Dalla tragedia di Cutro alla legalità nei Comuni e nelle scuole, l’addio al servizio del prefetto Ferraro
- Postato il 12 agosto 2026
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Dalla tragedia di Cutro alla legalità nei Comuni e nelle scuole, l’addio al servizio del prefetto Ferraro
Dalla tragedia di Cutro alle verifiche sui Comuni, intervista al prefetto di Crotone Ferraro: «Qui ho trovato una straordinaria umanità»
CROTONE – Un insediamento avvenuto nel momento più drammatico della storia recente del territorio crotonese e della storia d’Italia. Era la sera di domenica 12 marzo 2023 quando Franca Ferraro ha messo piede a Crotone per assumere la guida della Prefettura. A sole due settimane dalla strage di Steccato di Cutro e poche ore dopo il Consiglio dei Ministri svoltosi sul luogo della tragedia. Un battesimo del fuoco avvenuto in piena emergenza, tra la ricerca dei dispersi in mare, la complessa macchina dell’accoglienza e il dolore dei familiari delle vittime da gestire. A distanza di tre anni da quei giorni concitati, e alla vigilia del collocamento a riposo previsto per il mese di ottobre, il prefetto traccia un bilancio del suo mandato che, partendo dall’umanità scoperta nella tragedia, ha toccato il contrasto all’illegalità, la presenza nelle scuole e la prevenzione antimafia.
Prefetto Ferraro, può raccontarci l’arrivo nell’emergenza di Cutro?
«Ero a casa mia all’Aquila, in soggiorno con mia figlia. In tv mandavano in onda le immagini del naufragio. Non sapevo neanche dove si trovasse esattamente Cutro. Poi trasmisero le immagini del Presidente della Repubblica Mattarella al PalaMilone accompagnato dal prefetto Maria Carolina Ippolito. Ricordo di aver pensato: “Pensa a quanto dev’essere impegnata questa collega, a gestire il post naufragio e a ricevere la massima carica dello Stato”. È stato un compito gravoso, e mai avrei potuto immaginare che pochi giorni dopo sarei stata catapultata qui per gestire la medesima situazione».
La risposta del territorio?
«Non ho vissuto la primissima fase dei soccorsi in mare come chi mi ha preceduto, ma ho dovuto occuparmi di tutto il resto: in primo luogo dare una degna sepoltura alle vittime non identificate. All’inizio si pensava che i feretri dovessero essere trasferiti tutti a Bologna. Invece, il sindaco di Cutro, Antonio Ceraso, mise a disposizione un’ala del cimitero esposta in modo idoneo, di concerto con l’imam, per consentire la sepoltura secondo il rito islamico. A parte l’impegno della Prefettura, voglio sottolineare il lavoro egregio delle forze dell’ordine, dei volontari e soprattutto della polizia scientifica della Questura, impegnata per settimane nelle identificazioni delle vittime e nei rapporti con i congiunti. In quei giorni ci siamo dovuti occupare con urgenza di aspetti che non si trovano scritti sui manuali».
Quale aspetto della tragedia l’ha colpita di più?
«Ciò che mi ha colpito fin da subito è stata l’umanità delle persone: dall’allora sindaco di Cutro ai soccorritori, fino ai cittadini comuni. Il rispetto del dolore, l’accoglienza, le telefonate di persone disposte ad ospitare i superstiti nelle proprie case: è un patrimonio umano che non è facile trovare altrove. Tutt’oggi i migranti accolti al Cara sono parte integrante del territorio; la gente è abituata a vederli per strada o al supermercato. Non si registra la preclusione verso l’immigrato che si avverte in altre realtà, al di là di qualche isolato episodio. Forse questo accade perché la gente del luogo conosce a fondo il dramma dell’emigrazione, vissuto storicamente sulla propria pelle e riproposto dai tanti giovani studenti che partono oggi.»
Lei è stata molto impegnata nelle scuole…
«Dopo l’emergenza di Cutro, il lavoro della Prefettura si è articolato su molteplici fronti: dal vasto incendio estivo del luglio 2023 all’abbattimento dell’ecomostro di Torre Melissa, dal Capodanno Rai fino all’organizzazione della Settimana della Protezione civile. È proprio in questa occasione che è nata la scelta di spalancare le porte delle istituzioni ai giovani. Incontrai gli studenti e scelsi di raccontare loro la mia esperienza personale della notte del 6 aprile 2009, quando vissi il terremoto dell’Aquila da dirigente dell’Ufficio Immigrazione. Sono abruzzese e quindi i miei erano racconto commossi. Vidi nei ragazzi un fortissimo desiderio di conoscere i racconti dello Stato.
In quel momento, con il mio modo di esprimermi e di intendere il ruolo, io rappresentavo lo Stato per loro. Da lì ho deciso di avviare una serie sistematica di incontri nelle scuole. Dall’istituto Pertini per il Pon Legalità con il ministro Piantedosi fino al liceo Pitagora di Crotone e gli istituti di Cutro con la Pedagogia antimafia dell’UniCal, toccando anche le scuole elementari».
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Cosa le resta degli incontri con gli studenti?
«Dagli incontri con i giovani ho compreso che lo Stato, se deve raccontare, deve avere un nome e un cognome. Per quanto mi riguarda, il nome era Franca Ferraro. Ho capito che se volevo fare la differenza dovevo parlare direttamente con i ragazzi, raccontando i fatti. Non basta cercare di fare la differenza: bisogna essere la differenza. Questo vale per tutti. Vale per le istituzioni e vale anche per i giornalisti, che ringrazio per la narrazione corretta dell’attività sul territorio. Lo Stato deve mostrarsi credibile, altrimenti i giovani non lo riconoscono come tale.»
L’azione amministrativa e di controllo del territorio ha puntato a diffondere un concetto di legalità inteso come condotta d’agire quotidiana…
«La legalità non è soltanto la lotta alla ‘ndrangheta: è un agere quotidiano che deve ispirare ogni comportamento. Per esempio, all’inizio di ogni stagione estiva abbiamo convocato i titolari degli esercizi commerciali per garantire il rispetto delle norme e la convivenza con i residenti: rispetto degli orari, pulizia, illuminazione, presidi territoriali della polizia di Stato e dei carabinieri. Ai ragazzi dico sempre che quando vedono una pattuglia per strada non devono provare stizza, ma sentirsi sicuri, perché quelle divise stanno eliminando i pericoli per tutti. Spesso il disvalore del mancato rispetto delle regole non viene percepito per superficialità o noncuranza».
I controlli sulla mala movida sono stati intensificati…
«Qualcuno ha parlato di militarizzazione del territorio ma non è affatto così. Abbiamo posto paletti fermi: dai divieti di somministrazione di alcolici ai minori ai controlli serrati sul lavoro nero e lo sfruttamento, che si accompagna sempre alla mancanza di sicurezza sul lavoro. E ancora: rispetto dei limiti acustici, uscite di sicurezza e tracciabilità degli alimenti. In un caso abbiamo sanzionato e distrutto 80 chili di carne scaduta e 18 chili di pesce non tracciato. La mancata tracciabilità o la cattiva conservazione rappresentano un rischio diretto per la salute pubblica che non può essere tollerato».
Lei è stata molto impegnata anche sul fronte della prevenzione antimafia e nelle verifiche sugli apparati comunali…
«Sul fronte dell’antimafia amministrativa, il nostro lavoro punta ad evitare la commissione di reati e a garantire un’economia sana. L’imprenditore che denuncia le estorsioni non deve mai essere lasciato solo, ma va sostenuto dalla rete economica circostante e dalla comunità: comprare il pane nel suo negozio significa difenderlo concretamente. Ricordo con emozione la manifestazione spontanea a Cutro a fianco degli imprenditori che denunciarono le vessazioni dei clan, con il Comune costituitosi parte civile. Altrove si vedono ancora distanziamenti di facciata che non corrispondono a una vera denuncia sociale. Bisogna uscire dalla zona grigia, che è una comfort zone insidiosa: il confine tra la criminalità e la parte sana del Paese deve rimanere netto».
Questo sforzo si traduce in numeri chiari…
«Nel 2023 abbiamo registrato 2 iscrizioni con riserva in White List e rilasciato 2.270 informative liberatorie. Nel 2024 siamo passati a 4 interdittive e una misura di prevenzione collaborativa, con 2.140 liberatorie. Nel 2025 le interdittive sono state 7 (tra cui 5 dinieghi di iscrizione in White List) e le liberatorie hanno superato quota 3.000. Nel 2026, ad oggi, contiamo 4 interdittive, 2 prevenzioni collaborative e 2 dinieghi. Sul piano degli accessi antimafia nei Comuni, dopo l’iter a Melissa conclusosi con un provvedimento a carico di un dipendente e lo scioglimento dell’organo consiliare a Casabona, attualmente è in corso l’accesso presso il Comune di Strongoli e quello più recente a Isola Capo Rizzuto».
Tracciamo un bilancio umano?
«Se non fossi venuta in Calabria non avrei imparato così tante cose. Ho adattato la mia formazione alla realtà locale, comprendendo che l’istituzione non può fare tutto da sola se la comunità non offre il suo supporto. Quando i questori dicono “denunciate, aiutateci ad aiutarvi”, sinteticamente dicono tutto. Crotone è stata una piazza professionalmente sfidante, che mi ha costretto a mettere in campo ogni competenza e a migliorarmi costantemente.
Cosa mi resta dentro? La bellezza dei luoghi, i colori delle sei del pomeriggio quando il mare di Crotone diventa d’argento sotto una luce abbagliante che avevo visto soltanto a Napoli. Oppure il ricordo della mia prima mattina qui, quando svegliandomi ho visto l’alba arancione sul mare».
Ha nuove sfide a cui guardare per il futuro?
«Non ho ancora deciso cosa fare da grande. Ma dopo un triennio intenso è arrivato il momento del riposo. Pensando al lavoro svolto insieme ai miei collaboratori — dal vicario Francesco D’Alessio al capo di gabinetto Luigi Guerrieri, fino alla neo giunta vicaria Ester Libertini — so di aver dato tutto quello che potevo, anche trascurando gli affetti personali. Adesso si apre un capitolo diverso. Avrò tempo per fare le cose che ho rinviato, fare dei lavori in casa, stare con il mio nipotino, viaggiare e leggere romanzi e non solo testi normativi. Spero che chi verrà dopo di me possa trovare un terreno solido su cui continuare a costruire, in un territorio in cui in questi tre anni sono cresciute le consapevolezze, la visione e la maturità civica».
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Dalla tragedia di Cutro alla legalità nei Comuni e nelle scuole, l’addio al servizio del prefetto Ferraro