Dalla crisi del consenso alla Corte Suprema, Mazza spiega l’effetto midterm sugli equilibri di Washington
- Postato il 3 novembre 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Non è soltanto una verifica elettorale di metà mandato. È un passaggio che può ridisegnare i rapporti di forza a Washington, condizionare l’agenda della Casa Bianca e aprire una nuova stagione di scontro istituzionale. I democratici intravedono la possibilità di riconquistare il Congresso, mentre il presidente Donald Trump ha personalizzato la campagna, trasformandola in una prova di forza sul proprio consenso. Ma dietro l’apparente avanzata blu restano molte incognite: dalla mobilitazione dell’elettorato repubblicano alla tenuta della coalizione democratica, fino alla reazione del presidente in caso di sconfitta. A raccontare questa situazione magmatica a Formiche.net è Viviana Mazza, corrispondente dagli Stati Uniti del Corriere della Sera, in questi giorni inviata in Texas. L’ultimo comizio del democratico James Talarico ha richiamato giornalisti da tutto il mondo, a testimonianza di quanto queste elezioni siano seguite anche fuori dai confini americani. Ma la partita va ben oltre la sfida texana con il repubblicano Ken Paxton: dalla Georgia all’Ohio, dal Michigan al Kansas, fino ai collegi contendibili della Camera, il voto può determinare il futuro politico della seconda parte della presidenza Trump e, soprattutto, aprire una fase nuova nei rapporti tra Congresso e Casa Bianca.
Mazza, queste midterm arrivano in un momento particolarmente delicato per gli Stati Uniti. Che cosa raccontano del clima politico americano e quanto è diffusa la sensazione di una possibile affermazione democratica?
C’è sicuramente la sensazione che i democratici possano ottenere un risultato importante. Qui il clima è piuttosto ottimista tra i democratici e si registra una forte rabbia per le vicende legate alla corruzione e per i milioni di dollari versati da Elon Musk a sostegno del repubblicano Ken Paxton. È una campagna seguita moltissimo anche a livello internazionale, come abbiamo visto in Texas durante l’ultimo comizio di James Talarico, al quale hanno partecipato giornalisti arrivati da tutto il mondo, soprattutto dall’Europa. Ma bisogna distinguere le aspettative dalla realtà elettorale. C’è grande incertezza e non possiamo dare per scontato un risultato favorevole ai democratici. Anche in Texas, dove la possibilità di una svolta viene evocata da tempo, molti faticano ancora a crederci. La mobilitazione che vediamo da una parte non ci dice necessariamente che cosa stia accadendo nell’altro campo. E questo vale per l’intero Paese.
La partita si gioca innanzitutto sulla riconquista del Congresso. Quali sono gli Stati e le competizioni che potrebbero risultare decisivi per il controllo del Senato?
Ci sono diversi Stati da osservare. In Georgia, dove inizialmente la corsa sembrava in bilico, i democratici appaiono oggi favoriti. In Ohio e Michigan, invece, la competizione resta aperta. Il Kansas potrebbe riservare una sorpresa particolarmente significativa: una vittoria democratica in uno Stato che non elegge un senatore democratico da circa novant’anni avrebbe un valore politico enorme. E poi c’è il Texas, dove la sfida tra Talarico e Paxton è diventata il simbolo della possibilità di conquistare territori considerati storicamente repubblicani. Ma il Texas è uno Stato enorme e non bisogna sottovalutare la capacità di mobilitazione dei repubblicani. Paxton, pur non essendo particolarmente amato neppure da una parte del suo stesso partito, conta comunque sul voto di quegli elettori repubblicani che in Texas non voterebbero mai per il Partito democratico.
Anche la Camera presenta numerose sfide aperte. Quanto conterà non soltanto il risultato finale, ma anche l’ampiezza della vittoria?
Moltissimo. Ci sono battaglie importanti dalla Florida alla Virginia e bisognerà guardare anche ai margini con cui verranno conquistati i singoli collegi. Una maggioranza risicata racconta una storia diversa rispetto a un’affermazione ampia. Il risultato ci dirà quanto sia profonda l’eventuale inversione di tendenza e, soprattutto, quale coalizione elettorale si sia formata. I democratici hanno condotto una campagna cercando di superare le proprie divisioni, ma all’interno della coalizione restano posizioni molto diverse su come debba essere costruito il partito di opposizione. Potrebbero intercettare elettori anche molto distanti tra loro, accomunati dall’insoddisfazione verso l’amministrazione Trump, ma questo non significa che condividano necessariamente le stesse priorità politiche. Se dovessero conquistare il controllo di una o di entrambe le Camere, sarebbero chiamati ad affrontare proprio questi nodi. La sfida, insomma, non sarebbe soltanto quella di vincere, ma anche di trovare una linea politica comune per esercitare il potere parlamentare.
Trump ha investito personalmente nella campagna, trasformando le midterm in un giudizio sul proprio mandato. È una scelta che può rafforzarlo oppure rischia di renderlo più esposto?
Trump si sta preparando a ogni possibilità, anche se naturalmente continua a sperare nella vittoria. Se i repubblicani dovessero ottenere un buon risultato, si presenterebbe come il salvatore del partito, rivendicando di aver saputo mobilitare gli elettori e di aver trasformato una competizione tradizionalmente difficile per chi governa in un successo personale. In questo senso potrebbe sostenere di avere avuto ragione: si è speso moltissimo e ha cercato di concentrare su di sé il consenso. Ma si sta preparando anche alla sconfitta. Ha mostrato di voler intervenire sulle modalità di svolgimento e di conteggio del voto, cercando di impedire che alcune schede venissero conteggiate. Su questo ha incontrato la barriera dei tribunali. Il dopo voto, però, resta una vera incognita. Trump ha già annunciato che, in caso di vittoria democratica, si trasformerebbe in “Mister veto”: continuerebbe a governare attraverso i poteri esecutivi e a bloccare le eventuali iniziative legislative dei democratici. È un modo per far capire che non intende arretrare e che, anche con un Congresso ostile, cercherebbe di mantenere il controllo dell’agenda politica.
Uno dei temi centrali della campagna è il rapporto tra Trump e il suo elettorato. Che idea si è fatta parlando con gli elettori repubblicani, soprattutto tra i più giovani?
Ho parlato con il leader dei giovani repubblicani di Austin proprio per capire quanto le nuove generazioni siano coinvolte in queste elezioni. Va ricordato che le midterm sono diverse dalle presidenziali: normalmente attirano meno attenzione e mobilitano un numero inferiore di elettori. I repubblicani tendono a negare che i giovani si stiano allontanando da Trump, ma anche il ragazzo con cui ho parlato ha riconosciuto che esiste un certo scontento. I motivi riguardano soprattutto la guerra e il costo della vita. Sono questioni che pesano sulla quotidianità degli americani e che possono incidere anche su elettori che in passato hanno sostenuto il presidente. I repubblicani, tuttavia, continuano a dirsi convinti di poter vincere e sperano che, anche nell’eventualità di perdere la Camera, possano conservare il controllo del Senato. Bisognerà capire quale delle due rappresentazioni troverà conferma alle urne.
Se i democratici dovessero conquistare la Camera, Trump si troverebbe davanti a un Congresso molto più ostile. Si aprirebbe una stagione di indagini e potrebbe tornare anche lo spettro dell’impeachment?
Se i democratici controlleranno una o entrambe le Camere, dovremo aspettarci due anni di indagini, scontri legislativi, negoziati e, potenzialmente, battaglie legali. Potrebbe tornare anche l’ipotesi di un impeachment di Trump, che tuttavia avrebbe poche possibilità di successo. Il clima politico e istituzionale diventerebbe inevitabilmente molto più conflittuale.
Il Senato, invece, ha un peso particolare sugli equilibri istituzionali, soprattutto per quanto riguarda le nomine presidenziali. Quanto potrebbe incidere una maggioranza democratica sul futuro della Corte Suprema?
Il Senato è fondamentale per la conferma delle nomine presidenziali. È una prerogativa che assume un’importanza enorme se si guarda al futuro della Corte Suprema. Se giudici come Samuel Alito o Clarence Thomas dovessero lasciare il loro incarico, Trump avrebbe bisogno di una maggioranza repubblicana al Senato per poter confermare un successore gradito alla destra. Se i democratici conquistassero la Camera alta, potrebbero invece bloccare o condizionare quelle nomine. Ecco perché la partita non riguarda soltanto il prossimo biennio: il controllo del Senato può avere conseguenze sugli equilibri istituzionali americani per molti anni.