Dalle garanzie sui foreign fighters alle armi chimiche: le richieste Usa alla Siria per rimuovere le sanzioni
- Postato il 27 marzo 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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La distruzione delle rimanenze di stock nell’arsenale siriano di armi chimiche, la “cooperazione nella lotta al terrorismo”, l’istituzione di un ufficio locale che fornisca supporto ai funzionari americani nella ricerca di Austin Tice, giornalista ed ex veterano dei Marines, scomparso in Siria nel 2012, e la assicurazione di non assegnare a foreign fighters dei ruoli di rilievo nel nuovo governo siriano. Secondo una serie di fonti anonime – due funzionari americani, un diplomatico della regione, una fonte siriana – consultate dall’agenzia Reuters, sarebbero queste quattro le condizioni che gli Stati Uniti avrebbero posto al nuovo governo di Damasco in cambio di una parziale rimozione delle sanzioni, nonché di una dichiarazione ufficiale a “sostegno del riconoscimento dell’integrità territoriale siriana”, che in queste settimane appare parzialmente compromessa, minacciata dall’occupazione israeliana di una ulteriore porzione del Golan e del sud della Siria, fino a quasi 30 chilometri da Damasco. Circa un mese fa, la stessa Reuters aveva riferito di forti pressioni su Washington, da parte delle lobbies israeliane, volte a mantenere la Siria “debole e decentralizzata”, anche ma non solo attraverso il mantenimento delle basi russe, utili per “controbilanciare le crescente influenza Turchia”, forse il principale sponsor del nuovo esecutivo damasceno.
La lista di condizioni sarebbe stata consegnata dalla vice segretaria americana per gli Affari del Levante, Natasha Franceschi, al ministro degli Esteri siriano Asaad Al Shibli, a margine della conferenza sui donatori della Siria, tenutasi lo scorso 18 marzo a Bruxelles. Si tratta forse il primo segnale concreto della nuova amministrazione americana sulla Siria, un paese dal quale gli Stati Uniti si erano parzialmente disimpegnati negli ultimi anni, e la cui futura “gestione” divide la stessa Washington: se alla Casa Bianca prevale un approccio più diffidente – in particolare dopo gli attacchi alle minoranze alawite dei giorni scorsi -, strettamente connesso alla antica appartenenza ad Al Qaeda di tanti dei miliziani di Hts, compreso Ahmed Al Sharaa, nel Dipartimento di Stato c’è chi invece spinge per un maggiore engagement con Damasco, al netto delle crescenti pressioni israeliane.
Da quando sono al governo, le nuove autorità siriane hanno più volte manifestato la necessità di una rimozione totale delle sanzioni che gli Stati Uniti, l’Europa e il Regno Unito avevano deciso di applicare nei confronti di persone, aziende ed interi settori dell’economia siriana, in funzione dell’indebolimento del regime di Bashar Al Assad. Questa rimozione non c’è stata ma sono entrate in vigore alcune esenzioni, come quella decisa da Washington a gennaio scorso per permettere l’afflusso degli aiuti umanitari, che però non è sembrata ad esempio sufficiente per permettere al Qatar di pagare gli stipendi dei funzionari pubblici siriani attraverso la Banca centrale siriana. Secondo le fonti consultate sul tema, se Damasco dovesse adeguarsi alle condizioni di Washington, gli Stati uniti sarebbero pronti ad estendere per almeno altri due anni queste esenzioni, anche a beneficio delle transazioni con lo stesso governo siriano.
Le autorità siriane non hanno rilasciato commenti in merito. Se è verosimile che – visto anche il quasi azzeramento dell’arsenale siriano da parte di Israele, condotto in modo deliberato nelle 48 ore successive all’arrivo a Damasco dei miliziani di HTS – sulla distruzione delle rimanenti armi chimiche a disposizione della Siria venga trovata rapidamente una intesa, così come sul sostegno nella ricerca di Austin Tice e, in certa misura, nella “lotta al terrorismo” – che configura anche una confluenza di interessi nella comune ostilità all’Iran e ad Hezbollah -, l’ultima condizione appare più delicata. Già lo scorso 30 dicembre, infatti, nell’avviare il processo di reinquadramento dei miliziani all’interno di un nuovo Esercito regolare, Damasco aveva assegnato non meno di sei ruoli – su una cinquantina – di rilievo all’interno delle Forze armate (e quindi anche del ministero della Difesa) a dei foreign fighters, tra i quali sicuramente un cittadino turco, uno giordano e almeno tre combattenti uiguri. Secondo un’altra fonte militare siriana, tre foreign fighters avrebbero assunto la carica di brigadier generali ed altri tre il grado di colonnelli dell’Esercito. Tra i primi tre, Abdelaziz Dawood Khudaberdi, cinese di etnia uigura, noto col nome di battaglia di Zahid, ex comandante del Turkestan islamic party, un gruppo sostanzialmente separatista. Tra i tre colonnelli altri due uiguri, Mawlan Tarsoun Abdussamad e Abdulsalam Yasin Ahmad.
Sebbene Ahmed Al Sharaa avesse negli ultimi anni avviato anche un processo di “sirianizzazione” di Hts, ed abbia dichiarato lo scorso dicembre che “la mentalità del miliziano non è adatta a governare la nuova Siria“, il nuovo governo sembra intenzionato a garantire perlomeno la cittadinanza e la residenza ai foreign fighters e alle loro famiglie, un modo per “riconoscere i sacrifici degli jihadisti nella nostra lotta per la liberazione dall’oppressione di Assad“, aveva riferito lo scorso dicembre un membro di Hts alla Reuters.
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