Dagli Ugv alla fine delle barriere. La trasformazioni unmanned della guerra secondo Borsari (Cepa)
- Postato il 14 giugno 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Il campo di battaglia ucraino è diventato il laboratorio più avanzato del mondo per i sistemi senza pilota. Ma le lezioni che emergono da quel conflitto vanno ben oltre: riguardano la demografia, la capacità industriale, l’autonomia decisionale delle macchine e l’accesso militare a territori che fino a ieri erano semplicemente irraggiungibili. Formiche.net ha chiesto a Federico Borsari, non-resident fellow presso il programma di Transatlantic Defense and Security del Center for European Policy Analysis, quali prospettive ci siano in ambito unmanned riguardo a queste tematiche.
I droni di terra stanno emergendo come nuova frontiera della guerra unmanned. Dopo gli Uav e gli Usv, qual è il potenziale di crescita degli Unmanned Ground Vehicle nel conflitto in Ucraina e oltre?
Pensiamo a quanto avvenuto fino ad ora, e alla differenza tra i sistemi unmanned nel dominio aereo o navale, dove hanno avuto uno sviluppo esponenziale negli ultimi anni. Nel dominio navale questo sviluppo è stato, in termini comparativi, molto più veloce rispetto al dominio aereo, perché i droni aerei già esistevano da decenni in varie forme. Negli ultimi due o tre anni molta attenzione si è focalizzata sui sistemi Fpv, anche di piccole dimensioni, che stanno avendo un impatto esteso in Ucraina e ora anche altrove, ma il ciclo evolutivo è stato molto velocizzato dal conflitto. Sul dominio terrestre vale una considerazione analoga: anche lì negli ultimi due o tre anni i droni terrestri sono diventati sempre più importanti, ma prima l’uso era davvero limitato, magari a unità che sperimentavano per missioni di sminamento, oppure forze speciali che utilizzavano piccoli robot per la ricognizione all’interno di edifici. Ora il trend è completamente cambiato. Gli Ugv vengono utilizzati per sminamento e minamento, logistica, rifornimento di unità isolate lungo la linea del fronte, evacuazione dei feriti e dei morti, ricognizione e supporto di fuoco in settori dove è rischioso mandare personale. Ma restano delle limitazioni.
Quali?
Questi sistemi devono essere sempre collegati in maniera sicura, in caso di problemi tecnici richiedono l’intervento di team di tecnici o ingegneri, dipendono ancora molto dal fattore umano, e hanno un’autonomia energetica limitata. Anche i sensori possono risentire delle condizioni atmosferiche, e il movimento può essere difficoltoso su certi tipi di terreno. In generale, tuttavia, gli Ugv stanno diventando fondamentali in un contesto così pericoloso come quello ucraino, dove hanno progressivamente sostituito i veicoli tradizionali soprattutto per la logistica vicino alla linea del fronte e per l’evacuazione dei feriti. È un trend che nasce, tra l’altro, proprio come conseguenza della proliferazione dei droni nel dominio aereo, poiché l’interesse per gli Ugv è nato per limitare l’esposizione del personale alla minaccia aerea.
Il primo dei limiti che i sistemi unmanned potrebbero aiutare a superare riguarda proprio le perdite umane. L’Ucraina affronta una crisi demografica e di reclutamento, e cerca di sopperire con questi sistemi senza pilota. Nel medio periodo, con l’affermarsi di questi sistemi, il fattore demografico peserà meno nella competizione tra grandi potenze? Conterà di più la capacità industriale?
Sia chiaro, la capacità industriale è fondamentale e non è mai venuta meno. L’unico periodo in cui era un fattore meno determinante è stato l’intermezzo tra la fine della Guerra Fredda e il ritorno della grande competizione tra potenze, quando l’attenzione occidentale era concentrata sulla lotta al terrorismo e su conflitti a bassa intensità contro gruppi armati non statali. In quel contesto la preponderanza produttiva non era decisiva. Ora però è tornata centrale, lo abbiamo visto in Ucraina da entrambi i lati, e lo vedremo in conflitti futuri. La Cina lo sa da anni; e anche gli Stati Uniti, dopo l’esperienza ucraina, stanno investendo massivamente per ampliare la capacità produttiva. Lo stesso, in maniera più frammentaria, sta avvenendo in Europa. Questo vale ancor di più per i sistemi autonomi e unmanned, per i quali la quantità è un aspetto cruciale, e che vedono nella produzione su larga scala uno dei pilastri del loro utilizzo. Quanto al personale, nel dibattito si tende spesso a estremizzare. Si immagina che acquisire sistemi unmanned equivalga a sostituire uno squadrone di caccia o un battaglione di carri armati. Non è così.
Come mai?
Certo, per alcune missioni questi sistemi riducono il numero di operatori direttamente coinvolti nell’attività; ma il personale resta essenziale per la manutenzione, gli aggiornamenti software, il mission planning, tutta la catena logistica. Serviranno figure sempre più tecniche, come software engineer, esperti di guerra elettronica, in numero crescente. Quindi magari serviranno meno truppe d’assalto, ma serviranno più specialisti nelle retrovie. Non credo che assisteremo nell’immediato futuro a una diminuzione complessiva del personale; ci sarà piuttosto una trasformazione dei ruoli. Non sono l’unico a dirlo, diversi analisti hanno messo in guardia dall’immaginare un futuro in cui i robot autonomi fanno tutto da soli.
Il secondo limite è quello della decisionalità. Quando delegheremo all’IA e ai sistemi senza pilota l’intero processo decisionale in ambito militare? Questo scenario è realistico? È vicino?
È uno scenario che non si può escludere del tutto, perché la tecnologia già permette gradi di autonomia notevoli. Allo stesso tempo, almeno da quanto si osserva in Ucraina, nessuna delle due parti si è ancora lasciata andare all’utilizzo di sistemi completamente autonomi. Si sono visti sistemi semiautonomi, o potenzialmente full autonomous, ma solo in contesti molto definiti in cui si crea una “bounding box” nel software, un’area in cui si sa che si trovano solo elementi nemici, senza civili né non combattenti, e si mandano sistemi autonomi a individuare e ingaggiare obiettivi all’interno di quell’area. Ma si tratta comunque di un sistema che segue regole e istruzioni decise in anticipo dagli esseri umani. Non è un sistema che sceglie autonomamente le proprie linee guida. Questo, a mio avviso, è il trend verso cui andremo. Non credo che governi e forze militari vogliano rischiare di delegare qualsiasi decisione alle macchine. I rischi sono enormi, e a livello etico si entra in un terreno molto delicato.
Su questo tema crede che si possa perseguire un approccio di cooperazione a livello internazionale, sulla scia di trattati come le convenzioni di Ginevra?
Il problema centrale è che a livello internazionale c’è ancora poca sintonia su cosa significhi esattamente “sistema autonomo”. C’è stata un’importante risoluzione delle Nazioni Unite sull’utilizzo di questi sistemi, con una partecipazione e una convergenza senza precedenti. Tuttavia non esiste ancora un accordo vincolante, ogni Stato ha le proprie linee guida e i propri documenti di policy, e soprattutto non conosciamo la visione di paesi come Cina e Russia, dove molte di queste informazioni sono classificate. Questa opacità alimenta un dilemma: se il mio avversario non si pone limiti e io sì, potrei trovarmi in svantaggio. Al momento non si è riusciti a mitigare questo rischio a livello internazionale. Lo scenario di una piena autonomia decisionale non è impossibile, ma non ci sono al momento evidenze che paesi stiano attivamente perseguendo questa direzione; gli sforzi, sia nazionali che multilaterali, sembrano andare nel senso opposto.
Il terzo limite riguarda, in un certo senso, la geografia. I sistemi unmanned sembrano capaci di superare le barriere fisiche che hanno sempre limitato la presenza umana, penso all’Artico e alle profondità marine. Questo amplia il teatro di confronto militare a domini finora sostanzialmente inaccessibili?
La proliferazione dei sistemi unmanned offre vantaggi unici per quanto riguarda il raggiungimento di contesti operativi ostici, semplicemente perché con il miglioramento della tecnologia si potranno utilizzare questi sistemi in maniera persistente e continuativa anche nell’ambiente artico, sfruttando un supporto logistico distribuito come rompighiaccio e basi avanzate. Ci sono già varie tecnologie in fase di sperimentazione che possono migliorare le prestazioni di questi sistemi e renderli più resistenti agli agenti atmosferici, quindi mi aspetto un utilizzo sempre più esteso in quell’ambiente. Per quanto riguarda il dominio sottomarino, rimangono sfide notevoli, soprattutto sul fronte delle comunicazioni e della trasmissione di dati in tempo reale. Si possono mandare sistemi autonomi sottomarini per esplorare le profondità oceaniche o svolgere missioni complesse, però far arrivare i dati in tempo reale a chi li deve utilizzare rimane problematico. Al momento ci sono ancora molte difficoltà da questo punto di vista, però mi aspetto miglioramenti nel prossimo futuro.
Anche grazie all’IA?
L’IA sarà un fattore determinante. Grazie alla miniaturizzazione del computing power, la capacità di calcolo può essere sempre più spostata all’edge, già integrata nelle piattaforme stesse, che analizzano i dati raccolti e trasmettono un prodotto già semielaborato ai decision maker. Questo avviene già nello spazio, dove vari satelliti di ultima generazione hanno a bordo un computer dedicato che pre-analizza i dati, seleziona quelli rilevanti e li trasmette. Detto questo, questi sistemi non eliminano completamente le sfide: gli agenti atmosferici rimangono un ostacolo a un utilizzo paragonabile a quello possibile in contesti in cui la presenza umana è più agevole. Aiutano, ma non cancellano completamente le problematiche. Per rispondere direttamente alla domanda: sì, mi aspetto che renderanno l’accesso ad ambienti remoti e ostici più semplice e continuativo, e miglioreranno la capacità dei paesi di operare in questi contesti. Già ora garantiscono una sorveglianza e un monitoraggio molto più estesi e persistenti.