Dalla scienza alle cure, come l’Italia può colmare l’ultimo miglio
- Postato il 3 novembre 2026
- Healthcare Policy
- Di Formiche
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Generazione sintesi AI in corso…
Duecentocinquant’anni di innovazione scientifica, trent’anni dalla nascita di Novartis e una sfida che guarda al futuro: trasformare il progresso della scienza in nuove possibilità di cura e di vita per i pazienti. Attorno a questa prospettiva si è sviluppato a Milano “Innovazione che cambia la vita”, l’incontro promosso dall’azienda farmaceutica per ripercorrere la propria eredità scientifica e riflettere sulle prospettive della ricerca clinica in Italia. Un valore riconosciuto anche dai cittadini: secondo l’indagine “Valore, percezione e impatto della ricerca clinica in Italia”, realizzata da AstraRicerche, il 78% degli italiani considera l’innovazione e la ricerca leve per lo sviluppo del Paese e l’84% le ritiene importanti per il benessere della società. Eppure, soltanto il 27,1% dichiara di essere molto o abbastanza informato sul tema. Un divario tra consenso e consapevolezza che richiama la necessità di rendere la ricerca sempre più vicina alle persone.
La ricerca che abilita la vita
“La componente umana della scienza è quella che mi ha sempre maggiormente sorpreso”, ha raccontato Federico Mambretti, Country President di Novartis Italia, richiamando le emozioni che accompagnano il lavoro dei ricercatori, dalla curiosità all’attesa, fino alla delusione e alla resilienza necessaria per ripartire dopo un fallimento. Un percorso lungo e incerto, nel quale, su circa 10mila prodotti testati, soltanto uno o due riescono ad arrivare al paziente. Eppure, è proprio questa perseveranza ad aver reso possibili alcune delle più importanti conquiste della medicina moderna. Emblematico il caso della leucemia mieloide cronica, un tempo associata a prospettive di sopravvivenza molto limitate e oggi, grazie all’innovazione terapeutica, diventata per molti pazienti una patologia con cui è possibile convivere. Un cambiamento che non riguarda soltanto gli anni di vita guadagnati, ma anche la possibilità di recuperare una quotidianità, costruire progetti e guardare al futuro. È in questo senso che, come ha sottolineato Felice Bombaci, coordinatore nazionale del Gruppo pazienti Lmc di Ail, “la ricerca medica ti abilita la vita”. Una prospettiva che restituisce centralità anche alla qualità della sopravvivenza perché, ha ricordato Mambretti, “un anno in più di vita non ha sempre lo stesso valore, dobbiamo pensare alla qualità di vita in quell’anno”.
Dalla scoperta al paziente
Il valore della ricerca, tuttavia, non si misura soltanto nella capacità di produrre nuove conoscenze, ma anche in quella di trasformarle in opportunità terapeutiche concrete. Un processo che richiede tempo, investimenti e collaborazione. Novartis destina ogni anno circa 10 miliardi di euro alla ricerca, i cui risultati possono richiedere mediamente dieci anni per concretizzarsi. Ma è proprio nel passaggio dalla scoperta scientifica alla sua applicazione che il sistema italiano incontra alcune delle principali difficoltà. Andrea Lenzi ha sottolineato come il Paese disponga di una significativa capacità di ricerca traslazionale, ma fatichi ancora a percorrere quell’ultimo miglio che separa la ricerca di base dalla sua applicazione clinica. Una sfida che richiede di rafforzare la collaborazione trasparente tra pubblico e privato, a livello nazionale ed europeo, riconoscendone il valore strategico per l’intero ecosistema della salute. Una prospettiva condivisa da Francesco Ceci, direttore della Divisione di Medicina nucleare dello Ieo, che ha richiamato l’importanza di semplificare i processi, migliorare la comunicazione tra strutture sanitarie e cittadini e rendere più accessibile la partecipazione agli studi clinici. Perché l’innovazione possa produrre benefici concreti, non basta renderla scientificamente possibile: occorre costruire le condizioni affinché possa raggiungere i pazienti.
La ricerca come cultura organizzativa
Su questo terreno emerge una delle questioni centrali per la competitività della ricerca clinica italiana. Il Paese dispone di un patrimonio di competenze scientifiche e professionali, ma continua a confrontarsi con frammentazioni organizzative, complessità burocratiche e difficoltà nell’integrazione della ricerca nei percorsi assistenziali. “In Italia serve cultura della ricerca, perché senza cultura non abbiamo infrastrutture”, ha osservato Celeste Cagnazzo, presidente del Gruppo italiano Data Manager, sottolineando come per troppo tempo le infrastrutture siano state considerate quasi un elemento accessorio, anziché una componente essenziale dei processi ospedalieri. Servono multidisciplinarietà, competenze e soprattutto persone, attraverso il riconoscimento e l’integrazione stabile delle diverse figure professionali coinvolte nella sperimentazione clinica. Una trasformazione che, secondo Paolo Petralia, direttore generale dell’Aoui di Verona e vicepresidente Fiaso, deve investire l’intera governance sanitaria: “Non possiamo immaginare di parlare di ecosistemi o di sistemi, o comunque di organizzazioni complesse, senza l’avverbio ‘insieme'”. Organizzazione, umanizzazione e investimenti diventano così componenti di una stessa strategia, nella quale la ricerca non può più essere considerata un’attività separata dall’assistenza, ma deve entrare nella cultura e nell’operatività quotidiana delle aziende sanitarie. Una necessità tanto più rilevante in un contesto di risorse limitate, nel quale valorizzare le competenze e migliorare l’efficienza dei processi significa anche rafforzare la qualità delle cure.
Dalle parole ai fatti: Catalyst
Tradurre questa visione in interventi concreti è l’obiettivo di Catalyst, il progetto presentato da Novartis per contribuire al rafforzamento dell’ecosistema italiano della ricerca clinica. Con 924 centri e oltre 2mila pazienti coinvolti in studi clinici in italia, l’azienda opera all’interno di una rete diffusa di competenze che presenta ancora margini di miglioramento sul piano organizzativo. Come ha spiegato Eva Runggaldier, Gco Study & Site Ops Country Head Italy di Novartis, il confronto con le diverse realtà italiane ha consentito di sviluppare “una visione caleidoscopica della ricerca clinica in Italia”, individuando tre ambiti prioritari di intervento: i modelli organizzativi adottati dai centri clinici, il coordinamento tra le diverse funzioni ospedaliere e il ruolo di indirizzo strategico delle Regioni e delle direzioni generali. È da queste criticità che prende forma il progetto, con l’obiettivo di rafforzare la capacità dei centri di gestire gli studi clinici attraverso una maggiore integrazione dei processi, la valorizzazione delle professionalità dedicate, lo sviluppo delle Clinical trial unit e la digitalizzazione. Un percorso che troverà una prima applicazione attraverso iniziative pilota in Lombardia, Veneto, Toscana e Campania, per rivedere i flussi organizzativi e individuare modelli capaci di valorizzare il potenziale della ricerca. Perché, come ha sottolineato Mambretti, “oggi la sfida non è soltanto aprire nuove frontiere della scienza, ma assicurare che il valore dell’innovazione possa tradursi in un impatto concreto sulla vita delle persone”. “Celebrare 250 anni di innovazione scientifica – ha aggiunto – non ci rende solo orgogliosi della nostra storia, ma rinnova il nostro impegno ad assumerci la responsabilità e i rischi di continuare a innovare”.