorale il campo largo sa solo dire no (anche alle sue stesse idee)
- Postato il 2 luglio 2026
- Di Panorama
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Natale in casa Cupiello è una commedia di stringente attualità. Il protagonista, Eduardo De Filippo, allestisce il presepe. Poi domanda al figlio: «Ti piace questo presepe?». E quello: «No, non mi piace». E perché? «Perché no». Per tigna, per spirito di contraddizione. Ora, cambiamo i protagonisti di questa famosa commedia. E ditemi se non è lo stesso canovaccio del teatrino al quale assistiamo dall’inizio dell’attuale legislatura.
Il presepe sono le riforme costituzionali. A queste, adesso, s’è aggiunta la riforma elettorale. Eduardo è rappresentato dal centrodestra. Mentre il figliolo è interpretato come meglio non si potrebbe dal campo largo, che si restringe o si allarga a seconda degli umori e dei malumori dei suoi protagonisti e comprimari. Con una differenza non da poco.
Il gioco delle parti sul presepe delle riforme
Eduardo, dopotutto, il presepe se lo fa da solo. Mentre i presepi del centrodestra sono merce d’importazione. Li prende a prestito dal centrosinistra. Che però continua a dire no e poi no perché stavolta a proporre i presepi è il centrodestra. Cose da teatro dell’assurdo. Da Ionesco. Ma questo passa il convento e dobbiamo farcene una ragione.
E allora ricapitoliamo. Come prima opzione Fratelli d’Italia mette sul tappeto il presidenzialismo. Vista la mala parata, ripiega sul premierato. Ma il premierato non è farina del suo sacco. No, è stato inventato dal Pds durante i lavori della commissione bicamerale per le riforme costituzionali presieduta da Massimo D’Alema. Il relatore sulla forma di governo, l’ottimo Cesare Salvi, per la serie si salvi chi può, pone in contrapposizione un premierato con i fiocchi, sponsorizzato da D’Alema e i suoi cari, e un’elezione popolare diretta del capo dello Stato ma a Costituzione invariata, prediletta dal centrodestra.
Prevale quest’ultima grazie all’astuzia volpina di Pinuccio Tatarella che si mette d’accordo con Roberto Maroni. Ma quello che piaceva una volta alla sinistra adesso non va più bene. E se ne demonizzano i poteri, sorvolando sul fatto che il premierato c’è già ed è interpretato al meglio da Giorgia Meloni.
L’autonomia differenziata e le radici nel Titolo V
Anche l’autonomia regionale differenziata non ha il pregio dell’originalità. Quando la XIII legislatura era agli sgoccioli, in solitudine e con qualche risicato voto di scarto, le sinistre approvano la riforma del Titolo V della parte seconda della Costituzione, che ha rivoltato come un calzino i rapporti tra Stato e Regioni e dato parecchio da fare alla Corte costituzionale.
Nel 2001 il presidente del Consiglio era Giuliano Amato, ma fu soprattutto Francesco Rutelli a perorarne la causa. Candidato del centrosinistra, sperava così di strappare voti alla Lega. Ma inutilmente. Adesso la sinistra si mette di traverso e sembra riecheggiare la battuta di Pietro Nenni: «Si vuole ridurre l’Italia in pillole».
Giustizia e sistema elettorale alla prova della storia
La musica non cambia con la riforma della giustizia e in particolar modo con la separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici. La riforma del codice di procedura penale del 1988 è firmata da Giuliano Vassalli. Un eroe della Resistenza. E il capoverso dell’articolo 111 della Costituzione, riformato undici anni dopo sotto il primo governo guidato da Massimo D’Alema, suona così: «Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale».
Il centrodestra intendeva attuare il disposto costituzionale, mentre il centrosinistra si è messo di traverso a difesa della Costituzione decantata come la più bella del mondo. E nel referendum ha vinto la battaglia delle parole. Forse perché non c’è nulla di più inedito della carta stampata.
Dulcis in fundo, la riforma elettorale del centrodestra. Il centrosinistra ha anche da ridire sull’indicazione obbligatoria del nome del candidato premier all’atto del deposito del contrassegno e del programma. Certo, per il campo largo sarà un problema. Ma la tesi numero 1 del programma dell’Ulivo del 1996 prevedeva addirittura l’indicazione del nome nella scheda. A uso e consumo di Romano Prodi.
Come aveva ragione Leo Longanesi: chi si firma è perduto.