Dalla “bugia” dell’abusivismo alla biopsia del dissesto: il fallimento della prevenzione strutturale
- Postato il 19 aprile 2026
- Ambiente
- Di Paese Italia Press
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di Domenica Puleio
Lo scorso 29 gennaio analizzavamo come l’abusivismo edilizio fosse stato trasformato in un “alibi anatomico”, una narrazione funzionale a coprire l’inerzia nella gestione del territorio. A tre mesi di distanza, il convegno nazionale dei geologi svoltosi a Taormina — centrato sugli impatti del “Ciclone Harry” e della frana di Niscemi — fornisce la conferma definitiva: la fragilità siciliana non è un’emergenza imprevedibile, ma il risultato di una paralisi programmata. I dati tecnici presentati dai vertici del Consiglio Nazionale dei Geologi ribaltano la retorica corrente, ricordando che esistono 5,7 milioni di cittadini residenti in aree a rischio già ampiamente mappate e conosciute. Il punto di rottura individuato dai tecnici non risiede nella costruzione illegale, ma nella gestione strategica del suolo, che rimane una responsabilità elusa dai decisori politici.
Come evidenziato nell’inchiesta fatta da noi del 29 gennaio, l’alibi dell’abusivismo decade di fronte all’evidenza che il dissesto colpisce indistintamente aree urbanisticamente regolari, laddove manchino regimentazione delle acque e manutenzione dei versanti.
L’analisi geomorfologica della frana di Niscemi ha isolato responsabilità altrettanto precise. La genesi degli eventi calamitosi è risultata strettamente correlata alle “dinamiche antropiche”: infrastrutture, strade e modifiche del reticolo idrografico gestite senza una visione sistemica.
Questo conferma millimetricamente la tesi della “bugia che affonda l’isola”: puntare il dito contro l’abuso di necessità serve a non dover rispondere della mancata pianificazione e della frammentazione delle competenze. La scienza ha ribadito che la difesa del suolo richiede una “programmazione strutturata” e una “semplificazione dei processi attuativi”, elementi che la burocrazia sembra respingere per mantenere intatto il redditizio modello emergenziale.
Esiste inoltre una contraddizione insanabile tra la narrazione dei “finanziamenti intercettati” e la realtà della messa in sicurezza. La catena documentale dei flussi finanziari — che vede spesso fondi programmati da anni, come nel caso del D.D.G. n. 537 del 29/03/2023 e dei successivi impegni pluriennali — dimostra che la copertura economica non è il vero ostacolo. Il problema risiede nell’efficacia e nella velocità della spesa. I geologi a Taormina hanno invocato un coordinamento tra tecnici e istituzioni che oggi appare assente. Senza Piani Economico Finanziari (PEF) rigorosi e senza una drastica revisione dei tempi di rendicontazione, i finanziamenti rischiano di restare cifre su carta, mentre il territorio continua a cedere sotto il peso dell’incuria.
Il “Ciclone Harry” non ha colpito una terra impreparata, ma una terra lasciata colpevolmente vulnerabile. La responsabilità imprescindibile citata dai professionisti del settore chiude il cerchio aperto con la nostra inchiesta di gennaio: non si può più accettare che l’inerzia dei decreti venga mascherata da fatalismo meteorologico. Ad aprile 2026, la scienza ha firmato la condanna di un metodo gestionale che preferisce l’alibi alla semplificazione. La verità tecnica è ormai inattaccabile: la prossima emergenza è già scritta nei ritardi della burocrazia odierna, e nessun richiamo all’abusivismo potrà più servire a scagionare chi, avendo i dati e i fondi, ha scelto di attendere passivamente la prossima pioggia.
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