Dalle piazze dell’8 marzo emerge una parola chiave: intersezionalità. Chi è antispecista la conosce bene

  • Postato il 15 marzo 2026
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di Roberta Marchi

L’8 marzo, in occasione della Giornata internazionale della donna, le piazze di molte città si sono riempite di persone. Donne, ma anche uomini, sono scesi in strada per protestare contro la violenza di genere, le disuguaglianze ancora diffuse e una società che continua a reggersi su strutture patriarcali. Anche quest’anno cortei e manifestazioni hanno ricordato che il femminismo non è una questione del passato, ma una lotta viva e necessaria.

Molte di noi erano in piazza. E proprio da quelle piazze emerge con sempre maggiore forza una parola chiave dei movimenti contemporanei: intersezionalità. L’idea che le diverse forme di oppressione non agiscano da sole, ma si intreccino tra loro e si rafforzino a vicenda. Sessismo, razzismo, classismo, abilismo e altre gerarchie sociali condividono strutture di dominio simili e si alimentano attraverso logiche comuni di sfruttamento e disuguaglianza.

Per chi è antispecista questa consapevolezza appare quasi inevitabile. L’antispecismo, infatti, mette in discussione una delle gerarchie più profonde e normalizzate della nostra società: quella tra specie. Rifiutare lo sfruttamento degli animali significa riconoscere che la violenza istituzionalizzata contro un gruppo di individui, giustificata attraverso l’idea di superiorità, non è un fenomeno isolato ma parte di una struttura più ampia di dominio.

Eppure questa intersezionalità, che per gli antispecisti è quasi scontata, non lo è sempre per chi si batte contro altre forme di oppressione. Una delle ragioni potrebbe essere che l’antispecismo richiede un cambiamento profondamente personale e quotidiano. Non riguarda soltanto principi astratti o battaglie politiche, implica una trasformazione delle abitudini più radicate, a partire dall’alimentazione, dai consumi e dalle tradizioni culturali. Mettere in discussione lo sfruttamento animale significa interrogarsi sul proprio stile di vita, sui rituali familiari, su ciò che per molti è sempre stato considerato “normale”.

Questa dimensione personale rende l’antispecismo una pratica politica quotidiana, ma allo stesso tempo può renderlo più difficile da integrare nelle lotte di altri movimenti, dove il cambiamento richiesto non appare immediatamente legato alle abitudini individuali. L’intersezione tra antispecismo e femminismo emerge in modo particolarmente evidente osservando il modo in cui gli animali di sesso femminile vengono sfruttati all’interno dell’industria alimentare. Gran parte della produzione animale si fonda sul controllo dei corpi riproduttivi delle femmine. Le mucche vengono inseminate artificialmente per produrre latte; i vitelli vengono separati dalle madri poche ore o pochi giorni dopo la nascita; le galline sono selezionate geneticamente per deporre un numero innaturalmente alto di uova; le scrofe negli allevamenti intensivi vengono confinate in gabbie che impediscono loro perfino di girarsi.

Il sistema non sfrutta semplicemente “gli animali” in generale: sfrutta in modo specifico la capacità riproduttiva dei corpi femminili. La produzione di latte, uova e nuovi individui è possibile solo attraverso il controllo e la manipolazione della riproduzione. Questo parallelismo è stato evidenziato da numerose teoriche femministe antispeciste, che hanno messo in luce come le logiche patriarcali di dominio sui corpi femminili trovino un’estensione nello sfruttamento degli animali.

Una delle analisi più importanti in questo ambito è quella della scrittrice femminista antispecista Carol J. Adams, autrice del libro The Sexual Politics of Meat (“Carne da macello”). Nel suo lavoro, la scrittrice mostra come il consumo di carne sia storicamente e simbolicamente associato alla virilità, al potere e alla dominazione. La carne diventa un simbolo di forza e status, mentre i corpi animali vengono resi invisibili attraverso il “referente assente”: l’animale scompare dal linguaggio e dall’immaginario quando diventa prodotto alimentare. Allo stesso tempo, Adams evidenzia come il linguaggio e l’immaginario culturale colleghino frequentemente la sessualizzazione dei corpi femminili alla rappresentazione della carne e del consumo. In molte pubblicità e narrazioni culturali, i corpi delle donne e quelli degli animali vengono oggettificati e resi oggetti di consumo.

Questa analisi non intende equiparare in modo semplicistico le diverse forme di oppressione, ma mostrare come esse condividano logiche culturali e simboliche simili: oggettificazione, controllo del corpo, riduzione dell’individuo a risorsa.

Riconoscere queste connessioni non significa diluire le specificità delle diverse lotte. Significa piuttosto comprendere che i sistemi di dominio raramente operano in modo isolato. L’intersezionalità, in questo senso, non è soltanto una strategia politica, ma uno strumento di comprensione del mondo. Se le strutture di oppressione sono intrecciate, anche i percorsi di liberazione possono rafforzarsi a vicenda. Per questo motivo il dialogo tra transfemminismo e antispecismo non rappresenta una semplice alleanza tra movimenti diversi, ma l’occasione per immaginare una critica più ampia alle gerarchie che organizzano la nostra società: tra generi, tra classi, tra etnie e tra specie.

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